Cinzia BALDAZZI – Ovidio e il viaggio della farfalla. Le “Metamorfosi” di Carla Staffieri

 

Scaffale

 

 

OVIDIO E IL VIAGGIO DELLA FARFALLA.

 

Le Metamorfosi di Ovidio nell’edizione di George Sandy (1632)

 

Note sulla silloge poetica Metamorfosi di Carla Staffieri – Al Mangiaparole, Roma.

 

A Roma, presso l’associazione culturale Mangiaparole, è stata presentata l’ultima raccolta di poesie di Carla Staffieri. Alle mie note di presentazione sotto riportate è seguito un ampio dibattito sul valore universale della poesia, sul suo attraversare la storia e superarla, sull’impossibilità di definirne aprioristicamente qualsiasi formula di successo. La poesia può essere ovunque ma, attenzione, si riproduce misteriosamente e non a condizioni imposte.

Carla Staffieri


Nei libri, nei saggi che leggo, scrivo o commento, attribuisco – dall’adolescenza all’attuale maturità – un’attenzione rilevante e approfondita a quelle dediche, quelle frasi, quelle citazioni e quegli aforismi sulla poesia e letteratura, sulla prosa d’arte o sull’indagine del pensiero, collocati nelle prime pagine del volume, in veste di guida, di invito, a un proficuo viaggio di piacere e conoscenza nel suo progredire. L’opera di Carla Staffieri si apre così: “… dedico la nuova silloge a me stessa, divenuta farfalla dopo la metamorfosi…”.

La farfalla esercita un fascino intenso sull’immaginario umano. Nella sfera dell’Olimpo classico, la bellissima fanciulla dalle ali di libellula di nome Psiche si invaghisce di Amore (Eros). La volontà divina le consente di incontrare l’amato soltanto di notte e senza mai vederne il volto: Psiche, vinta dalla curiosità, contravviene il divieto e illumina i tratti di Amore. Costui scompare alla vista della giovane e, soltanto dopo numerose e crudeli prove, gli dèi, impietositi, donano a Psiche l’immortalità e la ricongiungono a Eros. Da tempi immemorabili, questo speciale insetto è creatura simbolica per eccellenza. Le forme delicate, armoniose, molteplici, ne suggeriscono la bellezza, in particolare quella d’arte.

Amore e Psiche di Middleton Jameson (1898)

Nella Enciclopedia dei simboli spiegano: “La meraviglia per questo fenomeno che si origina e si sviluppa senza attività esterne, conducendo l’animale dalla condizione di bruco a quella di larva e infine di farfalla, colpisce profondamente, spingendo a riflettere sul proprio percorso spirituale. Si convincono di essere in grado di abbandonare la loro natura corporea e ascendere al cielo della luce eterna”.

In tale simbologia sarebbe quindi custodito uno sfondo metafisico ricco di risposte segrete, intessute di una mistica compenetrazione reciproca del mondo visibile nell’invisibile: il punto d’incontro tra la temporalità data e quella ulteriore, a venire. Le metamorfosi di Carla Staffieri entrano a pieno diritto in un ordine di riferimento affine. Ad esempio, la farfalla ospite nell’orizzonte onirico, nei sogni, indica un fluttuante alterarsi di livello in chiave psichica, un cambiamento in corso nell’esistenza del sognatore, il passaggio da una fase all’altra; nelle poetiche, a volte, può essere anche un’esortazione a “vedere” la bellezza e le potenzialità presenti, svincolandole per lasciarle esprimere.

Una credenza popolare greco-romana, abbastanza diffusa, stabiliva fosse il segnale dell’uscita dell’anima dal corpo. Presso gli Aztechi era testimonianza di uno spirito guerriero abbattuto. Nella mitologia nel nostro continente, nel ciclo teologico celtico-irlandese, la bellissima Erin, sposa del dio Mider, era stata trasformata in una pozza d’acqua dalla prima moglie, gelosa di lei. Ne uscì un bruco trasmutato in una magnifica farfalla: gli dèi la protessero poiché aveva poteri miracolosi. Anche qui, dunque, il simbolismo appartiene all’essenza, all’essere, liberato dall’involucro della materia. In conclusione, simile al risorgere della Fenice, è veicolo dell’utopia di riuscire a raggiungere, tramite varie fasi, un grado superiore di perfezione.

