Italo SPADA- Una storia iraniana (“Nahid”, un film di Ida Panahandeh)

 

 

Lo spettatore accorto



 

UNA STORIA IRANIANA

Nahid

 

“Nahid”  Un film di Ida Panahandeh

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Se i film, come le persone, hanno un destino segnato sin dal loro nascere, questo Nahid dell’esordiente Ida Panahandeh, presentato a Cannes 2015 nella sezione “Un certain regard” e giudicato da qualcuno “troppo elementare”, ha scarse probabilità di successo. Purtroppo. Colpa di esercenti e distributori che scaricano le responsabilità sugli spettatori che, scegliendo di andare al cinema solo per evadere, ridere e sognare, troverebbero la storia narrata dalla giovane regista iraniana poco interessante.

Altro paese, altre usanze, altre donne. E altro modo di fare cinema. Se ci fossero ancora i registi del nostro neorealismo, ieri denigrati e  oggi osannati e imitati in tutto il mondo, ricordando quello che hanno sofferto quando si sentivano ripetere che stavano rendendo “un pessimo servigio alla patria” e che “i panni sporchi si lavano in casa”, potrebbero incoraggiare gli eredi di Kiarostami, Panahi, Makhmalbaf che, andando controcorrente e resistendo ai divieti e alle critiche, stanno confluendo nella corrente indipendente del Nuovo Cinema Teheran. Storie semplici ma vere sulla difficoltà di vivere.

Al centro non un imbianchino alla ricerca della bicicletta che gli è stata rubata, o un pensionato costretto a chiedere l’elemosina per sopravvivere, ma una donna divorziata che deve fare i conti con divieti e pregiudizi, leggi islamiche e maschilismo. Si chiama Nahid (la Sareh Bayat di Una separazione di Asghar Farhadi, Orso d’oro a Berlino 2011 e Oscar 2012 come miglior film straniero) e vive in un sobborgo popolare nel nord dell’Iran, sulle sponde del Mar Nero. Il suo ex marito è uno sbandato, tossicodipendente, violento, imbroglione e incallito scommettitore; per questo la donna ha ottenuto la custodia del bambino che, per legge, doveva essere affidato al padre.

Ancora giovane e piacente, Nahid ama ed è riamata dall’onesto Masoud (Pejman Bazeghi), vedovo e anche lui con una bambina a carico, ma deve fare i conti con la condizione che le è stata imposta: rinunciare al bambino se decidesse di risposarsi. Più dei debiti contratti con il padrone di casa, della precarietà del lavoro, della incomprensione dei parenti e della fastidiosa presenza del suo ex, è la paura di perdere la cosa più bella e importante che ha ad alimentare il suo dramma. Stenti, bugie, espedienti, sotterfugi, baratto di anelli ricevuti e di braccialetti avuti in prestito, un matrimonio segreto e a tempo determinato (il cosiddetto Sighe) alimentano la prigione nella quale si rinchiude, fino a quando, esploso lo scandalo della relazione proibita, il suo cuore di mamma non avrà il sopravvento sulla voglia di vivere libera.

“La personalità delle donne che hanno dovuto combattere – dice la regista – è totalmente differente da chi invece ha avuto una vita normale. Lottano con la speranza di conquistare una vita migliore, per se stesse e per i propri figli”. Ida Panahandeh, cresciuta in una famiglia patriarcale e senza la presenza del padre, è una testimone affidabile di quella che chiama “la battaglia delle donne per farsi accettare dalla società tradizionale iraniana”. La battaglia di Nahid, almeno da quanto lasciano intuire le ultime sequenze, non si concluderà con una sconfitta definitiva. Anche se non se ne conosce la data, c’è sempre tempo per rinascere.

Probabilmente con l’intenzione di ridimensionarne i meriti, c’è chi ha visto questo film anche “troppo freddo”.  Potrebbe aver ragione se ha voluto dire che Nahid, nonostante l’utilizzo della camera fissa che suggerisce oggettività di racconto, trasmette brividi. Senza volerlo ha indirizzato la lettura nella giusta direzione. Le case umide, i letti dove i vecchi attendono la morte, il mare in tempesta e la spiaggia deserta, i locali dove gli adulti giocano e litigano, il bagno pubblico dove viene pestato a sangue chi ha fatto sgarri alla malavita, il campo sportivo e la scuola: luoghi freddi di una società ancora più fredda composta da proprietari di case che non hanno pietà per chi non può pagare l’affitto e da genitori che picchiano i figli che hanno le mani gelate.

Il calore di Nahid è da piccola stufa, non sufficiente a stemperare il gelo di un ragazzino di 10 anni che non ama la scuola ed è morbosamente attratto dalla balorda figura paterna. Ma è un calore di madre che, stringendo a sé il corpo ferito del suo bambino, richiama la pietà michelangiolesca . E tanto basta per commuovere.

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“Nahid”

Regia: Ida Panahandeh  Con: Sareh Bayat, Pejman Bazeghi, Navid Mohammadzadeh

Prod Iran, 2015

 

 

 

 


Autore: admin

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