Teresio SPALLA-038. Un posto in cui tornare (almanacco aprile-maggio 2016)

 

Almanacco


 

039 . UN POSTO IN CUI TORNARE

Aprile-maggio 2016

Ricordo del grande scrittore e poeta americano Robert Penn Warren (nella foto)

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Non è in corso alcun centenario o avvenimento succedaneo. Però mi è capitato, come succede quando si fruga tra le vecchie carte, di trovare, proprio oggi, gli appunti per l’intervista che avrei dovuto fargli quando venne in Italia, nel lontano 1979, in un viaggio che aveva l’intento, secondo il suo agente newyorkese, di favorire la pubblicazione del suo ultimo romanzo – “A place to come to” – che alla Rizzoli (che nel ’72 aveva comprato la Bompiani, il suo tradizionale editore italiano) avevano rifiutato.

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Poi l’intervista non ci fu perché Penn Warren, allora settantaquattrenne, decise di andarsene in fretta e furia dal Paese dove, cosa non rara, dovevano avergli abbondantemente fatto girare le scatole.

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Di questa sua arrabbiatura esiste però un’altra versione che mi fu rivelata da una donna (moglie, segretaria ?) dal fisico rinsecchito e dalla voce impastata di fumo con cui parlai poco prima della partenza : una discussione all’acido cianidrico con Bompiani (allora ottantunenne impegnato finalmente nella sua vocazione di drammaturgo senza i fastidi della casa editrice) il quale non aveva mai voluto pubblicare le raccolte di poesie (la cui stesura occasionale va dal ’23 all’81) che invece l’ottimo Sergio Perosa aveva raccolto (1923-1971) in “Racconto del tempo e altre poesie” ma edito da Einaudi nel ’72.

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Ci voleva proprio la mia sfacciataggine di ventenne per tentare di rappacificare i due litiganti.

A dir il vero non fui mosso proprio da questa intenzione ma dall’eccezionale occasione che mi si poneva di incontrare due personaggi che godevano della mia grande ammirazione.

Da una parte l’autore di “Tutti gli uomini del Re”, “La banda degli angeli”, “Adam o della Guerra Civile” e soprattutto “Chi parla per i negri ?” e dall’altra l’unico editore italiano (e in questo certamente superiore a Longanesi) che fu anche un importante uomo di cultura e un drammaturgo d’eccezione di cui avevo visto la commedia più importante e bella – “Albertina” – che, trasmessa il 25 giugno ’71, nel ciclo di prosa televisiva “momenti del teatro italiano”, si può dire avesse folgorato – insieme a “Tre quarti di luna” di Squarzina (7 luglio) – il ragazzo entusiasta e appassionatissimo di palcoscenico ch’io già ero nella primissima adolescenza.

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Sarà stata la mia ancora filodrammatica familiarità con l’inglese, sarà stato che non doveva essere e basta.

Nonostante gli sforzi della donna misteriosa la quale ci teneva a godersi la porzione fiorentina dell’Italia turistica d’allora, Penn Warren se ne andò per sempre e Bompiani lo vidi solo qualche anno dopo, ai tempi della pubblicazione dell’affascinante corrispondenza con Zavattini (’89).

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Ma cosa univa le due personalità al di là della rispettiva attività culturale per cui sarebbe stato non solo logico ma anche importante rimetterli insieme ?

Io pensavo – e oggi lo penso suffragato da maggiore esperienza – che nelle commedie di Bompiani, e specialmente in “Albertina”, veleggiasse un profondo senso di colpa per le commistioni col fascismo (per sfuggire al confino il buon Valentino, che antifascista lo era per diecimila ragioni a cominciare dal buon gusto, fu l’editore italiano dell’unica edizione del “MeinKampf”, argomento di cui si parla nell’Almanacco n°037).

E Penn Warren portava con se l’insanabile e bruciante ferita, l’incicatrizzabile dolo, di essere stato razzista-segregazionista, di avere addirittura lodato lo schiavismo come soluzione ottimale per i neri d’America fino a quando, negli anni del rooseveltismo e della guerra, non si lasciò drammaticamente e perentoriamente alle spalle questa esperienza non solo giovanile.

