Luigi LOCATELLI- Cannes 2016. Refn, ma chi te lo fa fare? (in concorso, “The neon demon”)

Cannes 2016



REFN, MA CHI TE LO FA FARE?

84e9fe80c8cfc6e31cea8f06408b221b

The Neon Demon, un film di Nicolas Winding Refn. Con Elle Fanning, Keanu Reeves, Jena Malone, Bella Heathcote, Christina Hendricks, Karl Glusman. In concorso.

Fischiato (molto) e applaudito (poco). The Neon Demon di Refn continua qui a Cannes a dividere. Stavolta il regista di Drive abbandona i suoi racconti virili per buttarsi su un universo di sole donne. Una ragazza arriva a Los Angeles per sfondare come modella: si ritroverà in un incubo horror con risvolti cannibali. Trama inesistente. Solo un pretesto perché Refn realizzi il più radicale dei suoi film, un puro flusso vivivo di facce e corpi feticizzati- idolizzati. Cinema della contemplazione, cinema del mito, da cerimonia più demoniaca  che sacra. Da rivedere fuori dagli stress festivalieri.

****

Fischiato (molto) e applaudito (poco). The Neon Demon di Refn continua qui a Cannes a dividere. Stavolta il regista di Drive abbandona i suoi racconti virili per buttarsi su un universo di sole donne. Una ragazza arriva a LA per sfondare come modella: si ritroverà in un incubo horror con risvolti cannibali. Trama inesistente. Solo un pretesto perché Refn realizzi il più radicale dei suoi film, un puro flusso vivivo di facce e corpi feticizzati- idolizzati. Cinema della contemplazione, cinema del mito, da cerimonia più demoniaca a che sacra. Da rivedere fuori dagli stress festivalieri.   Nicolas Winding Refn non è regista di velocità e fracassoneri, è al contrario regista di immobilità contemplative, di rarefazioni, un cultore del tempo che si ferma, del tempo immobile e sospeso, e tutt’al più circolare del mito.

Con una pulsiione profonda e incoercibile alla fissità ieratica, secondo una tradizione scandinava, e danese, che ha il suo cineasta-feticcio in Carl Theodor Dreyer. Contemplativi, di estrema rarefazione, solenni liturgie erano, nonostante si spacciassero per il contrario, i capolavoro Valhalla Rising e Bronson. In questo The Neon Demon Refn assolutiza e radicalizza il suo cinema dal tempo immobile, del sacro, e il suo cinema come produttore di miti e di quanti li abitano, idoli, dei, dee, eroi, guerrieri Con una fondamentale discontinuitò rispetto al (suo) passato. Regista maschile e narratore di mondi esclusivamente virili, fin dai tempi della trilogia di Pusher, stavolta passa con decisione dall’altra parte, raccontandoci un universo prevalentemente femminile, e certe esitazioni, certe irresolutezze, anche a questo si devono.

Da figure collaterali le donne qui conquistano il centro e l’intero spazio, consegnandoci un altro Refn. The Neon Demon alla proiezione stampa ha, usiamo un garbato eufemismo, diviso. Qulache applauso (tra cui il mio), soverchiato da fischi possenti che erano cominciati già, cosa mai accaduta quest’anno a cannes, in corso di proiezione. Per almeno cinquanta minuti si fatica a decifrare il senso dell’operazione, oltretutto non aiutati da dialoghi che suonano pessimi, come cristallizzati nelle forme di un cinema di serie B e anche di serie inferiore degli anni Cinquanta o Sessanta. Con tempi lentissimi che sabotano l’attenzine e la concentrazione anche degli spettatori meglio disposti (tenete conto che ai festival si è sempre parecchio stanchi, impazienti, con pesanti debiti di sonno, non proprio nelle migliori condizioni per adagiarsi e sintonizzarsi sull’andamento lento interno e profondo di un film come questo). Una ragazzina di nome Jesse, che è l’inadegatissima Elle Fanning, la protagonista di Somewhere di Sofia Coppola, ex bambina prodigio, caruccia ma qualunque, arriva dalla solita privincia a Los Angeles.

