Luigi LOCATELLI- Cannes 2016. Una delusione molto intrigante (“Juste la fin du mond” di Xavier Dolan)

Cannes 2016




UNA DELUSIONE MOLTO INTRIGANTE

6cf28d4773555ac81e1a2f68318c61ec

Juste la fin du mond (It’s only the end of the world), un film di Xavier Dolan. Con Gaspard Ulliel, Léa Seydoux, Marion Cotillard, Vincent Cassel, Nathalie Baye. In concorso.

Non è quella cosa orrenda come molti, ansiosi di infrangere l’dolo Xavier Dolan, hanno detto e scritto. Non è che la fine del mondo conferma anzi tutto il talento di metteur en scène del ragazzo french-canadese. Un giovane uomo torna a casa dopo dodici anni per rivelare alla famiglia la propria morte imminente. Ma si scatenerà l’inferno con mamma, sorella, fratello, cognata. Testo di origine teatrale abastanza ostico e oscuro. Dolan azzecca molte cose – il ritmo, la tensione, la scelta di lavorare quasi solo sui primi piani – ma resta sempre all’esterno del testo e dei personaggi. E il pessimo Gaspard Ulliel non aiuta (mentre gli altri sono tutti bravissimi) 

****

Le domande che tutti si fanno qui a Cannes dopo i due tormentati (per la spaventosa affluenza di stampa internationla che neanche la finale di Champions Real-Atletico) press screnings di ieri sera sono: ma questo Juste la fin du monde dell’ex wunderkind – ormai ha 27 anni – Xavier Dolan è clamorosa sòla o no? Domanda numero due, più inquietante: non è che abbiamo sbagliato concedergli dopo Mommy tutto quel credito salutandolo come la rising star della regia? Intanto breve digressione sulle disavventure di me possessore di press badge di colore blu, che dopo una fila di un’ora e trentacinque minuti non son riuscito a entrare alla Salle Debussy visto che i rosa, di rango superiore e pure in quantità smisurata, io li chiamo la valanga rosa, continuavano a entare occupando tutti i posti disponibili. Di blu ne saranno entrati una quindicina, gli altri fuori.

Tant’è che per farcela alla spiezione successiva di Dolan alla famigerata Salle Bazin – famigerata perché la più iccola e con la crew di buttafuori più dura e spigolosa del Palais – mi sono messo in coda alle 19,05, e il film cominciava alle 21,30, non so se mi spiego. Tutti strvaccati per terra a battere sulle tastiere per sfruttare almeno quel tempo vuoto, con però i sadici signori drlla security ora a farci alzare, ora a farci spostare, ora a urlare che quella era la fila solo dei blu e dunque i gialli, al di sotto dei blu nella catena alimentare, dovevano staserne ancorta più in fondo. Comunque, almeno poi son riuscito a vederlo. Da queli enyrati alla precedente proiezione filtravano intanto pareri poco rassicuranti. Dolan ha sbracato, il film fa abbastanza schifo. Peraltro è stato pure fischiato (mentre allo screening mio c’è stato solo un glaciale silenzio alla fine, zero fischi ma anche zero applausi). Solo un tweet di Peter Bradshaw sul Guardian ne parlava bene, il resto erano perolopiù stroncature malevole.

L’idolo infranto. Come c’era da aspettarsi. Portato troppo in alto e troppo velocemente dopo Mommy proprio qui due edizioni fa, Xavier Dolan per via della sua giovane età, e anche di una carinerai fisica da teen-idol, è stato subito adottato più che dai cinefili dal fashion people dei giornali di moda, dei servizi di moda, dagli stylist, dai fotografu da glossy magazine. Il che non lo ha aiutato. Un idoletto pop cui ieri sera è stato dato il cartellino rosso, intimandoglio lo stop di un almeno giro alla casella di artenza. Fine del fenomeno Dolan? Potrebbe anche essere. L’errore è stato di aver troppo mediatizzato il french-canadese, e lui di essersi fatto troppo mediatizzate. Che poi si sa come vanno queste cose, al primo scivolone, o semplicemente allo spuntare di un altro tanetuccio più giovane e belloccio, ti voltano le spalle. Sarà meglio stare schisci sulla sua identità di cineasta per parare di questo film. Premettendo che Mommy per cui il mondo ha delirato non è neanche il suo miglior film, più interessanti erano Laurence Anyways e Tom à la ferme. Dlan stavolta fa un passo indietro e un passo falso, come quasi tutti stan scrivendo? Rispetto alla riuscite precedenti di sicuro sì.