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Un’esperienza che, però, durò dall’infanzia al ’37, partecipando, negli anni ’20, al manifesto collettivo “I’ll take my stand” (“Prendo posizione”) in cui si teorizzava che, impossibilitati a tornare i ceppi e le catene, il segregazionismo era l’arma migliore per assicurare ai “niggers” la vita decorosa che essi “pretendevano” dai bianchi.

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Penn Warren nacque nel Kentuky, lo stato dove videro la luce sia Lincoln che Jefferson Davis – il presidente della confederazione secessionista – e che, pur rimanendo apparentemente neutrale, durante la guerra civile diede uomini maggiormente alle truppe sudiste. Poi si spostò nel Tennessee – dove la situazione non era molto diversa, anzi più chiara – per frequentare la scuola superiore. Condizionato dalle idee di famiglia ma anche da una cattiva comprensione di altri scrittori del Sud, quando si laureò a Berkeley in California, aveva già idee piuttosto chiare in materia di negazione dei diritti civili tanto che andò poi ad insegnare al “southwestern college” di Memphis considerata una delle università più razziste dell’Unione.

Ma, proprio in quel contesto, cominciò a pubblicare poesie.

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Fu proprio la qualità di questi suoi primi sforzi lirici. e l’impossibilità di comporre il suo estro poetico alle mortualità estetiche dei sudisti, a metterlo in crisi.

Grazie all’amicizia con l’antropologo-culturale John Adlar (che proprio da Memphis partì per i suoi studi fondamentali sugli indiani d’America) si legò alla società letteraria dei “fuggitivi” che a Nashville, attiva tra il ’20 e il ’26, pubblicò anche per breve tempo una rivista – appunto : “Il fuggitivo” – in cui fu accolto il suo “Brian patch”, un collage di testimonianze dal vivo sullo vita degli afroamericani del Sud.

In breve divenne amico di tutti i componenti del cenacolo di cui oggi è rimasto l’esponente più celebre.

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Nessuno di essi sospettava che egli viaggiasse su due binari (come tanti altri uomini del Sud affermati nel giornalismo o in altre azioni culturali di quel tempo) esponendo, da un parte, lo stato delle cose con una crudezza indulgente alla profonda pietà e, dall’altra, militando nel campo di chi questo stato di cose voleva non solo mantenere ma aggravare con provvedimenti perversi.

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Quando venne fuori un suo libello infamante contro John Brown – l’apostolo degli schiavi – fu costretto ad ammettere la propria dottrina dei “separati ma eguali”, un’ipocrisia che, intorno alla questione razziale, durava dal 1896.

Si marginalizzò allora nel sottogruppo (poi divenuto gruppo a se stante) dei “southernagrarian”, gli autori dell’America bianca e contadina che cominciavano a rifarsi all’estro assoluto di William Faulkner, il quale dal 1918 scriveva racconti tentando di non spostarsi dalla contea di Lafayette, nel Mississippi, divenuta nelle sue opere successive la mitologica e tragica, l’indimenticabile e formidabile Yoknapatawpha County.

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Allora Penn Warren iniziò a confrontarsi non con Faulkner scrittore ma con la gestione che il futuro premio Nobel seppe fare della sua esperienza sudista e a poco a poco, sotto l’influenza di Adlar ma anche della poetessa Laura Riding, iniziò a tentare, faticosamente, di cambiare parere.

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A questo punto vorrei chiarire che verso quel Penn Warenn non nutro alcuna ammirazione. Il razzismo è una schifezza umana che non può partecipare all’elaborazione di una cultura autonoma come intendevano i “fuggitivi”.

Il razzismo è una schifezza deteriore a cui l’uomo democratico e civile deve rispondere se necessario con la violenza e comunque senza alcuna pietà. Il razzismo è un male che si annida nella parte negativa di tutti gli essere umani ma, se la si lascia vincere e fuoriuscire, genera pericolose equiparazioni, altri negazionismi, altre disumanità.

Ed è il razzismo degli italiani di oggi, nell’Italia di oggi, che ce lo dice. Nessuna tregua, nessuna pace per chi propaga o solo suppone il separatismo di razza.

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Però, d’altra parte, senza falsi pietismi o omaggi all’ “arte per l’arte”, ci si può rendere conto che, nella seconda metà del XIX e nella prima metà del XX secolo, chi nasceva nel Sud degli Usa respirava quest’aria purulenta fin dalla nascita.