Publius Ovidius Naso

Nacque l’uomo, o fatto con divina semenza da quel grande artefice, / principio di un mondo migliore, o plasmato dal figlio di Giapeto [Prometeo] / a immagine degli dèi che tutto regolano, / impastando con acqua piovana la terra ancora recente, la quale, / da poco separata dall’alto ètere, ancora conservava qualche / germe del cielo insieme a cui era nata (I, 78-83).

Sono gli esametri del primo Libro de Le metamorfosi di Ovidio. Dopo gli uccelli, le bestie e i pesci, con tre parole si descrive l’ultima nascita: natus homo est. Con ciò, il poeta sembra non sapersi decidere su quale sia mai stato il creatore dell’essere umano, trasformatosi nella sua genia, provenendo dagli elementi acqua e terra appena allontanati dall’etere divino. Il mito accolto si rivelerebbe mescolanza di almeno due precedenti: il primo narrato da Protagora nell’omonimo dialogo platoniano (nel quale l’uomo è forgiato dai due fratelli Prometeo ed Epimeteo), poi il più parodico di Callimaco (nel quale viene modellato dal fango).

In entrambi i casi, il senso è comunque nelle parole di Carla Staffieri: siamo “nella vita come un dono / scartando i giorni / sfogliando le pagine / a indovinare i nuovi passi” (Sto nella vita).

La raccolta, essendo appunto intitolata Metamorfosi, è probabile riconduca a Metamorphoseon, genitivo plurale “di relazione” – nella traduzione italiana Le Metamorfosi – di Publius Ovidius Naso, ossia Ovidio. Il celebre epos, ultimato prima di essere costretto all’esilio nell’8 d.C., composto di quindici parti, ha trasmesso ai posteri numerosissime storie e racconti mitologici dell’antichità greca, ritenuti immortali nei secoli. In quale modo o misura, forse vi chiederete, il grande autore romano, originario di Sulmona – dunque, se possiamo dire, legato alla terra d’Abruzzo al pari di Carla – avrebbe la capacità, dopo duemila anni, in un’altra lingua, di ispirare, di ritrovarsi, pur liberamente elaborato, in una poetica dei nostri tempi? Tra l’uno e l’altro, nel mondo, nella società, intorno agli artisti in particolare, esisterebbe una sorta di Musa divenuta immagine attuale, un’entità intima, naturalmente partecipe dei moti più riposti dell’essere privato onnipresente.


Oggi, pertanto, non saremmo più soli, affermava già nel 1974 il critico Giacomo Debenedetti: le apparizioni suscitate sono suggestioni ripetute ma sempre differenti, non hanno nulla di gratuito, di inspiegabile. Sentiamo, sappiamo cosa pensare, siamo coscienti di come, nella sostanza, il loro simbolismo sia nel medesimo tempo universale nella bellezza, singolare e irripetibile nel decifrarne il concreto.

Scrive la Staffieri in Un anno in più: “Un anno in più / da sommare agli anni / e non sentirli addosso / come scialli di seta / leggeri nel vento (…) non si ritorna indietro / dopo l’estate l’autunno / son rinata così un giorno con ragnatele di rughe”.

Poi conclude: “il tempo m’ha restituito tempo / voce interiore incandescente come lava / risveglio di cuore e d’anima / a riempire le vene e il sangue della vita” .

Ha ragione Carla. La voce incandescente, quasi una lava, proveniente dal profondo della terra, è concepita segno della specie umana, che risveglia dal passato e irrora vita immediata. È il canto della poesia mai estinto, e ovunque, in ogni momento, riconoscibile. Instaura collegamenti, supera spazi e tempi avvenuti, costruisce una personale vicenda utopica ed evocativa in grado di transitare, nell’ispirarsi cronologicamente e storicamente, da prospettive remote fino all’arco sperimentale e attivo della storia consueta, accessibile, della notte e del giorno, veicolata per magia in rime e strofe. Il meccanismo è tanto perfetto e grandioso, a volte, da farne dubitare l’esistenza.

