Roberto TROVATO- L’appendino che fa parlare in musica (un libro di Ludovica Radif)

 

Il libro*

 

 

L’APPENDINO CHE FA PARLARE IN MUSICA
Copertina_3D

Ludovica Radif, Al Bolshoi col Manichino, Milano, Ledizioni, 2016, 86 pp., ill. e origami)

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Un Manichino che parla, sperimenta emoji e varie chat, viaggia con una ballerina per tour artistici che sanno di poesia: questa sostanzialmente l’avventura neosurrealista in cui Ludovica Radif ci coinvolge da qualche anno. Ma la biscroma agganciata in copertina ci interpella, come aveva già fatto l’anello sulla copertina del precedente racconto, e ci indica una via nuova: musica, quale musica?

Se con il suo “Teatro del Manichino” ci aveva abituato a una confezione artigianale di racconto teatrabile alla ricerca di nuove forme comunicative per il Manichino e Lei, questo “viaggio in chiave musicale” è all’insegna dello swap. Entro una veste editoriale solo apparentemente tradizionale si assiste infatti a uno slittamento continuo tra codici, che sollecita il lettore all’immedesimazione.

Nel tour fra le lande russe di Kiev, Mosca e Pietrogrado, l’interesse peculiare della ballerina non può che essere il Bolshoi, dove la vediamo immaginare coreografie in concomitanza con tre repliche del dramma di Faust nel Mefistofele di Boito, un programma non da poco. L’incontro con il Manichino si attua però attraverso un oggetto, cioè nell’inattesa consultazione dell’opera, fitta di note, “di mistero e musica” (pag. 25).

E se il “viaggiatore esperto” per recarsi un Russia dalla cicladica Oia passa per l’Aia (pag. 20) un motivo c’è. In effetti il mulino a vento tratteggiato sulla copertina del primo racconto della serie, il Tango, qui prende la forma di un imponente spartito, che ruota in aria come pale le sue pagine melodiche.

La Radif, che anche nel surrealismo non perde occasioni per rinviare alla filologia e ai classici, riprende l’articolazione antica dei drammi greci in parodo ed esodo, ma sostituisce agli episodi e stasimi, tre spettacoli, con relativi intervalli, soste in camerino e sei cori. Osserva, insegue il Manichino, lo segue nel mistero, lo interpreta a suo modo, lo ascolta al di fuori del teatro e lo rivive in scrittura.

Una sottile sottotrama lirica si concentra nei cori angelici, da non sottovalutare nell’economia del racconto, mentre il vero spettacolo, il plot, si sposta nelle retrovie dei guardaroba scenici, per poi fluttuare al di là di ogni quinta possibile. Se vogliamo parlare dell’unità di tempo e di azione aristotelica, la si recupera in una superiore visione omogenea delle tre recite sovrapponibili, mentre l’unità di luogo può dirsi rispettata a livello onirico, in quanto i protagonisti, pur  prendendo appuntamenti extra-teatrali,  li vivono come fossero esenti dai consueti frazionamenti spaziali.

Per avere un’idea del modo surreale di trascorrere il tempo è sufficiente ascoltare i due quando si trovano all’Oxygen bistrot a –60°, piuttosto che nel foyer dell’elfo smeraldino (rinvio qui all’articolo della Radif dal titolo “Ali-menti”, di prossima pubblicazione, dove si assiste alla trasformazione del cibo in cultura ed evasione): un mondo trasognato dove anche la valuta non è quella in circolazione, proprio come il biglietto da 100 rubli, che si trasforma in lirica catulliana (pag. 32), e come la protagonista stessa, che si rende conto di avere in sé un patrimonio quotato in valuta straniera. La musica cui indirizza la biscroma in copertina, linguaggio dominante, è dunque musica neosurrealista, che abbandona i pentagrammi, per esprimere qualcosa che non è proprio nota, ma viaggia anche attraverso le note.

L’attaccapanni, che la donna curiosamente reperisce e seleziona tra le note a margine come strumento per il passaggio da un codice a un altro, ci ricorda il triangolo di Charles Kay Ogden e Ivon Armstrong Richards e rinvia alle interpretazioni possibili delle parole in riferimento alle idee e alle cose. Ruotiamo dunque questo appendino e vediamo rimbalzare i protagonisti dal Bolshoi in un quadro di del pittore tedesco Ferdinand Hartmann per riproiettarsi poi in un bacio sopra la Casa Danzante (pag. 80) dove superano le barriere del tempo e aggiungono pagine a un libro già scritto (quello inscenato a Praga, appunto).

Mentre l’uomo con la sua frase “O si piega o non si spiega” ci avverte della presenza di origami possibili tra le pagine, altri fogli del libro scritti su carta pentagrammata fanno intendere un uso nuovo delle parole, diverso ancora da quello su sfondo grigio scelto per i cori dei cherubini.

Non resta che farsi accompagnare dalla ballerina verso la prossima tappa tra “provocazione, follia, musica”(pag. 2).


*Ringraziamo Roberto Trovato, docente universitario di Drammaturgia

Autore: admin

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