Caterina BARONE – Sfida iconoclasta (“L’opera da tre soldi”, regia di D. Micheletto. Piccolo di Milano)

 

Il mestiere del critico


SFIDA ICONOCLASTA



L’opera da tre soldi di Bertolt Brecht, per la regia di Damiano Micheletto – Al Piccolo Teatro, Milano

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Ha la capacità di guardare alle opere, che si tratti di lirica o di prosa, da una prospettiva inedita Damiano Micheletto, il regista trevigiano, osannato, ma anche contestato, sui più prestigiosi palcoscenici internazionali. Iconoclastico, potremmo definirlo, non in senso distruttivo, quanto piuttosto teso a ricercare un significato nuovo nelle pieghe dei classici, per sottolinearne la contemporaneità. L’ultima sfida è quella raccolta col mettere in scena L’opera da tre soldi di Bertolt Brecht nello stesso teatro, il Piccolo Teatro di Milano, dove nel 1956 e nel 1973 trionfarono le regie di Giorgio Strehler. Da allora il Piccolo non ha mai più prodotto l’opera.

Diciamolo subito. L’assunto su cui Micheletto ha costruito la sua lettura è forte e potente: la ricchezza del mondo oggi è concentrata nelle mani di pochi e la massa dei poveri ne rimane esclusa; è perciò inevitabile che chi ha fame prema alle porte di chi ha il superfluo. «C’è chi non mangia più e chi rutta, chi non lavora e chi invece sfrutta», recita il testo con icastica evidenza. Tradurre scenicamente questa idea significa attualizzare? Certamente, nel senso di creare nel presente un’equivalenza semantica della denuncia politica fatta a suo tempo da Brecht. L’assetto sociale di quei tempi non esiste più, ma la differenza tra chi ha molto e chi non ha nulla ha raggiunto dimensioni planetarie.

Micheletto costruisce perciò uno spazio claustrofobico, circondato da alte sbarre di ferro (la scena è creazione di Paolo Fantin), sulle quali premono gli esclusi, nella ricerca disperata di una fonte di sopravvivenza. All’interno di questo spazio, un’aula di tribunale (che via via è anche teatro degli accadimenti) con gli scranni destinati ai giudici e il microfono davanti al quale i personaggi della vicenda pronunciano a turno le loro testimonianze. Ognuno espone una propria verità e alternativamente tutti sono imputati, testimoni e anche giudici. Dunque, nessuno è innocente e nessuno può dirsi estraneo ai fatti, neppure gli stessi spettatori.

Sebbene presenti momenti efficaci ed intensi, come nella scena del naufragio dei migranti o nel duetto tra Mackie Messer e Jenny delle Spelonche o nell’esibizione in proscenio della stessa Jenny (nella superba interpretazione di Rossy De Palma), davanti al sipario dorato rutilante (illuminato dalle luci di Alessandro Carletti), da cui mani vogliose e corruttrici spuntano ad assediarla, lo spettacolo nel suo insieme non decolla.

Marco Foschi nella parte del protagonista è una simpatica canaglia, ma manca di grinta, e Maria Roveran nella parte di Polly appare un po’ scolorita. Tengono bene la scena Peppe Servillo (Peachum) e Margherita di Rauso (la signora Peachum). Né vale fare confronti con le mitiche edizioni del passato. Il merito dello spettacolo è di aver riportato in scena un testo che mantiene intatta la sua forza di denuncia e se anche il lavoro presenta qualche forzatura o sbavatura, è positivo che abbia richiamato tanti giovani, attratti forse oltre che da Brecht, dallo stile del regista.


Autore: admin

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