Teresio SPALLA-038 Preferisco di no (appunti di un cittadino dismessosi da Roma)

 

Lontano da dove

 


038  PREFERISCO DI NO

Appunti di un cittadino dismessosi dal Roma

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L’Almanacco non si è mai dedicato, per mia scelta, ad eventi di fuggevole cronaca. Anche quando ho pubblicato qualcosa su Imperia – la città dove sono nato – ho sempre cercato, e credo di esserci riuscito, di proporre interventi che spingessero il lettore a spaziare il suo sguardo oltre il tempo corrente e ampliare le sue potenzialità cognitive.

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Le elezioni a Roma – la città dove, tra un’escursione e l’altra in giro per il mondo ho abitato prima, per sette anni, in una zona dell’alta Cassia, e poi, più felicemente, in uno dei punti maggiormente nevralgici (e una volta più vivibili e piacevolmente dolci) del quartiere Prati – mi hanno comunque coinvolto in una discussione iniziata dal prof.Mauro Canali, un eminente storico che stimo moltissimo e dei cui libri, recenti o meno, consiglierei la lettura a chi s’interessa di storia contemporanea, anche per la prosa fluida e trascinante, la profondità attraente dell’analisi.

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E poi, partecipando a questa discussione, sempre ad esclusivo titolo apolide e personale, mi sono reso conto che, parlando di Roma – il sogno ingrato del romanticismo risorgimentale divenuta una cloaca di aberrazioni fellinesche e postpasoliniane – hanno trasformato la fuggevole cronaca in un giudizio storico preciso. Per cui credo meriti di figurarei. Su queste pagine.

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Premetto che, per participare a questa discussione, ho cercato di essere il più distaccato possibile non per vezzo,  ma perché- a mio avviso- chi si sente parte del “sistema” romano, in buona o cattiva fede, non può esaminare compiutamente il fenomeno, drammatico eppur farsesco, di questa capitale indegna anche di essere citata con la lettera maiuscola.

Del resto, come dice con amarezza il professore – Burt Lancaster – di “Gruppo di famiglia in un interno” (il film di Visconti in cui – a parte il giudizio critico che è diversificato – mi identifico abbastanza col protagonista, specialmente da qualche anno a questa parte) “bisogna mantenere una dovuta distanza, anche se non la si desidera, dalle cose e dalle esperienze a noi contemporanee degli uomini, se le si vuole studiare e capire”.

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Ed aggiungo, per non farmi mancare una sviscerata autofranchezza, una citazione, ancor più amara, che il personaggio fa quando deve spiegare l’isolamento in cui si è ritirato : “I corvi vanno a schiera. L’aquila vola sola”.

Una citazione a cui, da quando la ascoltai per la prima volta (nel 1974, quando, ancora studente liceale, andai a vedere il film in una sala sanremese) ho sempre tenuto da conto come l’epigrafe per quando verrà il tempo che di me non rimarrà che un pò di polvere sotto un ceppo.

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E poi, ammettiamolo, in questa discussione ho dismesso l’appartenenza all’urbe come cittadino il cui distacco è già deciso da tempo.

Troppi cambiamenti sono avvenuti dove una volta stavo bene, e sono stato anche felice per un bel pò, e adesso, neanche a poco a poco, tutto è cambiato : la gente, le cose, le case e i negozi, gli odori e i profumi.

Tutto, tranne il traffico congestionato, i parcheggi infiniti che accerchiano gli isolati come staccionate in cui si accumula il sudiciume, la sporcizia endemica e i cassoni ricolmi e circondati dalla spazzatura mentre le radici di platani centenari e inguaribilmente malati, sprofondando nelle strutture portanti dei palazzi, si sono trasformati negli artigli di una piovra drogata dallo smog e dall’incuria.

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Di queste ultime caratteristiche, notai fin da subito quando arrivai nel quartiere, il cittadino romano, pur benestante medio o medio-alto, non fa caso. Per lui si tratta di fenomeni a cui partecipa attivamente e a cui ha donato la più acquiescente indifferenza.

Io invece, eterno iconoclasta, per queste brutture quotidiane ho sempre provato, anche nei periodi meravigliosi della mia esistenza, un’avversione profonda alimentando in me le logiche congetture di come eliminare i fenomeni sgradevoli e mai accettarli.

Anche un albero con le foglie asmatiche che s’inabissa nell’asfalto è un segno di cui la Storia dovrà tenere conto.

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E qui, per chiarire completamente l’atteggiamento con cui mi sono proposto di scrivere di Roma e delle sue elezioni in tempi ormai così distanti da quando nel caos indefinito poteva palpitare ancora la poesia di una città che fu l’incanto di tante esperienze intellettuali comprese le mie, devo citare il mio caro Georges Bernanos.