E se pensiamo che i due presidenti democratici prima di Roosevelt – Grover Cleveland e Woodrow Wilson – erano in privato razzisti e segregazionisti feroci, possiamo farci un’idea di come, per un giovane poeta nato ai primi del Novecento, le idee potessero essere molto confuse e dettate più dalla fede nel sentimento (allora ancora vivo) di una patria sconfitta che in un mondo nuovo da cui avrebbe dovuto espellere amici e familiari.

Forse è più grave l’adesione, in Italia, all’emanazione delle leggi razziali del ’38, di illustri accademici, uomini di vaglia, lo stesso ministro Bottai ? Difficile rispondere ?

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O forse no. Disse Martin Luther King che l’uomo bianco del Sud aveva una possibilità immediata per capire i problemi degli afroamericani : avvicinarsi ad essi, cercare di capirli.

Chi, di fronte, ad ogni emarginazione, non smuove il suo cuore e non si arma di tutto il suo coraggio, si chiami Marinetti o Penn Warren, merita solo la sordità che utilizza per chi, tra i poveri e gli sfortunati, non considera eguale a lui per sangue e appartenenza all’unica razza che veramente esiste : la razza umana.

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Comunque per Robert Penn Warren questi pensieri di gioventù costituirono un’ossessione fino agli anni Cinquanta quando, finalmente, si decise a tornare, per breve tempo, nella sua terra, per “ascoltare le voci del sangue” che poi ripropose fedelmente nello spietato saggio antirazzista dal titolo emblematico “Segregation”, uno studio che ancor oggi è materia di studio nelle facoltà di cultura antropologica.

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E poi, nel ‘64/65, andò a registrare le voci dei neri, anche di King e di Malcolm X tra gli altri, rivendicando la libertà assoluta degli afroamericani, e pubblicando una serie di interviste ai dirigenti del movimento – “Chi parla per i negri ?” (edito in Italia, sempre da Bompiani, già nel ’65) che ha costituito, insieme all’”Autobiografia di Malcolm X” e “La forza di amare” di King, la principale erudizione, l’essenziale viatico alla lotta che, per chi si ricorda, oggi è più utile di allora. Molto, molto più utile.

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Facendo una digressione, per la mia erudizione personale, devo aggiungere il “Ragazzo negro” di Richard Wright (vedi Almanacco n°020) “Ragazzo di Sycamore” e “Fermento di luglio” di ErskineCaldwell (vedi Almanacco n°017) “Racconti dei negri d’America” a cura di Carlo Izzo e le cronache di Furio Colombo che arrivavano dagli Usa, tra la fine degli anni Sessanta e i primi Settanta, su “La Stampa”. Ed infine gli strazianti blues di Langston Hughes, il massimo poeta di colore di tutti i tempi e di tutti i paesi.

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Tornando all’oggetto di questo pezzullo, con “Segregation” l’emancipazione di Penn Warren dai pregiudizi della giovinezza si era realizzata completamente. Dopo “Chi parla per i negri?” avrebbe messo per un pò una pietra tombale sul suo autodiscusso passato.

Nel frattempo era diventato uno scrittore affermato. L’unico ad aver vinto il premio Pulitzer sia con un’opera di narrativa – “Tutti gli uomini del re” (1946, uscito in Italia nel ’49) e, per due volte, con la sue opere di poesia – “Promises. Poems 1954-1956” nel ’58 e “Now and then” nel ’79 – riuscendo, antireganiano convinto, a continuare a scrivere lavori lirici di successo fino alla morte nel settembre ’89.

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In un’epoca in cui Arthur Miller, nella sua prima autobiografia –“Svolte” 1989 – dice, riferendosi all’epoca in cui scrive (gli anni della devolution) che “un americano su un milione legge ancora poesie” ha pienamente ragione. Credo che oggi, a ventisette anni di distanza, sarà un americano su tre milioni. Ma Robert Penn Warren è pur sempre stato tra i poeti più letti pur col cambio della guardia nei campus, nei salotto culturali di New York. I minimalismi gli passarono accanto senza vederlo e lui non vide, giustamente, loro. Per lo meno i peggiori, presumo.

