Francesco TOZZA- Autobiografia in scena…(a Salerno, la compagna Cuocolo-Bosetti)

 

Il mestiere del critico

 

 

AUTOBIOGRAFIA IN SCENA

MMM-Movies-monstrosities-and-masks-Cuocolo-Bosetti-Febbraio-2015

UNA MAGNIFICA OSSESSIONE

E la rappresentazione continua!

Compagnia Cuocolo-Bosetti/IRAA Theatre  in “MM&m  Movies, Monstrosities and Masks”  Con Roberta Bosetti, Renato Cuocolo  regia: Renato Cuocolo  Sala Pasolini, Salerno

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“Finzione! Realtà! Andate al diavolo tutti quanti!”: le stizzite parole con cui il direttore di compagnia, nel celebre finale dei Sei personaggi pirandelliani, dà forfait al tentativo – che pure  l’aveva affascinato – di solidificare, in una ordinata e presentabile trama, la drammaticità di quelle vicende straordinariamente portate alla sua attenzione dalle fantasmatiche ombre di un potenziale, incompiuto copione, sembrano aver perduto oggi, a circa un secolo di distanza, gran parte della loro ragion d’essere. Al Pirandello dei primi anni venti del secolo scorso (non a caso, in una faticosa elaborazione, ben quattro furono le versioni del lavoro nel fatidico lustro 1921-25) sembrava difficile – per non dire impossibile – che si trasferisse la “vita”, per quel che di continuamente mobile, inquietante, essa possiede, in quel “luogo dove (semplicemente) si giuoca a fare sul serio”, che è il palcoscenico; anche se, nello stesso tempo, la vecchia, orgogliosa fede nell’arte, gli consentiva di dar vita poetica, quasi realizzazione plastica, a quella che rimaneva una posizione teorica, forse una petizione di principio (“per artificio non si crea vita”), non priva di risvolti esistenziali, successivamente comunque in buona parte superata dall’Autore. Restava, però, il páthos di quella difficoltà angosciosamente avvertita, del dover giocoforza esprimere la realtà nella finzione e rendere partecipe la finzione della stessa realtà: nel quale páthos, peraltro, consiste il fascino discreto che dal capolavoro pirandelliano ancora promana.

Ai nostri giorni, in quella che ormai tutti conoscono, e definiscono, come la “società dello spettacolo”, il crollo di ogni ontologia, il sospetto che avvolge ogni professione di autenticità (che alcuni, tuttavia, vorrebbero salva almeno come esigenza, pallido dover essere nell’infinito mare di un totale realativismo prospettico), hanno vanificato la dicotomia finzione/realtà e l’altra, a questa connessa, di arte/vita; anche se la memoria delle generazioni più adulte non è riuscita a cancellarne l’eco che nel lavoro pirandelliano era divenuto tormento splendidamente oggettivato e, in buona parte del grande teatro novecentesco (nei suoi più grandi maestri certamente), si è fatto dramma dell’espressione artistica, della sua inquietante inefficacia o incompletezza, fino all’anatema kantoriano (crepino gli artisti!) o al definitivo abbandono grotowskiano del teatro come spettacolo, per chiudersi nella solitudine della riflessione o, al più, negli incontri, più o meno ritualizzati, che il grande polacco tenne con quelli che non potevano chiamarsi ormai spettatori, ma piuttosto testimoni di una fine annunciata.

Ciò che la società dello spettacolo, pur fra infiniti guasti e non poche contraddizioni, ci ha – per così dire – insegnato (si apprende anche da quanto, a tutta prima, si rivela negativo!) è la maggiore cautela nell’affrontare la dicotomia cui si é appena accennato, con la sua pretesa, irriducibile conflittualità: il concetto allargato di rappresentazione, inteso come ripresentazione alle soglie della coscienza di quel magma originario (sentimenti, percezioni, ecc.) del quale altrimenti non avremmo consapevolezza alcuna, rende più liquida (in una società che peraltro così è stata definita) l’antica inconciliabilità fra finzione e realtà, fra arte e vita, con un continuo slittamento dell’una nell’altra e viceversa. Non a caso – per più direttamente venire allo specifico oggetto del nostro discorso (il duo Cuocolo-Bosetti, nei giorni scorsi alla Sala Pasolini di Salerno) – i luoghi di svolgimento della finzione teatrale non sono più o soltanto i palcoscenici dei tradizionali teatri, ma abitazioni private, camere d’albergo, strade, ecc.: il che riduce sensibilmente, o comunque modifica di volta in volta, il numero degli spettatori, soprattutto ne annulla o sovverte l’antica distanza con gli attori, rendendo familiare ciò che non lo era, straordinariamente perturbante l’ordinario (un’eco dello straniamento brechtiano?!), in una parola approdando ad un’arte comtaminata, dove spazio della vita e spazio del teatro si sovrappongono, anziché entrare in conflitto.

