Cinzia BALDAZZI – Teatro in nero e bianco (“Respiro” di R. Vannuccini, al T. Argentina di Roma)

 

Il mestiere del critico


 

TEATRO IN NERO E BIANCO


Tre giorni di replica per Respiro, evento di Riccardo Vannuccini con i rifugiati africani di Mali, Nigeria e Gambia – Al Teatro Argentina, Roma

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Giunta in teatro, incuriosita di poter apprezzare dal vivo, nel preciso senso della parola, una performance di teatro-movimento ad opera di ex “ospiti” di imbarcazioni di fortuna giunte dall’Africa, quando ritiro il materiale stampa, lo trovo raccolto in un elegantissimo folder di cartoncino nero. Mi è sembrata una scelta ad hoc, essendo neri i protagonisti, e il pallore e la chiarezza in scena sarebbero stati teatralmente isolati, ideologicamente non al centro dell’obiettivo emotivo e narrativo. Anche se – al solito, cercando di essere chiara raccontando le impressioni da critica – la facciata del Teatro Argentina è candida, l’autore-regista della pièce è di pelle chiara, e soprattutto il Teatro di Roma è sostenuto da cittadini e amministratori nostrani. Quindi, sarebbe stata una bella idea consumare, all’uscita in strada, una ricca coppa di gelato al cioccolato fondente e alla panna, senza a-priori prediligerne il sapore distinto, ma apprezzandone la gustosa fusione: devo ammettere però che, sin da bambini, in una coppa così sortita la golosìa sia sempre stata la parte al cacao.

Vestita di lungo, una giovane avanza verso la platea e si ferma davanti al microfono. Parla una lingua sconosciuta, mimando con una penna l’accavallarsi delle onde del mare: racconta un viaggio, peripezie, forse anche un naufragio. Di colpo tace e, con un gesto secco, lancia la penna verso la platea. Immediatamente, è come se mi fossi alzata e l’avessi raccolta con senso di conforto, per dire: “Questa sera sono libera di scrivere quello che sento senza dovermi continuamente e puntualmente confrontare con il racconto in corso sulla scena”.

Ora, lo sappiamo bene, da un punto di vista strettamente semiotico, preso in considerazione tra le quinte, dove ogni parola possa essere accompagnata da un gesto-immagine-suono, se è vero che l’interpretazione del significato di un messaggio sia comunque, in ultima istanza, nella mente del destinatario, allora Respiro dell’autore-regista Riccardo Vannuccini presenta uno di quei casi – rari, non del tutto impossibili, direbbe il linguista russo Roman Jakobson – dove il contenuto, privo di deviazioni o alcun tipo di influenza, sembra davvero coincidere con quanto abbia voluto esprimere il mittente. Ovvero: della performance non è richiesto si parli, o commenti, ulteriormente all’evento in sé, per essere compreso. Certo, non esiste censura alcuna: sarebbe assurdo in qualsiasi caso e, in un simile apparato di idee, addirittura inconcepibile! Scrivendo sarà sufficiente, nel comunicare con voi tramite loro, risultino valide, da sole, la funzione “emotiva” (incentrata sulla realtà dell’emittente, autore, attori, regista, sceneggiatore) e la referenziale (mirata a dare informazioni sul contesto, per quanto la sua decifrazione sia attuabile). Speriamo bene. E andiamo avanti.

“Non abbiamo nessuna idea da comunicare, nessun messaggio”, spiega infatti Vannuccini: “Non faremo alcuna recita drammatica, non ci sono racconti o personaggi dove ogni attore fa finta di fare qualcun altro”. Il procedere successivo, lungo la durata di ottanta minuti, conferma la sostanziale ineffabilità di quanto a mano a mano appare per essere scrutato e osservato. Se questo non è teatro, tantomeno dramma, e neanche finzione dichiarata, allora la critica si comporterà con i mezzi che le sono giustamente concessi. La soglia dell’attenzione, insieme agli spettatori intorno a me, resta alta, le menti collegano, distinguono, elaborano al loro meglio.

Per l’occasione, il palcoscenico è stato portato alla massima spazialità: profondo più di venti metri, altissimo, con due massicci bastioni laterali nel mezzo. Su una lunga fila di sedie, sono allineati numerosi ragazzi di colore, intorno ai venticinque anni di età: approdati a Lampedusa, vengono dal Mali, dalla Nigeria, dal Gambia. Hanno attraversato deserti sabbiosi, superato posti di blocco militari, sfidato i marosi del Mediterraneo. Dal Centro Accoglienza Richiedenti Asilo di Castelnuovo di Porto, dove sono ospitati, hanno frequentato per otto-nove mesi un percorso di laboratorio con Vannuccini, il cui esito è ora qui, sulle assi di legno dell’Argentina, in replica per tre giorni.