In Scorrono le ore, l’autrice confessa: “scorrono i minuti e scorrono gli anni / e occorrono scuse e perdoni / perché non siamo mai abbastanza grandi / di fronte alle nostre piccolezze”.

Torniamo a Metamorfosi. Essa anima dapprima il cambiamento da bambina a giovane donna, da una “beata spensieratezza” al “lato buio della gioventù”, dove si lotta per aderire a noi stesse. Ma, lo sappiamo, sul nostro specchio vorremmo vedere riflettere il meglio di quello che potremmo essere, in virtù dei modelli chiamati in giudizio.

Ascoltate l’esordio di Ovidio: “L’estro mi spinge a narrare di forme mutate in corpi nuovi. / Oh dèi (anche queste trasformazioni furono pure opera vostra)”.

Driope, madre di Pan, si trasforma in albero

La prima splendida evoluzione naturale percepita direttamente è il rapido ma graduale passaggio dall’infanzia all’età adulta. “Chi eri, bambina dai calzini corti”, scrive Carla Staffieri, “chi eri, ragazza dai capelli / e dalle idee scarmigliate”. Ben presto, però, i versi conclusivi proiettano nell’oggi adulto e, poco dopo, nella maturità: “chi sono ora, donna madre / non aderente ai modelli proposti / autentica e unica ho preso in braccio / la mia vera essenza, oltre che figli / ho cullato l’anima attenta ma salva”.

Nel capolavoro romano, di stampo alessandrino, la metamorfosi di un individuo in animale, pianta, famiglia di stelle, altro sesso, divinità, rappresenta un tema unificante ma non esclusivo. Similmente alla successione delle pagine nel libro di Carla, il nesso centrale è, in realtà, l’amore per sé, diretto ai figli, coltivato nello scambio della coppia. La passione indirizzata all’Io è il leit motiv di ambedue le opere, nell’ovvio traslitterare di dati, lingua, storia, della quale si è parlato in apertura.

La poetica ovidiana è genuina e vitale, gode di una larga superficie significativa di fiducia augustea. Non crede nel continuum di un assetto terreno precostituito o imposto, quale garanzia di perdurare nel e oltre il tempo. Rivolgendosi a Giove, chiarisce: “Quando vorrà, ponga fine al corso incerto della mia vita / quel giorno che solo sul mio corpo ha dei diritti (…) se ha qualche verità il presagio dei poeti / vivrò, per la mia fama” (XV, 871-879).

Fama indipendente dalla permanenza terrena, la auguriamo senz’altro all’intera comunità, a chiunque si prepari in coscienza a dover gestire il coraggio di non sottoporsi a forza ai modelli imposti salvando la propria anima. Carla Staffieri è tra loro, quando chiude così la poesia Scusate: “lasciatemi cantare tra le stelle, ora / e parlate di me al sole, quando nasce / poiché la poesia sfiora l’infinito ed è l’eterno”.

Anche la tematica della donna-madre, nel complesso porsi nello spirito, comportamentale e fisico, trova ampia eco nelle pagine della Staffieri, descrivendo la donna non esclusivo oggetto di desiderio maschile, piuttosto nella psicologia polisensa della posizione ampia conquistata all’interno del contesto familiare.

Allora ricordiamo il monologo ovidiano di Driòpe, tormentata madre di Anfisso e di Pan, e la maternità disperata di Latona, amata da Zeus. Rimasta incinta, nel timore di rappresaglie da parte della moglie Era, Latona fu allontanata dal padrone dell’Olimpo. Fu nondimeno inseguita dal serpente Pitone e costretta a traversare le onde potenti del mar Egeo superando pericoli e trappole micidiali. Riuscì infine a rifugiarsi a Delo e a partorire Artemide e Apollo, anche grazie al soccorso di Orione, caduto nel difenderla.

Nell’isola di Delo, Latona partorisce Artemide e Apollo

In Una donna e le onde, la Staffieri racconta: “c’è una donna in riva al mare / la testa china tra le mani, lo guarda / il respiro si fa corto, le spalle si sollevano / e s’abbassano in un ritmo veloce (…) / la donna lancia alle onde il suo sgomento / dove trovo la forza / per plasmare uno scoglio e tornare al mare?”.