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Si è sempre considerato appartenente ad una scuola che promuovesse l’autonomia dell’opera d’arte e l’esigenza di studiarla al di fuori di qualsiasi riferimento biografico, sociale o politico.

Ma se c’è un libro “politico” è proprio quello che gli ha dato il successo vincendo, adattato a film cinematografico, tre premi Oscar nel ’49 ed incluso oggi nelle opere adottate dalla filmoteca federale.

E non è che gli altri siano dammeno. “Adam o della Guerra Civile” potrebbe figurare accanto ai libri di Remarque e di Frederic Manning per la condanna del massacro fratricida; “La banda degli angeli” raffigura il problema razziale prima della guerra con un’assoluta mancanza di pudore che uno scrittore del nord non si sarebbe potuto permettere.

Ha scritto anche dei saggi che contraddicono la sua professione letteraria.

Nel ’61, su “Tempo presente” (la rivista di Silone ma anche di Don Milani e Ernesto Balducci) apparvero pure da noi le “Meditations on the centennial of the Civil War” pubblicate come “L’eredità della guerra civile americana”. E questa volta era un’eredità di ingiustizie, rancori, razzismi imperdonabili, una condanna aperta all’apartheid americano.

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Certamente ( e qui si capisce come sia venuto a litigarne anche in Italia con Valentino Bompiani) i riconoscimenti per la sua poesia sono arrivati più tardi.

Il secondo Pulitzer è giunto quando anche la sua lunga carriera di professore universitario si era conclusa a Yale, ultima tappa di un inquieto pellegrinaggio in un mondo dove ebbe il tempo di confrontarsi anche con Marcuse e la rivolta giovanile.

Il suo nome, accanto a quello dell’amico Cleanth Brooks (il pontefice massimo del “new criticism” che insieme a Penn Warren ha anche fondato la rivista di studi letterari “The southernreview”) resta impresso nel manuale “Understandindpoetry” che ha segnato quasi tre generazioni di frequentatori delle università americane.

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Si può dire che la crisi del “new criticism” alla cui nascita e alla cui promozione ha contribuito attivamente, non coinvolse però Penn Warren poiché gran parte della sua attività è stata rivolta soprattutto alla poesia e alla narrazione in se stesse e solo occasionalmente alla critica. Un’altra delle sue apparenti contraddizioni.

Contraddizioni per i suoi nemici, quelli che ancora non gli hanno perdonato il mutamento degli anni Trenta, ma che, a parer mio, sono il segno di una versatilità che ha convertito verso un unico scopo : fare della letteratura e della lirica una lotta per il rinascimento dell’essere umano senza negarsi mai come quest’essere sia in se stesso così prigioniero della lotta tra il bene e il male da non poter rinnegare la sua contaddittorietà.

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La sua ultima raccolta di versi “vecchi e nuovi” risale al 1985 (anche se poi ne ha aggiunto altri, occasionalmente, fino all’estate dell’89) poco prima della sua ascesa al soglio di “poeta laureato” auspicata e voluta dalla biblioteca del Congresso.

Il suo successore Howard Nemerov, comunque, in un breve e banale commento per la sua morte, lo ha ricordato soprattutto per “Tutti gli uomini del re” definendolo “Uno dei più grandi romanzi americani, uno dei più grandi romanzi politici americani” ed ha celebrato il suo carattere ritroso e pudico sottolineando di averlo “amato e rispettato anche al di fuori della sua opera”.

Chissà se sarà vero. Forse anche a Yale i baroni universitari si odiano l’un l’altro.

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Sta di fatto che, nonostante la sua riservatezza personale e il proclamato distacco, Penn Warren è stato alla ribalta della scena americana più per le idee espresse nei suoi libri che per le virtù formali di queste. E’ un male ? Non lo so. Io di Penn Warren ho sempre apprezzato sia le une che le altre e trovo che sarebbe un lettore da ben poco chi ne apprezzasse le bellezze scrittorie a scapito di quelle denunciatarie e viceversa.

E’ un tutt’uno, critici letterari, se non siete ancora morti tutti. E non ci potete far niente.

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E, anche se le sue idee non sono state più quelle dell’adolescenza, il folclore del Sud costituisce pur sempre il tessuto permeante di tutta la sua narrativa. Questo è un particolare da non dimenticare mai.

