Francesco TOZZA- La banalità di quelle dita danzanti (Napoli Teatro Fest)

Napoli Teatro Festival

 

 

LA SCONCERTANTE BANALITA’ DI QUELLE  DITA DANZANTI



Kiss & Cry di Michèle Anne De Mey e Jaco Van Dormael

coreografie: M. A. De Mey e Grégory Grosjean

regia: J. V. Dormael   Napoli,  Teatro Politeama

 

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Un cospicuo numero di operatori teatrali affollava, l’altra sera, il palcoscenico del Politeama mentre il pubblico continuava ad affluire in sala per lo spettacolo che sostanzialmente andava a inaugurare l’edizione 2016 del Napoli Teatro Festival: non erano tecnici in ritardo per gli ultimi ritocchi ad una complessa messa in scena, né tanto meno gli attori già pronti per un pirandelliano teatro nel teatro (o forse sì, a loro modo, come si sarebbe potuto definirli di lì a poco!); erano, più semplicemente, gli artefici stessi dello spettacolo, che senza nascondere – un po’ brechtianamente – la loro presenza ed operatività in itinere, avrebbero dato luogo, per circa un’ora e mezza, ad un bricolage di linguaggi (l’immagine, la narrazione, la danza soprattutto – non quella, ovviamente, sulla punta dei piedi – ma quella, non meno antica però, offerta dalle dita delle mani su due grezzi tavoli, in superficie pieni di una minuscola oggettistica), secondo la promessa contenuta nel programma di sala.

Ennesimo omaggio all’imperante contaminazione, nello specifico offerta come gioco della memoria, all’insegna di un minimalismo evocativamente infantile, proiettato da solerti cameramen sullo schermo del fondo scena. Il quale schermo, da vero polo d’attrazione, ha dominato fin quasi alla fine dello spettacolo, confermando peraltro la provenienza cinematografica del regista, Jaco van Dormael, anche se giunto al matrimono, nella vita e nell’arte, con la coreografa Michèle Anne De Mey e la sua nanodanza: brutto termine (a nostro avviso), quest’ultimo, per indicare quel minimalismo, a volte anche poetico, di cui si diceva poco sopra.

Punto di partenza, o pretesto, dello spettacolo, per quella che nell’attualità del suo snodarsi resta comunque creazione collettiva, è una specie di ricerca del tempo perduto, da parte della voce narrante, per rintracciare le persone scivolate via dalla sua (anche la nostra!) vita e dalla relativa memoria, che non si vuole in ogni caso abbandonare. Di quelle persone la donna (che l’immagine filmica ci restituisce, sempre in sedicesimo ovviamente, seduta e in solitaria attesa sulla panchina di una stazione, con il nome di Napoli sulla facciata, in evidente omaggio alla città che ospita lo spettacolo, ma molto più vicina ai tanti paesaggi di Hopper), non ricorda la voce o i visi, ma le mani: nodose, forti, piene di venature, comunque estremamente mobili, quasi a sottolineare che è il tatto a farsi ricordo, nostalgia, intrigante sinnedoche del corpo, della parte per il tutto, appunto.


E quelle dita, almeno per un certo tempo, sembrano davvero aprire le porte all’immaginazione, alla magia dei sogni, alla poesia dei ricordi infantili, anche perché un po’ tutti, in particolare quelli delle generazioni più adulte, con un’infanzia per niente o non del tutto tecnologizzata, ricordano le figure che il vecchio zio o comunque il buon parente ancora di casa, nella famiglia affettuosamente allargata di una volta, creavano con le dita delle loro mani, proiettandole – in uno stupefacente, anche se ancora rudimentale, gioco di luce ed ombra – sulla parete di una stanza, che diveniva anche per questo la magica stanza dei giochi!

Qui invece, nello spettacolo di van Dormael, il tutto si svolge – con maggior chiasso e assai minore intimità – sull’affollato palcoscenico, dove quelle dita ancora si muovono fra piccole bambole, mini divani, mini lampioni, trenini elettrici, che però, giocoforza per la loro visibilità, acquistano rilevanza, consistenza, solo in quanto proiettate sullo schermo del fondo scena: il vero protagonista di tante storie che restano come prigioniere del demone della virtualità, un po’ compromettendo la nostalgica sincerità del ricordo.

Solo alla fine e per pochi minuti, dopo la sfibrante narrazione, resa fascinosa più che da quelle dita che si ostinavano a danzare, dalla voce calda che ne tracciava la storia e dalle belle musiche che ne governavano il movimento, sommessamente ma incisivamente esplodeva la rivendicazione, ormai quasi catartica, del corpo, nella sua interezza; per cui le stesse dita, non più riprese a distanza, ma finalmente nude, concrete, divenute straordinariamente sensuali, si reimpadronivano direttamente della scena, accarezzando il corpo glorioso dell’attore, secondo l’eterna legge del teatro vivente (in un piccolo lembo di palcoscenico, inondato di luce, le seducenti mani di Michéle Anne De Mey sul petto nudo di Grégory Grosjean); con buona pace del vantato bricolage di linguaggi, sterilmente invasivi, ingenui se non maldestri nella ricerca di un’originalità piuttosto spenta, o forse spentasi nello specifico, con il tramonto di un vecchio e ormai sepolto gioco di un’infanzia, essa sì perduta e – qui almeno – per nulla ritrovata.


Ribellione o resistenza del corpo, dunque, non alla tecnologia in sé, ma alla sua sempre maggiore invadenza o all’uso eccessivo, anche distorto, che talvolta se ne fa, magari anche in quello che per secoli è stato il suo regno? E’ probabile. D’altra parte, di un necessario ridimensionamento della tecnologia sembra parlare, certo a suo modo, lo stesso Van Dormael (evidentemente più a suo agio come regista cinematografico) nel suo ultimo, bellissimo film (visto – manco a farlo apposta – pochi giorni dopo lo spettacolo inaugurale del NTF, ma a Roma, all’Azzurro Scipioni), Dio esiste ed abita a Bruxelles: un dio che è un uomo ordinario, solo assai più  arrogante e potente, che vive nella più anonima delle città, per giunta chiuso nella grande stanza di un altrettanto ordinario appartamento, tutta tappezzata di archivi, e al centro un computer, dal quale domina sadicamente i destini di tutti.

Unica speranza di salvezza, una rinnovata coscienza, negli uomini, dei loro limiti (grazie alla comunicazione, via SMS, degli estremi di ciascuna vita, dovuta alla piccola Ea, ribellatasi al padre-padrone) e un uso per nulla ossessivo, non solo specialistico, in realtà anche estetico, della tecnologia (in virtù dell’accostamento al computer, proprio all’ultim’ora, da parte della svampita e stravagante Dea, moglie in precedenza solo sottomessa al Dio-padrone, la quale, per la sua proficua ignoranza, si rivela in grado di inondare il mondo digitale con cieli azzurri e fiori colorati, sciogliendo l’incubo del verdetto finale in una rinnovata dimensione di solidarietà umana e di imprescindibili legami d’amore fra i più disparati individui).

Una favola, certo, che comunque diverte e fa riflettere contemporaneamente (nella sua buñuelliana irriverenza), perfino con un breve, emblematico riferimento, in alcune sequenze, alla nanodanza di Kiss & Cry, senza tuttavia che l’immagine onirica di quelle dita danzanti, per un loro insistito protrarsi, si traducano in sconcertante banalità.

 

 

Napoli Teatro Festival Italia

Autore: admin

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