Sopravvissuta, vuole forse ricongiungersi all’amore dal quale si è ingiustamente allontanata: ancora viva, grazie alle carezze salate che “leniscono il dolore / bruciano sulle ferite ma le guariscono”, sfinita si adagia e, quasi dormisse, “si lascia trasportare”. Ma poi il cuore sembra inerte e una voce amica implora le onde di sollevare “quel cuore sfinito / quel corpo straziato ormai spento”, diffondendo in lei la forza per invocare un gabbiano a condurre la sua anima nel mare infinito di voci e di pianti mai ascoltati. Soprattutto, quelli provenienti da giovani innamorate, madri abbandonate come lei.

Ecco i versi di commiato di Metamorfosi della Staffieri: “ma metamorfosi nessuna nel percorso / e allora mi ripiego nel mio bozzolo / e lotto per rinascere farfalla”.

La crisalide, associata al corpo umano, ha in sé e gestisce le potenzialità tipiche dell’essere sano e incontaminato. Soave e variopinta, è il frutto di una “lotta” invece elaborata, pesante e senza colori: viene traslata in un insieme di riferimento naturale ulteriore, ampio e rassicurante. Consente e spinge idealmente a trasfigurare la cosalità sensibile in modo consapevole, evoca nel reale eventi nuovi, inerenti ai sogni, alle tensioni, ai desideri più profondi e segreti.

La scelta ovidiana di usare il “mito” in funzione di materia principale di mutamento deriva dalla letteratura alessandrina, da lui seguita e amata. Tuttavia la spinta generativa, il suo sentire oltre, erano ben chiari sin dal rifiuto di ricorrere fedelmente alle fonti della tradizione: se nel repertorio alessandrino la mitologia esponeva  occasioni riflessive a carattere erudito e moralistico, nel grande vate di Sulmona il soggetto dell’opera diviene un ingegnoso artificio del fluire, in divenire, di una realtà inedita.

Forse più esemplificativa delle altre è la storia di Cadmo e Armònia, nel VI libro di Metamorphoseon. In seguito a un lungo peregrinare, Cadmo giunge con la consorte nella regione degli Illirii. Oppressi ormai dalle sventure e dagli anni, conversano tra loro. Rievocando le prime vicende del casato e ricordando le peripezie, a un tratto lui afferma: “Forse era un serpente sacro quello che trafissi con la mia lancia ai tempi in cui lasciammo+ Sidone, e del quale seminai i denti, semi mai visti, nel suolo. Se gli dèi si preoccupano di vendicarlo con un’ira spietata, possa io stesso protendermi, serpente, su un lungo ventre” (IV, 564-575).

Cadmo e Armonia si trasformano in serpenti

Infatti, mentre parla, lentamente assume la fisionomia strisciante di un rettile. Ma Armònia non si fa travolgere dal disperato destino e supplica gli dèi, persuasa e persuasiva, di assumere sembianze comuni all’amato. Racconta Ovidio: “Improvvisamente sono in due a serpeggiare con spire congiunte, finché non si ritirano nel folto di un bosco vicino. Ancora oggi non fuggono l’uomo né lo aggrediscono per ferirlo. Serpenti pacifici, non hanno dimenticato che cosa furono un tempo”.

Duemila anni dopo, Carla Staffieri compone il brano Ti cerco, in un mondo senza divinità vendicatrici, senza pene da scontare entrando nella pelle di serpenti ”dal collo lungo”: ma con il medesimo amore rinvigorito da spostamenti in avanti, nonostante difficoltà e ostacoli da sormontare.

Ecco la parte finale: “ti cerco con il piede ad intrecciare radici nella terra / e crescere come talea su ramo legnoso / che non ci attacchi malattia o ci trovi più forti / perché sorprenda il sol corpo vecchiezza / tempo non è più d’osare e nemmeno più se ne ha / ti cerco e tu trovami per fermare un po’ il tempo / per sfidarlo e sorprenderci complici ancora / di sogni, di viaggi lontani, di tempi al futuro / perché per tutto ciò c’è un’opportunità ancora / per la nostra eterna lotta con la vita”.


Carla Staffieri

Metamorfosi

Roma, Aletti Editore, 2015, pag. 70, € 12,00



Autore: admin

Condividi