A caccia di soldi, fama e quant’altro Stavolta però non nel cinema, ma nella moda (non mi risulta che Los Angeles sia una capitale così attrattiva, cosi calamitesca, del fashion, ma tant’è). Naturalmente – è il cinema, bellezza – mentre le altre devono fare trafile umilianti e pazzesche a lei basta farsi vedere da una madama delle agenzia (Christina Hendricks) per vedersi aperte tutte le porte. Il book lo farà addirittura con un grande fotografo, e son cose anche queste che succedono solo al cinema. Intanto lei continua ad abitare in un motel naturalmante sinistro e sordidissimo (dopo Psycho non si ha motel rassicurante), scortata dal suo ragazzo. Ora, non succede mica niente, se non cheil corpo della ragazza e il suo viso sono la materia su cui Refn costruisce le sue visioni feticistice, più per successive associazioni libere che per ottemperanza a una trama. Che non c’è, o che tutt’al più finge di esserci. Una robaccia con qualche lesbica cannibale (il lesbismo si porta molto a questo Cannes, mentre l’amore tra maschi sembra non essere più così di moda), con una cosca di stronze che vorrebbero sabotare le nuove arrivate sul mercato della bellezza per non perdere lavoro, solid, prestigio e i favori di stilisti e fotografi. Nient’altro. Con una circolartà narrativa per cui si torna al punto di partenza, per ricominciare un altro ciclo. Come nell’eterno ritorno secondo Mircea Eliade, lo studioso del mito.

A conferma che qui ogni progressione narrativa, ogni verticalità è abolita., e che ci muoviamo nel territorio trasfigurato del simbolico e del sacro. The Neon Demon non è nemmeno un film, forse non vuole nemmeno esserlo, è un flusso visivo con molte parentela con la visual art, e l’installazione immobile con modella insaguinata dell’inizio è la perfetta chiave e sintesi anticiata di quello che poi vedremo. Con la sua protagonista, mica per niente decorata in alcune scene-chiave come un idolo barbaro-nibelungico (non sfigurerebbe in Valhalla Rising), Refn non vuole raccontare nessuna storia, se mai usarne il corpo per dare vita all’idealtipo delle ballezza, alla dea della bellezza, letteralmente. Il resto è indagine sulla nuova religione dell’Occidente che è il culto del corpo perfetto e dell’immagine. Sondandone i legami visibili e sotterranei con il sangue, la violenza, il sadismo, il voyeurismo, il feticismo, la necrofilia. La ballezza è somma e insieme elemento scatenante di perversioni. Ma è anche potere esercitato da chi ce l’ha, e oggetto di violento desiderio da parte di chi non ce l’ha.

La bellezza come un dono del demonio. Più che a Dario Argento, come s’è scritto, Refn guarda al suo adorato Mario Bava (ha curato amorevolmente il restauro insieme a Fulvio Lcisano di Terrore nello spazio) e a Sei donne con l’assassino con la sua scia di morti intorno a un atelier romano di alta moda. Il problema vero di questo The Neon Demon non è la dissoluzione di ogni possibile racconto o trama in pura imagerie, è la noia che, soprattutto nella prima ore, ci prende alla gola fino a soffocarci. Bisogna tramite training autogeno mettersi in modalità automeditativa e contemplativa per non soccombere alla glaciale immobilità del film. Mi chiedo che senso abbia presentarlo a un festival. Di sicuro The Neon Demon va rivisto e rivisto ancora fuori dalle competizioni coeìme Cannes, per capire se sia o no un grande film, un film necessario. Alla prima visione, pur con il rispetto che nutro per Refn di cui amo alla follia Bronson e Valhalla Rising, mi ha ipnotizzato ma conquistato proprio no. Colpa anche dell’insopportabile Elle Fanning, cui Refn affida il ruolo della sovrumana dea della bellezza. Invece è solo una ragazza assai carina e assai qualunque, che rischia di impiombare l’intera operazione.

 

*Nuovocinemalocatelli.com

Autore: admin

Condividi