Pur non omettendo il finale – che non si presta ad un miscredente come me, pur dispiaciuto di non esser mai riuscito a godere di una fede (ma, se mai ci riuscissi, non sarebbe quella cattolica del grande scrittore francese ma quella ebraica, per tanti motivi, oltre che di pura appartenenza, i quali non è qui il luogo di spiegare) – questa sua frase – da “I grandi cimiteri sotto la luna” – ben si presta a raccogliere lo stato in cui mi trovo eticamente mentre mi occupo del luogo dove ho vissuto i migliori anni della mia esistenza :

“La mia vita è già piena di morti. Ma il più morto di tutti i morti è il ragazzo ch’io fui. Nondimeno, venuta l’ora, sarà lui, il ragazzo ch’io fui, a riprendere il posto alla testa della mia vita. Radunerà i miei anni sino all’ultimo. E, come un giovane capo coi suoi veterani, raccozzando la schiera in disordine, si ergerà ad attendere l’ultimo momento ed entrerà per primo nella casa del Padre”.

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Ebbene, con questi dovuti pressuposti, che non chiedo a nessuno di approvare o negare, mi ricalo nella cronaca d’oggi (i ballottaggi saranno tra quattro giorni) che, nella mia esistenza raccozzata, se non sono un giudizio storico esteso, certo ne sono il segno.

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Infine, per chi non lo sapesse ancora, al ballottaggio per le elezioni a sindaco di Roma partecipano due candidati essendo stata esclusa, per un pugno di voti in un contesto dove l’astensione ha toccato quasi la vetta del cinquanta per cento tra non votanti e schede bianche, la candidata della destra dichiarata e revanscista.

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Uno è Roberto Giachetti, del Pd capitanato da Matteo Renzi, il presidente del consiglio, a mio parere e a dispetto del nome del partito che presiede, più a destra che mai vi sia stato nella Repubblica italiana compresi gli anni del centrismo e delle cariche della polizia di Scelba.

A parte la militanza in questa compagine il Giachetti subito porta a discredito che il suo partito ha già governato (si fa per dire) la città con tre sindaci e cinque legislature, la palese opacità dell’uomo, svariati rimandi equivoci alla sua vita privata e pubblica di cui la stampa meno servile non ha taciuto.

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L’altra è Virginia Raggi, del Movimento 5Stelle fondato da Beppe Grillo e da quel personaggio a me odioso – Gian Roberto Casaleggio, morto da poco e ai cui pianti sulla dipartita mi sono sentito assolutamente estraneo – i cui metodi politici (?) di potere e selettivi e la cui farraginosa ideologia non fanno per me vecchio giacobino e socialista precraxiano che non ha mai rinnegato l’analisi marxista di interpretazione di una società divisa in classi, anche se dirlo oggi può sembrare poco furbo e decisamente fuori moda.

Ma io non ho mai tenuto a essere furbo. Ho sempre seguito il motto del mio detective preferito – Nero Wolfe – per cui, ai fini di risolvere un’indagine e scoprire la verità bisogna usare non la furberia dei ladroni ma “L’intelligenza guidata dalla sensibilità”.

E fuori moda credo di esserlo stato sempre anche quando molti, non conoscendomi abbastanza, credevano che lo fossi.

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Ritornando al M5S, nonostante Casaleggio e il piuttosto penoso deterioramento del personaggio di Beppe Grillo, in generale esso è stato, fino ad ora almeno, l’unica e persistente opposizione efficace al sistema ancor più odioso in cui siamo costretti a vivere. Molti suoi rappresentanti hanno portato un bel pò di freschezza oltre che di sana avversione allo status quo.

Quel che di loro a non mi convince è che sono rimasti piuttosto lambiccati nella materia sociale ed economica che dovrebbe determinare le caratteristiche di un partito o di un movimento; più attenti al rispetto della correttezza costituzionale e delle sue formalità (il che non è certo un male, anzi è un grande bene) che ad una rinascita del Paese la quale non può basarsi solo sulla riconquista dei diritti civili, di cui siamo privati da decenni, ma dovrebbe soprattutto godere di una politica socioecominca, ripeto, di rottura che non è chiara nelle intenzioni dei suoi personaggi più noti e rappresentativi come in quelli meno conosciuti.

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In quanto a Virginia Raggi, in particolare, come dirò più avanti, non credo che la giovinezza e l’apparente estraneità al potere capitolino siano garanzie sufficienti per proporsi a governare la più difficile e complessa delle città italiane. Già provarci e segno di accettazione di una particolarità equivoca del sistema.

Potrebbe, forse, rinnovare qualcosa. Ma rinnovare dove tutto andrebbe distrutto per ricominciare decisamente da capo diventa un blando paliativo per un malato che è quasi cadavere.

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Ma veniamo all’intervento da me esposto.

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Io non capisco tutte queste preoccupazioni per la Raggi o Giachetti.