Niente di nuovo, probabilmente, per quanti hanno l’età che ha permesso loro di attraversare la storia del teatro degli ultimi o penultimi decenni, o per chi – per sua fortuna più giovane – si è presa comunque la briga di leggerla quella storia, nelle sue ultime pagine o semplicemente nei servizi di cronaca non ancora storicizzati, utili – tuttavia – a segnalare qualche precedente, più o meno congruo: qualcuno l’altra sera avrà, per esempio, ricordato un non dissimile attraversamento dei territori più svariati della visione, ugualmente irrispettoso dei generi, alla base del progetto Rooms dei riminesi Motus, approdato nell’ormai lontano gennaio del 2003 – con un suo intrigante lacerto – in quella landa deserta della sperimentazione che presto sarebbe diventata la città che pur aveva dato i natali alle Nuove Tendenze (la celebre Rassegna salernitana degli anni ’70)!

Ma anche il nuovo va preso con le pinze, per non cadere nello sterile, sempre più ottuso (e ormai diffuso) nuovismo, dimenticando che il nuovo non è mai assoluto, cioè creazione dal nulla (che peraltro non è fra le possibilità di noi umani!), ma resta sempre figlio della tradizione (certo correttamente intesa), anche quando le si oppone, se non altro perché da lei estrae i motivi stessi dell’opposizione. Nessun limite, dunque, da quanto sopra detto, all’operatività della Cuocolo-Bosetti (che abbiamo avuto modo di conoscere, e con cui si é potuto piacevolmente discutere, nell’incontro programmato la sera prima dello spettacolo); tanto meno va sottovalutato il merito del giovane e intraprendente Vincenzo Albano che, con l’intrigante presenza del duo italo-australiano, ha concluso in bellezza una seria stagione, non una semplice rassegna (come puntigliosamente…. da lui precisato, e da noi riferito, nel precedente articolo sui brillanti inizi della stessa). Una stagione che vuole mutar verso – come recita il titolo stesso dell’iniziativa – all’offerta teatrale in città, ferma ormai da anni a quella ufficiale, stancamente adagiata su spettacoli tradizionali (questa volta nel significato più riduttivo del termine), priva al momento di più consistenti alternative.

Qualche parola, in conclusione, va aggiunta, più specificamente sullo spettacolo visto l’altra sera, aldilà delle più o meno complesse teorizzazioni, dei collegamenti effettuati con più o meno accettabile pertinenza (siamo i primi ad esserne convinti!). L’ingresso in sala, con piccola radioguida e annessi auricolari, faceva ipotizzare l’offerta dell’ennesimo lacerto di quello che anni addietro definimmo, non senza qualche resistenza e perplessità, teatro tecnologico.

LIl comportamento dei due attori, appena entrati in scena, non smentiva l’ipotesi: seduti ai lati opposti di un tavolo, colmo di libri, fotografie ma anche qualche vassoio di frutta (omaggio al realismo delle nature morte in pieno trionfo del virtuale!), Roberta Bosetti iniziava un suo personale monologo, ripresa dalla videocamera manovrata, di spalle al pubblico, da Renato Cuocolo, che proiettava a sua volta sul fondo parete, divenuto grande schermo, primi piani della compagna, inframezzandoli con immagini/citazioni di più o meno vecchi classici della storia del cinema.

Ben presto, tuttavia, il chiaro predominio della audiovisualità faceva registrare la rivincita, almeno parziale, della parola: una parola espressa da una voce flautata, volta a ricomporre la trama segreta della propria vita, attraverso ricordi evocati con disincantata melanconia, facendo leva soprattutto sulle scene di quei film che ci hanno divertito, confortato, a volte anche ingannato, inconsciamente guidando le nostre condotte.

Di fronte a questa Winnie beckettiana, alle prese con i suoi giorni felici nella terra desolata del suo prolungato raccontare (giunto, a quel che ci è dato sapere, ad un numero considerevole di repliche), può anche tornare il dubbio espresso dal capocomico pirandelliano, di cui si diceva all’inizio. Ma é questa la trappola che il teatro continua a tendere alla realtà, distillando significati stupefacenti anche laddove non sembra essercene alcuno; per questo ciascuno di noi ha “un teatro nella testa”, come più volte dice la Bosetti nello spettacolo, offrendo – se non altro – una grande prova d’attrice.


Autore: admin

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