Vincenzo VITA e Gianfranco MIGLIO PICCHETTO- La memoria. Per Giuseppe Ferrara

 

La memoria*

 


PER GIUSEPPE FERRARA

giuseppe_ferrara

Regista di cinema politico e militante- Narrava la sostanza degli accadimenti, detestava orpelli e retorica

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(v.v.) E così se n’è andato anche Giuseppe Ferrara, il regista del cinema militante e del realismo integrale. E’ morto in povertà, in ospedale, da molti persino dimenticato. E sì, perché il baricentro culturale si è spostato molto, in territori lontanissimi dai suoi racconti-verità. Occupati dal pensiero unico del liberismo dell’immaginario. Quelli, invece, hanno fatto grande un’esperienza così coraggiosa e tenace, senza bavagli: “Il sasso in bocca”, “Faccia di spia”, “Panagulis vive”, “Cento giorni a Palermo”, “I banchieri di Dio”, “Il caso Moro”, “Guido che sfidò le Brigate Rosse”, oltre ad una serie per la televisione inedita (“Roma nuda”) e alla collaborazione con Cesare Zavattini ne “I misteri di Roma”.

Zavattini, Rosi sono riferimenti di un intellettuale impegnato fin da giovane, colto e deciso. Non sembri facile il modello di docu-film di Ferrara. Ogni titolo evoca una ricerca spesso difficile, condotta tra ostacoli visibili e invisibili. La storia attraverso l’audiovisivo ha una forza straordinaria, e la miscela tra realtà e narrazione è un linguaggio di straordinaria efficacia. Non per caso la mano censoria, spesso nascosta sotto la maschera del Mercato, incombe su ciò che infastidisce le “memorie ufficiali”. E non per caso l’Italia è piena di misteri irrisolti.

Com’è attuale Ferrara, ora che la sua impostazione viene ripresa –magari in modo raffazzonato- in tanta parte della produzione, ivi compresi i talk televisivi. La realtà, del resto, sta esondando dovunque. E i maggiori successi seriali, da “Gomorra” a “Romanzo criminale”, gli sono in qualche modo debitori.
Eppure, il silenzio è calato e solo la morte, al solito, risveglia un po’ le coscienze.

Ferrara ha accompagnato anche l’attività dell’associazione degli autori cinematografici, nelle varie iniziative per la difesa del cinema italiano ed europeo, nonché nella eterna discussione sulla riforma dei media. Partecipava anche alle riunioni del Pdup, di cui fu simpatizzante a lungo. Una personalità seria e rigorosa, uno spirito polemico e mai prono.

Va ricordato in modo non retorico. Anzi. Perché la Rai (dopo avere fortuitamente trasmesso il suo  radicale, icastico “Caso Moro” la sera della scomparsa, n.d.r.) non dedica al regista scomodo una personale che ne faccia conoscere l’immenso lavoro? O dobbiamo arrenderci all’eterno ritorno di James Bond? (*Articolo21.org)

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Ci ha lasciati, due giorni fa, il caro amico (regista, sceneggiatore, produttore) Giuseppe Ferrara, esponente di spicco della generazione che profuse attraverso il cinema la propria passione civile. Veniva chiamato “il cinema dell’impegno”, figlio del ’68 e degli anni ’70, un genere che durò pochi anni, fagocitato dal cinema d’evasione alla Vanzina coi cine-panettoni fino all’arrivo dei Cesaroni che “se magnarono” tutto.

Ai Volonté, ai Cucciolla, ai Franco Nero subentrarono i Christian de Sica, i Boldi, i Banfi e qui mi fermo per carità di patria. Giuseppe Ferrara aveva un sogno del cassetto, una sera me lo rivelò: eravamo al Montecatini Festival Fedic (lui era nella Giuria). Aveva in mente un progetto piuttosto ambizioso: realizzare un film su Che Guevara, sogno rimasto sopra le nuvole: neppure Fellini riusciva a trovare finanziamenti per gli ultimi film, figuriamoci.

Con la sua misera pensione Enpals di 650 euro, Ferrara cadde presto in disgrazia fino a venire sfrattato, tra mille proteste, dall’appartamento che occupava a Roma in via delle Medaglie d’oro. Gestì per breve tempo un piccolo ristorante etnico con la giovane moglie brasiliana ma la crisi azzerò anche quel tentativo. Venne avviata una petizione popolare, assieme ad un folto gruppo di intellettuali e registi, tra cui Ettore Scola, che chiedeva per lui l’applicazione della Legge Bacchelli, supporto economico che gli venne vergognosamente rifiutato.

Riuscì ad andare avanti grazie al Comune di Roma che gli assegnò provvisoriamente un alloggio. Piangiamo la sua scomparsa con la “promessa” (noi, non garantiamo per altri) di ri\vedere spesso le sue opere, per approfondirne il messaggio civile e la non secondaria destrezza narrativa, priva di fronzoli e bellurie, capace di arrivare al nocciolo di ipotesi e snodi narrativi, probabilmente azzardati al tempo della loro ‘formulazione’ (come nell’avvincente, di impeccabile montaggio e fluidità di racconto “Il caso Moro”). Ma inesoprabilmente ‘veri’, e nemmeno ‘estremi’ al momento della riflessione storica che l’allontanarsi del tempo comporta. Che intuito, che coraggio caro Beppe…(g.f.m.p.)

Autore: admin

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