Pietro CITATI*- La memoria. Per Carlo Cristiano Del Forno, scrittore (a 16 anni dalla morte)


A sedici anni dalla scomparsa, dal momento che nessuno (per sedici anni) lo ha fatto, provamo a ‘risarcire’ (vagamente) Carlo Cristiamo Del Forno, caro amico e scrittore anomalo (nel senso di discontinuo, per ragioni familiari e di salute), mediante questo scritto di Pietro Citati fortunosamente recuperato da internet e del quale sconosciamo la fonte. Sappiamo (ne parlavamo) che dei ‘risarcimenti postumi’, Del Forno non saprebbe che farsene: ma di più (di quanto meritava) non possiamo offrirgli.

La memoria

 

PER CARLO CRISTIANO DEL FORNO

Scrittore che amava la vita (anche quand’era poco amabile)

****

Chi scorgeva Carlo Cristiano Del Forno, morto senza preavvisi a 56 anni, aveva l’ impressione di conoscere uno di quei giganti del Nord di cui parlava Flaubert. Grande corpo, grande testa, grandi mani, grandi piedi: una voce immensa, piena di passione di raccontare il mondo e di commentarlo con intelligenza. Come gli piaceva ridere e bere e vedere amici e abitare la terra! Sempre da Flaubert sappiamo che questi giganti del Nord sono gli esseri più fragili che esistano. Del Forno portava con sé una inquietudine che lo corrodeva: un desiderio di non esistere e di non essere da nessuna parte; una volontà disperata di non prendere forma, a nessun costo e per nessuna ragione.

Negli anni Settanta e Ottanta, Del Forno scrisse tre romanzi, Transizione, Via Palamanlio e specialmente Blu Indigo (Rizzoli), ai quali non è stata prestata una sufficiente attenzione. Spero che si ristampi presto Blu Indigo. Quello che piaceva, nei libri di Del Forno, era il vivace, acuto allegretto della voce narrante. Esso nasceva da una mente agile e fresca, che non rifiutava nulla di ciò che accadeva e avrebbe potuto accadere: che prediligeva egualmente il reale e il possibile; e andava incontro alle cose con curiosità, piacere, divertimento.

Quando narrava, Del Forno non aveva gioia più grande che raccontare senza seguire il filo, sbandando e oscillando, posando il piede dove gli pareva, qui sostando là andando più svelto, qui prendendo un sentiero là dimenticandosi persino che esisteva una strada maestra. La sua voce non coincideva mai del tutto con quello che raccontava: c’ era sempre, sulla pagina, una letizia incontenibile. “Perché è tanto contento? Sembra che si diverta tanto”, avevamo sempre voglia di chiedergli. In realtà, la voce stava fuggendo da qualcosa o da qualcuno – e il desiderio di fuga è una delle angosciose felicità degli esseri umani. Il narratore era un perdigiorno.

Non faceva nulla: si lasciava voluttuosamente coprire dal tempo. Mezzo personaggio kafkiano mezzo folletto, non entrava mai in rapporti con la realtà e con gli uomini. Comprava una casa, chiacchierava con questo o con quello, litigava col sindaco di un paese della Savoia, litigava con la moglie, andava a letto con una ragazza: qualsiasi cosa facesse, restava immerso nell’ indifferenza. Questa indifferenza non era un peso: era l’ aria stessa che respirava, gli dava un profondo benessere; e suscitava in lui un’ euforia, un’ eccitazione lievemente drogata, come nei grandi libri di Robert Walser. Bastava che egli apparisse – in Savoia o in qualsiasi punto dell’ universo – perché la realtà fosse gonfiata dal vento ironico e leggero dell’ assurdo.

 

*Pietro Citati è tra i massimi critici, storici e ecentostudiosi della lingua italiana del Novento

Autore: admin

Condividi