Giuseppe ARDIZZONE- Agorà. Terrorismo….che fare?

 

Agorà

TERROSRISMO…… CHE  FARE?

Iniziamo col gestire adeguatamente le migrazioni

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Quando proviamo ad affrontare il fenomeno terrorismo, il pensiero, per noi italiani, va immediatamente agli anni di piombo ed all’esperienza delle BR.
Chi ricorda quegli anni sa quanto importante fu l’azione della triplice sindacale, che avviò la stagione delle riforme, dando, in quel modo, uno sbocco  forte alla lotta operaia e studentesca e contrastando  con altrettanta fermezza ogni ipotesi di chiudere il discorso con la violenza.

Fu battuto non solo il terrorismo, ma anche ogni  tentativo di golpe, le varie e pericolose deviazioni di settori dello Stato , le varie “strane” stragi.
La lezione, a mio parere, fu quella di aiutare la gente comune a trovare una strada percorribile e credibile per il miglioramento delle proprie condizioni di vita e di lavoro, isolando in tal modo le suggestioni estremiste del terrorismo.
Come fare qualcosa di simile oggi?

Per prima cosa, dovremo cercare di approfondire e comprendere quali sono le tensioni e le speranze che guidano milioni di persone del nord Africa e Medio Oriente nella loro ricerca di un miglioramento di vita che passa dai fenomeni migratori , dalla lotta religiosa fra sciiti e sunniti , dalla mancata accettazione dello Stato d’Israele e la denuncia della situazione dei Palestinesi ed infine dall’individuazione dell’Occidente  come storico portatore d’ineguaglianza e di oppressione,  con le sue guerre d’intervento , lo scambio ineguale, l’appoggio a dittature  ed a regimi autoritari.

Dovremmo cercare di comprendere  quali sono i termini del disagio e cosa muove queste persone sia nelle loro terre che presso di noi.
Per poter battere l’ipotesi della guerra santa e del terrorismo come risposta a tutto questo , isolando i terroristi, dobbiamo essere in grado di elaborare una risposta convincente di sviluppo  e di convivenza pacifica in tutta l’area.

Dobbiamo quindi essere capaci di gestire in maniera adeguata e controllata il fenomeno migratorio, che non può essere l’unica soluzione al problema economico e sociale per questa gente .
Il problema non può essere, per la sua vastità, gestito da un solo paese.

Dovremo essere capaci, come Europa, di trovare soluzioni percorribili.
Un fenomeno di riassetto internazionale è stato già affrontato  con successo dagli stati che per primi hanno iniziato il progetto EU: il disfacimento del Comecon e l’integrazione dei paesi balcanici.
Il fenomeno è stato completamente diverso.  Erano paesi europei e si poteva immaginare , come è poi avvenuto , una loro possibile diretta integrazione.
La libera circolazione delle persone ha favorito l’arrivo di queste persone nei nostri paesi e ha permesso loro di occupare tante posizioni lavorative.

Abbiamo assistito a una forte delocalizzazione delle nostre imprese e per la prima volta il saldo delle rimesse emigrati del nostro paese è diventato negativo. Ci trovavamo tuttavia in presenza di persone di cultura simile  e  quel processo ha portato ad uno sviluppo economico importante di cui tutti ed in particolare la Germania abbiamo goduto.
Molte risorse del Bilancio europeo sono state destinate alla  crescita di questi paesi che oggi ne temono una distrazione a favore dei nuovi inquilini: i migranti.
Oggi la situazione è completamente diversa.

Dobbiamo capire come muoverci insieme  e come gestire i processi per evitare di esserne travolti.
Penso che  un riassetto dell’area del Medio Oriente e Nord Africa, per la sua vicinanza strategica al nostro Continente, non possa vederci semplici spettatori. Non sarà possibile , ne saremo coinvolti e sconvolti.

Non mi sembra che il problema sia quello su come intervenire all’interno dei conflitti esistenti anche se tatticamente sarà comunque necessaria una posizione comune forte. Il problema è che, strategicamente, non possiamo sfuggire alla nostra evidente responsabilità di essere uno dei principali punti di confronto per queste popolazioni.

Sia dal punto di vista dei rapporti commerciali, che degli investimenti produttivi e nelle  infrastrutture, sia nei rapporti educativi e scientifici, una parte consistente di queste popolazioni guarda ed è condizionata nella propria vita dal rapporto con l’Europa. Il problema è quindi strategicamente  impostare le condizioni per una convivenza pacifica e di sviluppo  dell’area: Uno sviluppo che coinvolga questi paesi  all’interno degli investimenti produttivi, di servizi ed infrastrutturali dell’area con pari dignità di quelli europei.  Non credo che vi possano essere alternative.

Tutto il passato della nostra storia ci insegna che l’area del Mediterraneo è stato un perenne terreno di scontro e confronto fra culture  e popolazioni delle due sponde del mare: questo ha permesso lo sviluppo di civiltà che hanno coinvolto anche i paesi più lontani. Non credo che potremo esimerci da questo confronto e, paradossalmente, quelle che oggi sembrano soluzioni più pratiche ed efficaci,  dettate dall’urgenza ( come ad es. lo stato di massima sicurezza in Francia o altre misure di polizia e di prevenzione …) sono sicuramente necessarie, ma non ci consentono di superare la situazione  in  cui stiamo precipitando.

Qualcosa si è mosso in questi Paesi e gli equilibri precedenti, figli di quella divisione internazionale del potere conseguente alla ” Guerra Fredda”, sono definitivamente saltati.  Né Russi , né Americani possono , da soli , ritornare a dettare i tempi ed i modi del nuovo equilibrio che in qualche modo ci coinvolge.
Prima ne prendiamo atto e meglio è.

Autore: admin

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