Arthur Mizener elogiò il suo “impressionismo storico” che secondo lui esce fuori, e credo avesse ragione, anche in “La banda degli angeli” storia di una schiava, il cui padre è un aristocratico sudista, che s’illude di raggiungere un certo livello sociale nascondendo le sue origini dietro il colore rarefatto della sua pelle. Siamo agli albori della secessione e ne avrà da scontare prima di incontrare un po’ di pace.

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Si dice anche che “Tutti gli uomini del re” abbia trovato ispirazione “pure negli stivali di Mussolini” poiché Penn Warren fece un lungo viaggio in Italia negli anni Trenta durante il quale non riuscì affatto ad appassionarsi al fascismo come il suo amico Ezra Pound. Questo è possibile.

Ma il vero modello del protagonista fu Huey Long, il controverso uomo politico democratico della Louisiana, assassinato davanti alla sede del governatorato nel ’35.

E ancora oggi la figura di Long, quando riappare negli occhi degli americani, assume l’immagine di Broderick Crawford che ottenne l’oscar per averlo così felicemente impersonato.

Non a caso hanno tentato un remake dove Sean Penn, troppo giovane e troppo magro, privo della postura degli uomini fatti e rudi del Novecento, non è stato in grado di esser degno d’allacciargli le scarpe.

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L’ultimo libro di Warren, già citato sopra, scritto nel ’77 e ingiustamente inedito in Italia dove pur si pubblicano tante bojate provenienti da ogni sponda dell’Atlantico e del Pacifico, ha un chiaro sapore autobiografico e un titolo malinconico all’Hemingway : “A place to come to” (“Un posto in cui tornare”) che semplifica la sua continua ricerca del perché fu un razzista e perché riuscì a redimersi.

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Tutta l’opera di Penn Warren è quella di un fuggiasco dal proprio passato a cui insiste dolorosamente a tornare per combattere contro la parte negativa di se stesso rimasta lì, abbandonata nella “polvere del profondo Sud”. Ed è bella e consigliabile ai grandi ed ai piccini proprio per questo.

copyright©Scenario.riproduzione riservata

APPENDICE

I FILM TRATTI DAI ROMANZI DI ROBERT PENN WARREN

01 . “Tutti gli uomini del re” (“All the king’s men . Columbia©1949) . adattamento, sceneggiatura, regia e produzione di Robert Rossen . musiche di Louis Grungberg . direttore della fotografia Burnett Guffey . con Broderick Crawford, Joanne Dru, John Ireland, Mercedes McCambridge, ShepperdStrudwick, Anne Seymour.

Vincitore del premio Oscar come miglior film. Miglior regia. Mercedes McCambridge vincitrice del premio Oscar come migliore attrice non protagonista.

Era candidato all’Oscar anche per la sceneggiatura, il montaggio (Robert Parrish, futuro regista) e per l’interpretazione di John Ireland (miglior attore non protagonista).

Fu uno dei maggiori incassi dell’anno e del decennio successivo.

E’ un’opera potente e polemica, volutamente corrusca, immediata. Non lascia spazio allo spettatore per riflettere sulle psicologie dei personaggi e soprattutto sulla graduale corruzione del protagonista, gliela pone davanti senza dargli respiro e lo trascina con lui nel declino e nella depravazione, sino alla morte.

Al tempo Rossen era una delle maggiori promesse del cinema americano e, con questo film (scritto e anche prodotto, nel senso che s’era impegnato i suoi capitali personali con la Columbia, fortunatamente riguadagnati ampiamente col successo in tutto il mondo) entrò definitivamente nel mirino delle “commissioni” anticomuniste.

Per sfuggirvi venne in Italia dove diresse “Mambo”, un drammone sentimentale con Silvana Mangano e Raf Vallone, però poi tornò, diede testimonianza di nomi che la commissione già conosceva ma diede così prova di buona volontà agli aguzzini e potè, con cautela, rimettersi a lavorare.

Al suo attivo altri due film impegnati, tutti e due realizzati a maccartismo messo in soffitta : il poco riuscito “Cordura” (’59) con Gary Cooper, una volta rovello inesorabile degli spettatori accaldati delle riedizioni estive, e il riuscitissimo “Lo spaccone” (’61) con Paul Newman.

