Fernando GIOVIALE- Catania nel cinema muto (un volume di Franco La Magna)



Sarà in libreria nelle prosssime settimane, per i tipi della Algra Editrice di Viagrande (Catania), il nuovo libro di Franco La Magna “La sfinge dello Jonio. Catania nel cinema muto (1896-1930)”, pp.356, € 25,00, corredato da una ricca appendice fotografica. Il libro sarà presentato al Taormina Film Festival il 17 giugno, a Palazzo dei Congressi. Pubblichiamo, in anteprima, un estratto della nota introduttiva di Fernando Gioviale*

 

CATANIA NEL MUTO

Alla ricerca del cinema perduto

 

Spigolature, suggestioni, ricordi promanano dalla lettura di questo libro di Franco La Magna, certosinamente proteso, con apprezzabilissima consapevolezza, alla ricostruzione documentaria, e insieme narrativa, di un tempo che fu, quello del cinema muto nella seconda città siciliana, che resta un glorioso e nostalgico “mondo di ieri”.

La ricerca condotta da La Magna attraverso anni di paziente scavo documentario nasce da un’antica passione, insieme, per l’arte del cinema e per la propria città senza di che intraprese simili non potrebbero neppure avviarsi: perché si lavora sull’assenza radicale dell’oggetto di studio, i film in questione, che fa del ricercatore un archeologo senza reperti, un filologo senza testi, uno storico senza contesti…

L’amore per la Città motiva l’attitudine di chi, come La Magna, sa che una Catania oggi in cerca di nuova identità fu, a suo modo, culla di cinema innanzitutto per energia d’intrapresa artigianale e industriale, e insieme per cospicua presenza di forze intellettuali, di spericolate piccole avanguardie, di letterati variamente motivati verso la cinematografia: ora per apprezzare la nuova arte e scommettere su di essa, ora per osteggiarla giustappunto a causa di quanto la faceva nuova, ovvero la strutturale contaminazione fra generi, codici, linguaggi, e soprattutto con la dimensione ‘antiestetica’ dell’industria e della produzione.

E comunque, l’intelligencja anche più riottosa e diffidente – parliamo qui del panorama europeo – si adeguò più o meno agevolmente alla nuova realtà, fornendo anzi le proprie competenze nelle arti più ‘tradizionali’. E qui è il primo punto della scommessa di Franco La Magna: andare alla ricerca di un microcosmo, quello catanese, che si potrebbe ritenere ancorato a un attardato retaggio provinciale, e che mostra invece vitalità, spirito d’avventura, creatività, dentro una dimensione d’impresa che si stenterebbe (è un triste eufemismo) a ritrovare nella Catania d’oggi.

Il progresso, infine, non è rettilineo, e può comportare accelerazioni precoci come ricadute nell’inerzia della stasi: e il grigiore dell’oggi fa meditare su quanto si è perduto nel bagliore di ieri. Ma, appunto, si parlava di ‘passione’. E ce ne vuol tanta, per interrogare un passato attraverso testimonianze e ricostruzioni, in assenza dei testi primari…E’ la passione per il cinema in quanto tale, a sorreggere l’intera operazione, e quindi a cercare di coniugare il senso di un’appartenenza comunitaria (epperò identitaria) con l’apertura cosmopolitica alle forme proprie di un’arte che nella lunga stagione del muto maturò per intero la sua purezza.

La Magna lo sa bene, tutto questo. Sa che per oltre un trentennio il cinema celebrò compiutamente se stesso in quanto arte che, divaricandosi da quella teatrale, non solo doveva rinunciare alla parola (o meglio, alla parola detta, ricondotta alla puro visibilità delle didascalie, ovvero a una condizione anch’essa iconica), ma lo faceva con tutta l’ebbrezza della propria autosufficienza linguistica, ovvero come racconto d’immagine ‘in movimento’ che nella sua pulsione dinamica rovesciava la strutturale ‘staticità’ della parola teatrale.

Non solo, dunque, la parola non poteva esserci per ragioni tecniche, ma finiva con l’apparire un di più, un residuo di cordone ombelicale legato a quel teatro da cui il cinema molto imparava, ma per emanciparsene piuttosto che per impadronirsene…

Franco La Magna ha – come dire – ‘approfittato’ del vuoto testuale per creare un mobilissimo punto di vista, incorporando nella propria ricerca gli aspetti imprenditoriali e quelli più propriamente estetici, i dati socioculturali e le autosufficienze della valutazione di merito, gli aspetti di costume propri del divismo e gli apporti più precipuamente intellettuali (si pensi, per citare un unico caso ma davvero illuminante, all’attenzione rivolta all’acese Umberto Barbaro, uno dei massimi maestri di una teoresi del cinema come prezioso strumentario da servire all’analisi e alla sistemazione critica).

Si può cogliere nella sua prosa meticolosa e vigilata un bisogno di racconto, indispensabile quando si rievocano fatti che all’arte comunque pertengono, ben disposto a coniugarsi con la fitta rete testimoniale e l’acribioso apparato documentario; ma è un raccontare che esclude il puro volo dell’immaginazione per restare coi piedi ben piantati a terra. Perché storia intende fare, attraverso le cronache. Di tutto questo, e in primis dell’umiltà paziente con la quale s’è posto di fronte all’oggetto d’indagine sino a farne persuasivo criterio metodologico, dobbiamo essergli grati.

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*Fernando Gioviale è stato per qualche anno apprezzato collaboratore di PrimaFila, la rivista di cui InScena on.line è filiazione. Professore associato e ordinario, ha insegnato Letterature moderne comparate, Letteratura italiana moderna e contemporanea, Storia del teatro e dello spettacolo, Storia e critica del cinema,  Discipline dello spettacolo (Università di Catania). Autore di saggi e volumi sui maggiori scrittori siciliani, si occupa  di melodramma e dramma musicale. Per il cinema si è interessato a Poggioli, Visconti, Germi, Pasolini, Pastrone.

Autore: admin

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