A piedi nudi, portano con disinvoltura camicia bianca e completi scuri. E quando camminano verso di noi, fino al limite della ribalta, a un paio di metri dalle prime file, e fissano negli occhi, la sensazione di disagio è palpabile. Si muovono sempre in gruppo, disciplinati, vicini l’uno all’altro, a proteggersi, a volte ciondolando dentro abiti di un paio di taglie superiori. Poi rientrano verso il fondo, mentre una ragazza bianca, capelli lunghi e vestito rosso, narrando di piogge e foreste, lascia cadere con l’innaffiatoio un lungo getto d’acqua sulla testa di uno di loro. La giacca fradicia, gocciolante, verrà più tardi esibita simile a un trofeo davanti agli spettatori: magari è quanto resta di uno dei tanti barconi affondati tra l’Italia e l’Africa.

“Questa performance è un reportage, una mappa, un abbecedario, una composizione poetica di scene fra teatro, danza e musica che fanno da finestra all’immaginazione per chiunque abbia voglia di domandarsi da che parte si dirige il mondo”. Sono ancora parole del regista: “Nessun folklore, nessuna pedagogia. Al contrario del teatro che illustra e giudica, l’azione scenica qui si presenta come semplice evento”.

Se non siamo in presenza di teatro, se non assisto a uno spettacolo, perché allora non sono stata invitata a Lampedusa o presso uno dei tanti C.A.R.A. nel sud dell’Italia? Perché Vannuccini non vuol farli vedere all’arrivo, sporchi, affamati, precariamente vestiti? Perché Respiro non è un servizio di telegiornale, bensì una revisione “poetica”, drammatica, teatrale, di una delle tante news dei network pubblici e privati.  Quella enorme busta, calata con una corda dal soffitto fino a terra, non contiene t-shirt e shorts dai tempi migliori: piuttosto, racchiude vestiti da distribuire ai rifugiati, giacche di buon taglio, pantaloni abbinati, soprabiti. Vannuccini stesso, in maniche di camicia e barba bianca, occhi bistrati, li toglie dal sacco e li ordina sul pavimento, chissà perché con crescente fastidio, con gesti ampi e plateali, da ambulante annoiato dei cumuli di roba usata. Più avanti, in una sorta di coreografia minimale, allineati uno accanto all’altro, i ragazzi innalzano cappotti pesanti collocati su stampelle, quasi fossero cartelli con messaggi da lanciare a noi spettatori.

Insomma, lo stimolo a tentare una qualche forma di critica di ciò che in fin dei conti si è rivelato il reportage di un evento di cronaca tradotto, traslato in una sia pur singolare messinscena artistica, torna prepotentemente in primo piano quando uno dei ragazzi arriva al microfono e, in un dialetto africano, aiutato da rari gesti, intraprende un racconto non brevissimo, per noi del tutto incomprensibile.

Dunque, rassicurata nella conferma dell’impressione iniziale, ovvero di non dover interpretare qualcosa che reclami a gran voce di non voler essere interpretato secondo una funzione poetica e metalinguistica dell’opera, incontro nuovamente i segnali tipici e ben riconoscibili nella teatralità in quanto tale. Decine di paia di scarpe nere vengono distribuite una per una ai rifugiati in fila, come fossero pane. Non ne copriranno mai i piedi: Vannuccini le utilizzerà saltando da un tavolo all’altro, animandole in un gioco mimico di bastoncini di tamburo, attrezzi di battitura. Ma i ragazzi di Respiro rimarranno scalzi fino all’ultimo. E poi il gioco del materasso. Dopo aver camminato lungo una fila di tavoli allineati, si lasciano cadere a faccia in giù su una branda appoggiata a terra. Un aspirante suicida lanciatosi nel vuoto e caduto sul soffice telone dei vigili del fuoco? Oppure un migrante rapito dai flutti in tempesta e mai più tornato a galla? È un’immagine di salvataggio provvidenziale o di morte senza scampo?


Chiedo ancora aiuto alle note di regia: “I migranti sono la questione epocale del nostro tempo. Vi invitiamo a guardare quello che nessuna televisione potrà mai farvi vedere. Siete invitati a guardare l’invisibile”. E ancora: “Proviamo a fare un racconto scenico con quelli che, causa la guerra e la fame, hanno attraversato il mare rischiando la vita. Uomini fuggiti dai telegiornali per incontrare altri uomini sulla spiaggia del palcoscenico. Per un teatro attuale”.

Di nuovo la presenza femminile, bianca, magra, vestita solo di slip e body, percorre a larghi passi il perimetro esterno del palcoscenico, aumentando progressivamente di velocità fino a correre per dileguarsi infine sullo sfondo. Lo ripeterà, in seguito, uno dei rifugiati, ma è il passeggiare coattivo dell’animale in gabbia, l’espressione della cattività.

La stessa ragazza, poco dopo, sulle note di Se perdo te di Patty Pravo, si presenta con un costume da bagno intero, scarpette da mare, borsa di vimini, occhialoni neri da sole, cappello di paglia, un leggero scialle intorno al collo. Immaginandosi su una spiaggia, fa il gesto di aprire una crema protettiva e di spargerla su mani e braccia, accorgendosi con disappunto, dopo un po’, che la schiera dei ragazzi di colore è dietro di lei a mimare i medesimi gesti. Qual è la “sublime ironia” dell’uomo dalla pelle nera? Intende proteggere e semmai perfezionare la propria preziosa “abbronzatura”? O, peggio, è preoccupato di potersi scottare al sole africano? A dar retta a Riccardo Vannuccini, “le scene, lasciatevi ingannare, sono soltanto dei pezzi”.

