Mario SAMMARONE- Della mancanza di sapere pensare l’ “Altro” (un libro di Settimio Luciano)

 

 

 

Scaffale


DELLA  MANCANZA DEL SAPER PENSARE L’ “ALTRO”

“Donarsi” (edizioni Effatà, 2012) di Settimio Luciano

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Il libro, nella sua più profonda sostanza, fa il punto sul modo in cui viene inteso e concepito il sentimento dell’amore nel nostro tempo. Questo potente sentimento, che è stato adorato esso stesso come un dio nell’antichità, nella nostra epoca è stato svilito e sospinto verso territori edonistici o sentimentali.

Il filosofo Jean-luc Marion teorizza questa tesi: ormai la ragione non riesce a cogliere il senso profondo dell’amore, lasciandolo all’irrazionalità e al sentimentalismo dell’inconscio. L’essenza dell’amore, bellissima ma oscura, resta inesprimibile e così il discorso sull’amore diventa anche discorso sulla persona e sull’esistenza intera dell’uomo.
La crisi della ragione del secolo scorso ha fatto sì che si sia persa di vista la facoltà di comprensione di se stessi e dell’Altro.  Di questo hanno parlato vari filosofi: l’ebrea Hannah Arendt, ha voluto scrivere un’opera sul “Pensare” in occasione del processo Eichmann, il criminale nazista chiamato a rendere conto dei suoi misfatti a Gerusalemme.

La filosofa vedeva nell’imputato non una volontà compiere il male, ma una banale passività ai fatti, un arrendersi a quello che veniva da fuori, dunque all’incapacità assoluta di pensare. E come ricorda Settimio Luciano è proprio dalla mancanza del pensare che vengono fuori misfatti e atrocità, aggiungendo che per Arendt il “senso comune” è una specie di “hardware”, potremmo dire, che consiste cioè in una comune struttura delle menti, che sa “giocare” con se stessa e “calcolare le conseguenze”.
L’uomo è quindi “libero” dalla realtà data, perché egli stesso può crearla, anche grazie alla scienza e all’arte. C’è però il rischio di una fuga nella mente, che produce alienazione ed estraniamento dalla realtà, in una vita che diventa lontana dal soggetto, in cui si viene agiti senza una pienezza cosciente e senza essere in sintonia con essa. Pur desiderando rapporti umani veri, non strumentali, l’essere umano resta solo. Per Slavoj Zizec un’altra via di fuga dal reale è ai nostri giorni la cibernetica, che crea altre forme di alienazione. Nel rapporto con lo strumento si perde la nostra possibilità sia di essere attivi sia passivi, poiché la macchina vive al nostro posto.

Ogni sentimento viene posto all’esterno di noi, quindi alienato, e ne deriva un decentramento del soggetto da sé.
Per Heidegger il pensiero può essere meditante, esercitato con una riflessione sulla realtà e sul senso di essa, oppure calcolante, proprio della scienza e della tecnica, che sfrutta e asservisce la natura. Anche l’uomo diventa strumento, mezzo e non più fine. Anche Horkheimer analizza come nei secoli sia cambiato il modo di considerare la ragione, da quando era vista in maniera oggettiva ed esterna all’uomo – come per esempio nello stoicismo la Provvidenza, assunta anche dal Cristianesimo – per arrivare ad essere una ragione soggettiva, variabile, quindi più debole: ancora una volta, diventando un mezzo, uno strumento di mediazione tra gli uomini.

L’amore, in questa crisi della ragione, ha visto prodursi una scissione totale tra affettività e intelletto – quest’ultimo inteso come strumento di potere. Ma l’amore è fuori dal pensiero calcolante, né è un mero bisogno di una parte dell’essere umano. Questa scissione, di ascendenza cartesiana, ha prodotto le due culture, quella umanistica e quella scientifica, lasciando la natura allo sfruttamento, senza il supporto di una riflessione filosofica. Ciò ha permesso obbrobri come Auschwitz.
Negli ultimi decenni si parla molto di Intelligenza Artificiale, in quanto il cervello viene visto solo come qualcosa di meccanico, un computer di carne, anche se John Searle, per esempio, nega che vi sia una somiglianza, avendo il cervello umano la capacità di dare significato alle cose e ai fatti, mentre il computer si ferma alla meccanicità. In questa crisi della ragione, che depaupera sempre più l’essere umano, si sente l’esigenza che essa possa aprirsi all’Altro da sé, riconoscendo la presenza dell’altra persona, delineando una nuova concezione della ragione come accoglienza, ed uscendo dalla deriva soggettivistica incapace di conoscere la realtà oltre il sè.

L’individuo della nostra società è alla deriva, privo di un sostegno forte da parte della ragione e calato perciò in un’esistenza portata allo straniamento e a volte all’autodistruzione, per esempio con le droghe o nei comportamenti narcisistici portati all’estremo. Al contrario, come ricorda Luciano, l’uomo deve vivere come integrità, correlando lo spirito alla dimensione corporea, per un’antropologia attenta ad ogni aspetto dell’esistenza umana, che sia radicata in essa fuori da ogni astratta metafisica. La filosofia, il pensiero devono “impietosirsi” della condizione derelitta dell’uomo, la ragione deve essere attenta a passioni, emozioni, sentimenti, non deve bandire la sofferenza umana dalla sua riflessione.