Se verrà eletta la Raggi non potrà sottrarsi ad alcuni impegni fondamentali del M5S che, se non rispetterà, sanciranno probabilmente la fine del movimento grillino, la diaspora, ma che, se rispetterà nella sostanza, non cambieranno ciò che deve assolutamente cambiare.

Se vincesse Giachetti proseguirebbe la Roma che conosciamo da Rutelli a Veltroni a Marino, la Roma che non cambia mai e dove, infatti, quella di Alemanno è stata una parentesi più oscura e lurida, ma che non ha interrotto affatto il deterioramento della città che proseguirà senza sosta.

D’altro canto la Raggi, che venga dallo studio Previti (il che, ha ragione il prof.Canali, è un’eredità davvero imbarazzante anche per molti suoi elettori di Sinistra) o venisse dal più limpido dei passati (ma sappiamo che anche lei è arrivata dov’è, prima di essere inserita nella diabolica selezione interna del M5S, non da perfetta sconosciuta; non esce dal niente…oggi nessuno in politica arriva dal niente e senza amicizie e conoscenze discutibili o meno, a Roma poi è matematicamente impossibile) non ce la farà mai, sempre che possieda un’idea radicale della parola cambiamento e mi pare di no, a cambiare, appunto, Roma e le tante altre Roma che la circondano.

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Ho vissuto, pur con molte pause, per quarant’anni nella Capitale e per il mio lavoro credo di averne conosciuto gli anfratti più sconosciuti (alcuni che il sindaco Marino non sapeva nemmeno dove fossero quando ci fu l’alluvione da qui il soprannome di sottoMarino) e, anche se vi ho trascorso gli anni più belli e produttivi della mia vita dal punto di vista professionale e personale, mi sono sempre sentito uno straniero e, con lo sguardo forse più obiettivo e dispiaciuto di chi non si sente parte del marasma ma vi deve esistere, ho sempre meditato su come potesse continuare a sopravvivere questa metropoli ormai indegna di essere la capitale di qualsiasi nazione.

Sono giunto alla conclusione che, per renderla accettabile a chi ci vive e a chi ci viene – anche ai privilegiati che abitano in zone centrali come me ma sono consapevoli del deterioramente di tutto quanto si propaga ormai ben oltre il raccordo anulare – esiste un solo sistema : rinunciare all’idea che Roma possa essere migliorata e pensare a qualcosa di più incisivo.

Roma è un corpo malato e in fase di decomposizione. I miglioramenti fanno lo stesso effetto di farmaci paliativi.

Roma non si migliora, Roma o si modifica nevralgicamente o la si lascia continuare a deflagrare nonostante le iniezioni di blandi ansiolitici e antidolorifici che propongono i due candidati.

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E’ necessaria una ricostruzione urbanistica che presieda ad una ricomposizione del tessuto sociale, amministrativo, culturale.

E, per far questo, sarebbe necessario un commissariamento senza limiti di tempo, un potere d’azione che paradossolamente solo l’esercito può garantire per compiere azioni così nevralgiche da non tenere conto delle mille lobbies e delle cento mafie che governano nel suo cuore l’urbe e le periferie.

E, in questo momento, con questo governo, o anche con un altro, non ci sono gli uomini adatti a governare democraticamente un’operazione simile, non c’è un esercito (nè un’organizzazione delle forze dell’ordine) sufficientemente determinato ma anche assolutamente fedele alla democrazia costituzionale; e invece c’è, soprattutto, una classe dirigente politica e finanziaria che non ha nessun interesse a che avvenga questo.

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Senza cambiamenti radicali e profondi che modifichino nel profondo del profondo, a Roma non cambierà mai niente nè con Giachettinè con la Raggi.

E non cambierà mai niente senza cambiamenti che facciano anche a meno di certe zone periferiche o addirittura avulse (pensiamo al caso eclatante ed assurdo al contempo di Ostia o delle “cittadine” sulla direttrice come Axa e Casapalocco) che vivrebbero meglio se si staccassero dal Campidoglio per divenire città a se, più piccole e più facili da amministrare, con autonomi e abbondanti servizi locali.

Ma sappiamo tutti, noi che in questo amalgama (che unisce disorganicamente l’incomparabile bellezza di alcune zone all’ ignobile bruttura di tante altre) ci viviamo, che tutto ciò, per ora, è impossibile.

Forse nemmeno i nostri figli vedranno la fine, la deposizione, di questa Roma di sfacciata alterigia e ingiusti privilegi che Rutelli e Veltroni avevano iniziato e Marino ha quasi concluso di delineare urbanisticamente conchiudendo, tramite isole pedonali e ztl dettate solo dallo strapotere dei padroni della città, aere per i supericchi sempre più distanti e separate da agglomerati periferici sempre più invivibili e spesso marcescenti.

