Marco CAMERINI – “I capelli di Harold Roux” (un libro di Thomas Williams)

 

 

SE UN GIORNO UNO SCRITTORE AMERICANO…

 


I capelli di Harold Roux è la prima opera tradotta in Italia dello scrittore statunitense Thomas Williams scomparso nel 1990.

 

La verità sul caso di H. Quebert del sorprendente Dicker (atteso a future conferme) ha rianimato l’interesse su un meccanismo narratologico fra i più suggestivi e complessi della prosa non solo moderna e contemporanea: il “romanzo nel romanzo”, caleidoscopico intreccio di voci narranti che, negli esiti migliori, si traduce in una riflessione sulle implicazioni metaletterarie della creazione artistica e sul potere della letteratura tout court.

Boccaccio – sia pur a livello di trasmissione orale della narrazione – Cervantes – il Don Quijote è opera composita ed elaborata nella costruzione formale – Flaubert con la splendida Leggenda di S. Giuliano Ospitaliere – uno dei memorabili Trois contes – sino al Calvino di Se una notte d’inverno un viaggiatore, a un maestro contemporaneo di tale artificio come McEwan – non solo Espiazione, ma il sottovalutato Miele – e a quella Caverna delle idee di J.C. Somoza, gioiello clamorosamente incompreso del genere (dovremo parlarne, prima o poi), sono solo alcuni ragguardevoli esponenti dell’intrigante tipologia strutturale.

Ne I capelli di Harold Roux – prima opera tradotta in Italia di Thomas Williams (1926-1990), autore misconosciuto anche in America sino al conseguimento, nel 1975, del National Book Award – tutti scrivono o pensano di farlo. Il protagonista, Aaron Denham, professore di Letteratura inglese in un’università del New England, avverte il peso di “legami fatti di necessità, abitudine, amore” e la cupa crisi personale paralizza la sua attività di scrittore; “non nato per osservare […] contro lo scorrere del tempo deve creare, se ascolta ed osserva, nella migliore delle ipotesi lo fa per rilanciare e utilizzare il tutto” ma, ormai da tempo, mentre “siede alla scrivania e trasforma i suoi ricordi, sceglie, seleziona […] dimentica ciò che pensa nel giro di un istante”.

Sogna spesso (e ciascuna fantasia onirica è, a suo modo, un racconto), narra ai figli, prima di addormentarsi, la storia della famiglia Hemlock (da pag.77, una sorta di intreccio ombra parallelo alla trama e narrazione esso stesso) ma “niente viene messo nero su bianco”. Niente, tranne l’abbozzo faticoso e frammentario di un romanzo, I capelli di Harold Roux, in cui due amici, studenti di un College nell’immediato secondo dopoguerra, a loro volta scrivono: Allard Benson, estroverso, versatile e vincente, trasponendo mimeticamente la realtà (in una prolessi, ormai docente universitario, segue un ragazzo del suo corso che, a sua volta, compone un racconto il cui personaggio principale ha le sue stesse iniziali, A.B.), Harold Roux – timido, sensibilissimo, segnato da una precoce calvizie che lo costringe ad indossare un vistoso parrucchino – creandola, la realtà, dorata e idealizzata come il titolo del suo libro Oro e splendore (all’interno del quale un personaggio, F. Ravendon, scrive La triste marcia, vicenda di guerra e d’amore che affascina la sua fidanzata, proiezione di Mary, studentessa cattolica amata in segreto da Harold e sedotta da Allard).

Quello che meno funziona nel libro è proprio la tecnica del “testo nel testo” che necessita, fra l’altro, di una adeguata dose di suspense (si confronti il finale del racconto di Flaubert o dei libri citati di McEwan) nel graduale disvelarsi dei narratori e non appartiene al solido, innato realismo di tanta parte della narrativa americana, per lo più restia a sofisticati, cerebrali “giochi” narratologici (il rischio è sempre dietro l’angolo) e incline alla trascrizione immediata del dato.

Certamente I capelli di H. Roux è un riuscito bildungsroman – a tratti struggente, a tratti anche divertente, spesso brutale – in cui, tuttavia, è troppo presto evidente che Allard incarna l’alter ego dominante (Roux ne rappresenta, probabilmente, l’altra anima) del narratore da giovane e le presenze femminili altrettante ragazze da lui diversamente amate negli anni del “suo” college. Questo anche perché il meccanismo è applicato in modo eccessivamente automatico, con il giustapporsi alla fine prevedibile dei due livelli narrativi (gli altri non sono sufficientemente sviluppati): il romanzo di Williams (voce esterna onnisciente) e quello che sta scrivendo Aaron Denham (voce interna di I grado).

L’aspetto più riuscito e felice del tutto risulta proprio la rievocazione nostalgica – fra sbronze, atti troppo atroci per chiamarsi scherzi, iniziazioni sessuali troppo incoscienti per chiamarsi amore, conflitti ideologici e confessioni intime immediatamente disposte a divenire bilanci – dell’Eden perduto di un gruppo di amici i quali, al termine del semestre di studi, affronteranno in ordine sparso e senza eccessive illusioni la vita che per nessuno, se non forse proprio per lo scrittore Aaron/Allard, sarà quella immaginata.

Tutto questo, lo ribadiamo, avrebbe potuto fare a meno, per essere narrato, della “tecnica a inclusione”, d’altra parte le riflessioni teoriche sul processo della creazione artistica non appaiono sufficientemente approfondite, se si eccettua la diversa valenza  che l’atto della scrittura assume per i due giovani, cui abbiamo accennato. Troppo poco. E mentre lasciano il segno lo stile raffinato, tutt’altro che minimalista (cfr pag. 24), a tratti aforistico di Williams, insieme a momenti letterariamente eccellenti (toccante, nello scabroso finale, la figura di Harold) si conferma la sensazione che nulla sia più lontano dalla prosa americana della metaletteratura. Per fortuna?



 

Thomas Williams

I capelli di Harold Roux

Roma, Fazi Editore, 2015, pag. 478, € 18,00

Autore: admin

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