Ruben SABBADINI – “La nave” (racconto breve)

 

Io scrivo

 


Con il racconto La nave di Ruben Sabbadini, il nostro giornale torna a  una sua rubrica periodica, con cadenze ancora estemporanee, dedicata alla narrativa breve.

 

LA NAVE


«Vengo anch’io con voi!» «Chi sei? che sai fare?» «Sono Italo, un orologiaio; so aggiustare orologi antichi, nessuno sa più farlo. Anche io, nel mio piccolo, sono un’eccellenza» «Indubbiamente la tua sapienza artigiana è un altro talento che questo paese non sa di avere. Ma credo per poco: questo nostro progetto, “La Nave”, mostrerà al mondo cos’ha e cosa rischia di perdere.».

«Lo vedi quell’elenco, quella galleria di volti corredati dai principali dati del loro curriculum?» «Quelli che scorrono sul computer e che questi rimanda a tutti gli schermi, qui come nella sala d’attesa, come nell’atrio all’ingresso e, non so, forse anche al bagno?» «Sì, esatto, quelli. Chi sta in quell’elenco sa, e noi lo confermiamo certificandolo, di essere un elemento prezioso di questo paese. Ma pochi ne hanno coscienza, troppo pochi: i limitrofi, chi interagisce con loro, qualche parente o conoscente. Prendi Bill, quello la cui foto è là sulla lavagna; Bill assiste Erika che, forse non sai, ha la sclerosi multipla, oggi è sulla sedia a rotelle e continua a fare il suo lavoro, tra poco avrà solo le pupille per farlo, e non sarebbe la prima» «Quel premio Nobel inglese, quello dei buchi neri, non si trova nella stessa condizione?» «Sì, esatto. Erika non è ancora premio Nobel, forse non lo sarà mai – non è poi così importante – ma è preziosa per tutti noi» «così preziosa? io non me ne sono mai accorto» «Infatti, questo è il punto. La comprensione di questo ha dato il via al nostro progetto: immagina, per un attimo, che Bill non esistesse.»

«Devo immaginare che muoia?» «Non è necessario, basta pensare che non sia mai esistito o, meglio, che sia andato altrove, sia emigrato, magari lontano, così, all’improvviso, senza un perché.» «Che ne sarebbe di Erika, allora? Sarebbe possibile sostituirlo?» «Sì, certo – tutti sono utili ma nessuno è indispensabile – ma avrebbe un costo, e non solo economico. Pensi che abbiamo il tempo per trovarne un altro? per addestrarlo? perché si abitui a lei e lei a lui? E chi l’addestrerebbe? un altro prezioso “Bill”? Quanti, in quella galleria, pensi siano facilmente sostituibili? non solo i neurochirurghi o le archistar ma anche tanta gente comune che, col suo impegno, tiene in piedi questo paese, impedisce che sprofondi. Ed è facile dimostrare che sono tanti; facilissimo: i nostri guasti sono tali e tanti che se non ci fosse un numero sufficiente di puntelli saremmo già in un degrado irredimibile; invece, con difficoltà, riusciamo ancora a farcela.»

«Ma quanti sono questi puntelli? quanti siamo? ne hai un’idea?» «Cominciamo a farcela un’idea, “La Nave” ha anche questo scopo: contarci. Ma non basta, c’è dell’altro, ben più importante» «Cos’altro?» «Il nostro progetto è un balsamo, un lenitivo contro la depressione, foriera di sfiducia e quindi inefficienza. La stragrande maggioranza di quelli lì, quelli dell’elenco sui monitor, fa il suo prezioso lavoro senza alcun riconoscimento, essendo considerata come, o anche meno, di chi non fa niente, neanche quello per cui viene pagata. Quelli noti tra noi, quelli riconosciuti, quelli – diciamolo – anche adeguatamente retribuiti, hanno deciso di mettere la propria notorietà al servizio dei tanti altri ignoti e irriconosciuti, ma non per questo meno preziosi.»

«E come? che possono fare?» «Possono, possono; loro con noi e noi con loro. Come si percepisce l’indispensabile? o, anche, più facilmente, l’utile?» «Vuoi dire che l’utile, finanche l’indispensabile ha una forza immensa, un potenziale che non sa di avere? un potenziale dirompente che può cambiare veramente questo paese, non solo puntellarlo? e perché non lo sa? perché non lo percepisce?» «Perché ciascuno è un atomo isolato, “calpesto e diviso” (come recita il nostro Inno Nazionale) e si sente, comprensibilmente, nulla; è mosso solo da una spinta interna, dai suoi principi e valori; ma non per sempre, non ad ogni costo.»

«Si può fare qualcosa?» «Lo stiamo facendo, “La Nave” sta facendo e farà qualcosa» «Non so se ho capito bene: perché salire su una nave e vendersi al miglior offerente – mi hai detto che già più di un paese è disposto a darci accoglienza e ci garantirebbe status e soddisfazioni economiche adeguate – dovrebbe fare la differenza?» «Hai mai sentito parlare della “deterrenza”? finora l’abbiamo conosciuta durante la “guerra fredda” a costituire “l’equilibrio del terrore”, la minaccia atomica dei due contendenti che valeva solo in potenza, perché esplicarla sarebbe stata la fine?» «E quindi stai dicendomi che non partiamo? che quella nave su cui abbiamo deciso di imbarcarci non partirà? (non partirò con voi?) che salveremmo il paese, e noi stessi, solo minacciando di farlo? che se mostriamo concretamente che potremmo farlo esplichiamo una forza immensa sufficiente a farci ottenere il giusto? perché nessuno vuole  andar via, è solo l’estrema ratio, vogliamo solo ricevere nella misura di quanto diamo?»

 

 

Scrittore per diletto, Ruben Sabbadini insegna fisica in un liceo romano. Ha al suo attivo circa trecento racconti brevi (40 dei quali “ingoiati” dal vecchio sito dell’Unità on-line col quale collaborava settimanalmente fino alla chiusura nell’agosto 2014).

Autore: admin

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