Per dirla con Maria Zambrano, la ragione deve essere unita alla passione, ed insieme slanciarsi verso la verità. Questa passione, questo amore coscienti di sé generano conoscenza, valorizzando nuovamente il mondo dei sensi mortificato dalla ragione calcolante. Si rivaluta così anche il pensiero poetante rispetto al pensiero filosofico. Questa apertura diventa azione viva fino ad arrivare all’offerta di sé, è un “viaggio oltre il confine”, l’avanzamento verso un ignoto che tuttavia ci apre a noi stessi e al mondo. La ragione” umanizzata” si fa così cammino verso paesaggi oltre i nostri territori limitati, nutrendosi di questa esperienza e ridonandola, in un gioco di rimandi ed amplificazioni di senso che arricchiscono la vita. Ci si decentra da se stessi per accentrarsi nell’altro, e così facendo si evidenzia la propria identità, per nuovamente superarla in un’erranza verso l’ignoto che è l’eterno viaggio della vita.

Dobbiamo recuperare noi stessi per intero, possederci per poi raggiungere l’altro; come dice meravigliosamente Paul Celan “Io sono te, /quando io sono io”, poiché quando si è se stessi in piena consapevolezza, la propria identità è rafforzata al punto di poter sconfinare nell’identità dell’Altro, in una comunione che diventa dono reciproco.  Questo deve essere il progetto della nostra esistenza. Lo possiamo mettere in pratica con un lavoro su noi stessi, per esempio nel saperci guardare interiormente, imparando a dissipare le ombre nascoste, e usando la virtù della discrezione nel senso di discernimento prudente del limite e di ricerca dell’equilibrio, usando quindi la ragione in termini di conoscenza di sé e poi di accoglienza dell’altro, tutto ciò con un atteggiamento di umiltà ed ascolto per comprendere meglio il mondo, e amarlo.

E infine dobbiamo “imparare” la gentilezza, che ci deve “inondare”, e a cui dobbiamo improntare ogni nostro comportamento, volgerlo a considerazione e rispetto, senza cercare di “appropriarci” dell’Altro ma lasciarlo espandere nella sua libertà. La gentilezza è il frutto dell’atanor della nostra personalità, in cui abbiamo distillato sapere ed esperienze, conoscenza di se e sofferenza, accettazione serena delle cose e meditazione. Questa conoscenza di sé è una sofferta fatica, un’irrequietezza della mente, ma non dobbiamo alla fine, come Narciso, innamorarci di noi stessi, perché ciò diventerebbe morte. Il mito di Narciso, così potente ed attuale ai nostri giorni, ci insegna che quell’acqua in cui egli annega è l’inconscio personale che, esplorato solo per amore di sé, dà la morte.

La ricerca conoscitiva, che porta anche solitudine e lontananza dal quotidiano creando isolamento, lungi dal creare egoismo e superbia deve darci la capacità di una pietas per l’altro, per tendergli la mano. L’autore porta gli esempi di Eloisa, in cui l’amore è volontà di bene per l’altro, dono gratuito che viene offerto gioiosamente, e del Mazzarò verghiano, dove c’è solo freddo attaccamento e sterile concupiscenza verso la propria roba, come modelli in antitesi tra loro. Come Dio pantocratore, per il sacerdote Settimio, ha sconfinato nel fare dono di sé attraverso il Figlio, nell’Amore fra loro (lo Spirito Santo), così per noi l’amicizia e l’amore devono essere sconfinamento nell’altro: la Trinità cattolica è manifestazione di un Dio in cui l’Uno non esiste senza l’Altro.

E infatti tutto nella vita è dono: lo è essa stessa, come tutta la rete di relazioni e conoscenze che abbiamo trovato alla nostra nascita, la tradizione di generazioni che è giunta a noi in totale gratuità. E il donare, e donarsi, è la chiave per vivere una vita piena, non sottoposta, almeno per quanto possiamo, alla logica dello scambio economico e materiale. L’essere umano deve scegliere come libertà il dono, esercitando, come ci invita a fare papa Francesco, la misericordia verso il nostro prossimo. La relazione amorosa (uomo-donna, genitori-figli, amicizia) se vissuta autenticamente, fa emergere il senso della vita e l’esercizio della libertà umana.

Tutto alla luce del dono massimo che ci è stato dato, l’amore di Cristo crocifisso per noi, modello e vetta di ogni donarsi. Insomma, dell’amore è intessuta la vita, come una musica di sottofondo che ci accompagna nella sua inesorabile pervasività, ed ognuno di noi è chiamato a suonare la propria melodia con gli strumenti di cui dispone. Questa melodia d’amore è il dono che ognuno di noi offre al mondo.

Autore: admin

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