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E allora, cosa possono fare, in questa realtà, Giachetti o Raggi ? Qualche modifica che, come risulta dai loro stessi programmi, non tiene conto della tragica e grottesca situazione sociale in cui interi quartieri – pur mal curati e in mano a quel che resta, e molto, di mafia-capitale di cui la magistratura ha scalfito alcuni aspetti ma non tutte le ramificazioni più radicate – sono ormai a disposizione di chi possiede capitali ingenti, mentre il resto si avvia alla dequalificazione sociale protrattasi fino all’estremo di orrori architettonici abbinati al deterioramento anche umano di territori urbani carcerari dove vivere è una pena incivile

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Quindi – se fossi in voi, che partecipate, con calore ed apprensione, a questa discussione – non mi accanirei più di tanto. In un modo o nell’altro non cambierà niente o cambierà qualcosa perchè il tutto, come sempre, rimanga come prima.

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Per quanto mi riguarda, poichè votare significa anche compiere un atto morale, non darò il mio voto a nessuno dei due perchè, per quel che conosco di entrambi, sono al di fuori delle mie opzioni etiche; suscitano in me troppi sospetti e troppe perplessità già ora, figuriamoci quando saranno in Campidoglio.

Sarei tentato di votare la Raggi solo perché Giachetti rappresenta un mondo a cui ho purtroppo dato anch’io, e lo devo ammettere per chiarire quanto e come lo conosco, il mio contributo come persona di Sinistra e legata ad una certa tradizione divenuta, a poco a poco, inesistente e opposta; coinvolta, per una ragione o per l’altra, con tanti amici e dirigenti che hanno governato in buona o cattiva fede.

Questo mondo ha già gestito, almeno politicamente, Roma per decenni portandola all’obbrobrio etico e amministrativo che è oggi. Ma oggi non dandomi neppure essa alcuna garanzia di voler effettuare modifiche veramente essenziali preferisco di no. Preferisco, flaianamente, astenermi.

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Ho conosciuto bene tutte le capitali e le grandi metropoli dell’Europa occidentale : non ce n’è una che contenga le stesse ricchezze artistiche di Roma ma non ve n’è nessuna così endemicamente corrotta al midollo.

Non esiste, tra il Reno e l’Atlantico, una capitale come questa : in cui l’indifferenza e l’ignavia della cittadinanza suddita, la disonestà e la violenza delle mafie e dei gruppi dirigenti, mantengano sotto il tallone una metropoli.

Una metropoli che è non solo la capitale d’Italia ma anche del Cristianesimo ma dove, nonostante ciò o proprio in funzione di ciò, l’accoglienza, per chi arriva misero e non certo a bordo degli elefantiaci pullman turistici che navigano indisturbati sulle circonvallazioni più interne, è vergognosa, delegata a sparute minoranze di volontari su quasi quattro milioni di abitanti, e in gran parte osteggiata dalla popolazione di tutti i ceti.

Le zone industriali sono diventati cimiteri, brutte testimonianze di archeologia della postmodernità medievale e perennemente allagata.

E la vita dei cittadini coscienti e idealmente turbati è osteggiata, mal vista, mai tenuta da conto dalla più minuscola delle circoscrizioni al Campidoglio.

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Mi rendo conto di avere appena scritto un intervento piuttosto lungo che forse alcuni non leggeranno nemmeno e quasi sicuramente si rivelerà del tutto inutile o non compreso.

Ma lascio, a chi vorrà esaminare la mia opinione dolorosa e addolorata da tanto tempo, la descrizione amara di una realtà che potrà negare soltanto chi non sa o non vuol sapere perchè vive nel privilegio o, molto più probabilmente, ha cospicuo interesse a mantenere Roma com’e.


*Nella foto in alto: Federico Fellini in un’immagine rimasta inedita fino a poco tempo fa e di cui non ho rintracciato il dentetore dei diritti a cui li sottometto in caso di richiesta.

Nessuno, tranne il corpulento e mammonico regista riminese, ha saputo, e con notevole anticipo, raffigurare l’orrore e le miserie morali della “dolce vita” della Capitale dove, pur essendovisi acclimato benissimo, rimase sempre, anche lui, uno straniero. Non per niente sostenuto in questo dalla caustica penna dell’antitaliano per eccellenza : Ennio Flaiano.

E anche la stessa foto rappresenta, nella sua sostanza (lo “sciabanismo” al Potere effimero, come ogni altra forma di meretricio) un’altra corruzione tipica romana. Facile da intendere, frequentare, ‘sollazzarsene’ finchè dura (sincerità maschile…), e mai tramontata. Semmai trasferita dal cinema, quando la cinematografia italiana era la seconda del mondo, alla tv, quando, oggi, la cinematografia e la tv italiana sono ormai tra le più pavide, inconsistenti, e ciarlatane del pianeta.

 

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Autore: admin

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