Rientrata alla ribalta, la diafana fanciulla dalla chioma corvina sfoga la rabbia sui bicchieri di plastica pieni d’acqua collocati in quantità al limite del palcoscenico, lanciandoli con furia dietro di sé e bagnando il pavimento. A metter le cose a posto, dopo l’indegno spreco della preziosa acqua di fronte a chi ha sofferto siccità e carestie, ad asciugare l’impiantito entra in scena una coppia di inservienti con stracci e ramazza: capelli biondi, pelle chiara, lui la corteggia chiamandola Colombina, lei risponde senza concedersi. Il tutto rigorosamente in tedesco. La mescolanza delle lingue si complica con un racconto in francese e con la narrazione in italiano dello stesso Vannuccini volutamente sovrastata dal sonoro di musiche e canzoni ad alto volume.

Dopo un balletto appena accennato, un passaggio vocale di Elvis, una lettera alla sorella, un paio di sedie da regista con i nomi di Zuara e Al Zawliah, un lancio di coriandoli di carta nascosti nelle tasche, il miraggio del mare, ecco il raduno finale dei protagonisti, ciascuno impegnato a misurare lo spazio con i passi, le donne bianche a transitare qua e là, mentre la giovane bianca, per tutta la durata trattenutasi nella sua antipatia, dà finalmente in escandescenze in lingua inglese, e il regista, a cavalcioni di una scopa, galoppa in lungo e in largo spruzzando acqua da una pistola di plastica.

“Teatro come sospensione del quotidiano, emergenza, necessità, paziente e buffa perdita di tempo”.

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Respiro

Uno spettacolo di Riccardo Vannuccini

Con i rifugiati provenienti dall’Africa ospiti del C.A.R.A – Centro Accoglienza Richiedenti Asilo di Castelnuovo di Porto: Godfrey Nwabulor, Lamin Njai, Yaya Giallo, Joseph Eyube, Shadrach Osahon Okosun, Mubarak Rabin Bawa, Yusnu Bawa, Bakary Camara, Baba Drami, Ibrahim Sow, Camara Yeli, Mamadou Saleou, Kassim Isah, Emmanuel Lucky, Saibou Rakibou, Ibrahim Mohammed, Oudè Diabate, Odine Gideon, Barham Nbowe

E con Alba Bartoli, Maria Sandrelli, Eva Allenbach, Lars Rohm, Eva Grieco, Rebecca Mouawad, Riccardo Vannuccini

Testi da Shakespeare, Bachmann, Eliot, Eschilo, Omero

Scene, costumi, luci Yoko Hakiko – Colonna sonora Rocco Cucovaz

direzione organizzativa Alba Bartoli – direzione tecnica Daniele Cappelli

assistente alla regia Miriam Semplice Marano – regista assistente Maria Sandrelli

responsabile di produzione Caterina Galloni – direttore di produzione Flavia Meuti

coordinamento attività Gaia Di Gioacchino

social media partner FATTIDITEATRO

foto di scena Francesco Galli

progetto grafico Francesco Cerasi

 

 

Riporto qui di seguito la poesia che l’amico Charles MecCharles – lo ringrazio ancora una volta – ha composto ispirandosi alla mia recensione dello spettacolo “Respiro”.

Eran le cinque in ombra della sera! / Quando la sera si tinge d’ombra nera /  raccogliendo nel sudario della notte /  folli storie vissute in bianconero. /  Le ferite bruciavan come soli /  alle cinque della sera, / quando un manipolo venne scelto / per offrir dignità all’ipocrisia. / E non potendo lavar quel colore, / fecero all’immaginazione il gran dono /  d’offrir ciò che è d’obbligo regalar /  affinché la coscienza non s’indigni. / Eran le cinque d’una sera qualsiasi, / là nell’infinità di quel maledetto mar / l’anima d’un uomo è morta nel buio / della sofferenza concessa solo agl’ultimi. / Il resto era morte e solo morte / alle cinque della sera, / nell’orrido ventre di quel deserto / in cui sfiorì l’illusa speranza / d’esser risorto alle cinque della sera. / Lo squallido proscenio di realtà / si colora di tenui color che infiammano / l’innocenza cristallina di chi non ha storie, / mentre la coscienza di stupor s’imbianca: / alle cinque della sera. / E mente il toro muggiva, / l’odio nero bolliva nei visi / e la follia si vestiva di pallida paura / sull’altare dell’inutile chiacchierare. / Quando lontano saran le cinque della sera / quel manipolo di ceffi neri / sarà il protagonista d’una commedia / tragicamente dolorosa ed inutile / e tu spettator dal pallido sorriso, / tu sei il toro o il matador, / in quest’arena senza pietà? / Saper di conoscenza / alle cinque d’una sera!

Autore: admin

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