Questo è film più ostico, accidentato, sfrangiato con una storia volatile, a tratti inafferrabile, per niente lineare e strutturata. Oltretutto parlato in un francese che n’è parso strettissimo, velocissimo, quasi incomprensibile e con ahinoi sottotititoli inglesi spesso traditori e assurdi. Ma non ce n’è. Dolan nostante i non pochi errori conferma il suo sbalorditivo naturale talento. Come quei calciatori sudamericani che gli dai un pallone a cinque anni e ti inventano mirabilie senza che nessuno gli abbia insegnato la tecnica, così Dolan con il cinema e la macchina presa. Non credo abbia fatto scuole di regia, Dolan, è, semplicemente, uno bravo, uno che se gli dai la maccina da presa in mano sa subito, per istinto, da che parte metterla. Ricordando in questo un altro talento giovane Otrson Welles (non sto ponendo sullo stesso piano i due, non scandalizzatevi) che girò Quarto potere senza aver mai visto prima una macchina da presa. Come già aveva fatto con Tom à la ferme, per questo È solo la fine del mondo non si basa su una sceneggiatura originale, ma sul play di un drammaturgo, stavolta Jean-Luc Lagarce, québecois vissuto a lungo a Berlino e morto di Aids, un Koltès canadeseXavier Dolan colloca il drama di famiglia di Lagarce in uno ieri imprecisato tra anni Ottanta-Novanta-primi Duemila.

Non conoscendo l’originale, non saprei dire quanto sia stato mantenuto e quanto invece riscritto e riadattato. Dal film si ha limpressione di un testo non lineare, fatto di grumi che a fatica si impastano, voci, corpi, litigi, scontri non sempre intorno a un nucleo chiaro. Anzi, il nucleo vero, il perché del ritorno a casa del protagonista, è del tutto eluso, silenziato, nascosto. Vediamo un sofferente giovane uomo di nome Louis all’inizio dirci, in fuori campo: “torno a casa dodici anni dopo per annunciare la mia merte”. Nel corso di tutto il film (un’ora e mezza) aspettiamo che questa rivelazione venga fatta ai parenti, ma la rivelazione continuamente allusa è sempre rimandata, creando equivoci e un’escalation di tensione fino alla tempesta (in ogni senso) finale. Dolan dosa e crea assai bene la suspense lavorando su un materiale oscuro e procedendo per accensioni improvvise alternate a zone opache, a spiazzare lo spettatore e indurgli un’agoscia cieca. Cos’ha ma da dire il protagonista, 34enne drammaturgo di gran successo, presumbilmente gay, a questa famiglai abbastanza rozza con cui aveva tagliato i ponti? Forse che è malato di Aids?

O gli importa solo provocare con il suo semplice esserci l’esplosione di quel microcosmo? La madre, la sorella frustrata, il fratello brutale, la cognata sottomessa e non proprio sveglissima, e invece l’unica a intuire cosa stia succedendo e perché Louis è tornato a casa. Il resto è come una tela strappata da cui brandeli noi dobiamo ricostruire e imaginarci il tutto, dunque siamo lontani dalla pienezza narrativa di Mommy, e sarà anche per questo che Juste la fin du monde ha sscitato un rigetto così forte. L’impressione però è che nemmenoDolan abbia le idee chiarei, un’idea di regia e una visione precisa di come trattarlo e interpretarlo, quel testo. Così si affida alla sua ben nota abilità di creare scene pop-sgargianti, una narrazione di tempi velocissimi anzi frenetici, con gente al bordo e survoltata e sovrecitata, e una visualità flashy, strapiena, strasatuta, che molto deve alla videomusica. Insomma, il dolanismo.

Con un’intuizione notevole, quella di riprendere tutto il film salvo pochissime scene i personaggi singolarmente e sempre in pimo piano nello stesso ambiente, linterno della casa medioborghese di faiglia (che immaginiamo in Québec, anche se non ci viene detto). Le facce e i corpi sono alterati dal make-up, soprattutto la madre, una maschera grottesca, l’acting è esagitato, c’è molta corporalità (come in Mommy perlatro). Niente chiariscuri, niente penombre, niente sottigliezze e mezzi toni. Tutto è portato letteralente in primo piano. Slo l veitrà rimane nascosta.

Con effetti anche potenti e una ipersaturazione emotiva assai dolaniana. Nekle parti più riuscite par di assistere a un girone di dannati che si sbranano, si fanno del male fingendosi di amarsi. Ma l’operazione resta sempre all’esterno dei personaggi e del testo. Dolan mostra i muscoli mostrandoci quantè bravo come metteur en scène, ma gli manca un pensiero davvero forte, un progetto per organizzare la materia he si ritriva tra le mani. Rsta alla fin fine un ragaxxino di atlento, ma sarebbe ora che crescesse, ecco.

Non è un disastro, Juste la fin du monde, nei momenti più alti è un huis-clos distirbante al punto goisto, folle e concitato. Dolan mantiene il suo rango d’autore. Ma è un film-linite oltre cui dovrà reinventarsi e smetterla con certe astuzie pop che l’han reso tanto popolare tra givai e fashionisti, e rischiare di più, mettersi in gioco. Il punto debole di massima fragilità è il pessimo Gaspard Ulliel, lamentoso e inespressivo, incapace di reggere un film che ruota intorno a lui (Ulliel è pessimo anche in un altro film visto qui a Cannes, La danseuse). Mentre gli altri son bravissimi, ovvvio, avendo Dolan chiamato a raccolta il meglio del cinema french-speaking: Vincent Cassel, Marion Cotillard, Léa Seudouux, Nathalie Baye. Tutti formidabili. Con menzione speciale per la Cotilard in un ruolo ingrato.

 

*Nuovocinemalocatelli.com   che ringraziamo

Autore: admin

Condividi