Ma il suo contributo maggiore alla rinascita del cinema americano negli anni Quaranta lo diede come sceneggiatore, prima che cominciassero i comitati di censura politica.

I film da segnalare, scritti da lui, sono tanti e ne cito solo alcuni :

“Il lupo dei mari” (’41, da Jack London, con Edward G.Robinson, John Garfield e Ida Lupino; regia di Michael Curtiz);

“Fuori dalla nebbia” (’41, dall’opera teatrale conosciuta in Italia come “La brava gente” di Irving Shaw; alta gradazione rooseveltiana con smacco ironico verso i ricchi e i potenti; con Garfield, Lupino, Thomas Mitchell, John Qualen; regia di AnatoleLitvak)

“La bandiera sventola ancora” (’43, intenso film antinazista sulla resistenza in Norvegia con Errol Flynn, Ann Sheridan e Walter Huston . regia di Lewis Milestone);

“Lo strano amore di Marta Ivers” (’46, film noir dai toni euripidei e non poche connotazioni di perturbazione sociale, con Barbara Stanwyck, Van Heflin, Lizabeth Scott, Kirk Douglas; regia di Lewis Milestone) e altri.

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02 . “La banda degli angeli” (Band of angels . Warner Bros©1957 . regia di Raoul Walsh) . sceneggiatura di John Twist (altri sceneggiatori compromessi con le commissioni, richiesti da Penn Warren, ci lavorarono ma non accrediti, per cui è difficile valutare il loro apporto) . musiche Max Steiner. Direttore della fotografia (Warnercolor©) Lucien Ballard . con Yvonne De Carlo, Clark Gable, Sidney Poiter

A differenza del romanzo, tutto incentrato sulla protagonista femminile, qui la fa da principe anche Clark Gable nei panni di un ex commerciante di schiavi che, divenuto ricchissimo, la compra e la ama ma senza riuscire a farle capire il suo amore fino all’inevitabile lieto fine.

Raoul Walsh, che col maccartismo s’era anch’esso convertito all’anticomunismo più smaccato, sta bene attento che i toni politici di Penn Warren siano cancellati dalla pellicola.

In quanto a Gable, uomo del Sud più per antonomasia che per convinzione intima, più che agli atroci sensi di colpa (i sensi di colpa di uno scafista del XIX secolo) sembra molto più appassionato a mettere le mani sulle gonfie poppe di Yvonne De Carlo la quale, ammettiamolo, è qui in uno dei suoi ruoli più riusciti e meno peregrini.

La chiave per leggere in filigrana la morale molto più acuta di Penn Warren è il personaggio di Sidney Poitier, qui a uno dei primi ruoli che lo consacreranno primo divo di colore di prima grandezza del cinema Usa, quello di Rau-ru, l’ex bambino che il protagonista ha raccolto durante un massacro in Africa e che, nonostante sia stato designato ad erede, rifiuta il suo ruolo e si arruola tra i nordisti; lui è lo specchio reale delle smancerie della De Carlo convinta, quasi fino alla fine, di essere più bianca che nera.

Il film, pur di piacevole visione e scintillanti colori, è la dimostrazione di come, anche a maccartismo accantonato, MacCarthy& Co, e il Codice Hays, avessero ben bene vaccinato il cinema americano non dalla tentazione del comunismo, che mai l’ebbe, ma dal trasporre le problematiche sociali di un libro di toste prospettive in qualcosa che non fosse abbondantemente zuccherato.

03 . Sarebbero da segnalare il primo adattamento televisivo di “Tutti gli uomini del re” (’58) con Neville Brand, modesto di mezzi ma non credo di inventiva, che mi piacerebbe vedere ma però non ho mai visto; e il secondo (2006) con il citato Sean Penn, regia di Steven Zillian che, più che essere la dimostrazione della decadenza del governatore Huey Long è la dimostrazione della decadenza del cinema americano quando, in mancanza di idee, si attacca a rifare storie che è meglio andare a godersi in originale, in edizione curata e restaurata, alla filmoteca del Congresso, o anche in un cinema specializzato di Parigi, o, più modestamente, a casa nostra, in dvd rimasterizzato. Si trova.

Autore: admin

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