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Cannes 2016*



UN MELO’ FAMILIARE, DI ALTA SCRITTURA FILMICA

Fais de beaux reves (c) Simone Martinetto 1

Che è tanto piaciuto a pubblico e critica

Fai bei sogni, un film di Marco Bellocchio. Dal libro di Massimo Gramellini (Longanesi). Con Valerio Mastandrea, Bérénice Bejo, Guido Caprino, Nicolò Cabras, Barbara Ronchi, Emmanuelle Devos, Miriam Leone, Piera Degli Esposti. Quinzaine des Réalisateur

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Appena reduce da un ruzzolone per fortuna senza conseguenze sulle impervie scale del Grand Théatre Lumière dove mi appresto alla visione di Ma Loute di Bruno Dumont (colpa di una scarpa slacciata che mi ha fatto inciampare, colpa degli occhiali scuri multifocali che se guardi in basso ti imbalordisci, colpa di una hostess di sala in nuova divisa simil-Courrèges che mi ha fatto alzare perché avevo occupato un posto destinato alle sempre misteriose ‘Invitations’), eccomi qua a sfruttare i minuti cher mancano allo screening per scrivere di Marco Bellocchio e del suo Fai bei sogni, clamorosamente ben accolto ieri sera alla serata di apertura della Quinzaine des Réalisateurs.

Bellocchio il réfusé, non accolto nel festival maximo, nonostante l’anzianità cannense maturata e i gradi di maestro conquistati sul campo in decenni di onorato servizio. Dalle poche e blindatissime preview per la stampa di Milano e Roma eran filtrati rumors preoccupati, anzi allarmati. Tutto un: il film fa schifo, anche se non si può dire. Sicché ieri sera mi aspettavo davvero il peggio, anche per via dei due ultimi deludentissimi film, anzi tremendi proprio, del regista venuto da Bobbio (Piacenza), Bella addormentata e Sangue del mio sangue. Invece, alla visione, Fai bei sogni s’è rivelato non così male, di sicuro meglio dei due precedenti di Bellocchio, e finalmente da parte sua un film accessibile, non troppo lambiccato, fruibile al pubblico.

Certo che l’attesa dello screening alla Quinzaine è stata a dir poco estenuante. Fila per entrare perfino peggio del solito, e poi purtroppo la cerimonia del premio La Carrosse d’Or assegnato quest’anno all’assente Aki Kaurismaki e ritirato dal suo produttore francese e dall’attore di Le Havre Jean-Pierre Darroussin. Maestre di cerimonia Catherine Corsini, neovincirice del Torino Gay Festival con La belle saison (non male, diciamo una copia pallida di La vie d’Adèle) e un’altra signora in severi abiti che m’è parsa essere Céline Sciamma, ma potrei sbagliarmi. Parole parole parole tutte puntualmente tradotte in inglese, ad allungare ulteriormente i tempi. E dopo la Carrosse d’or, ecco un rappresentante sindacale dei lavoratori dello spettacolo, il quale si lancia in un fluviale speech sul precariato, l’erosione dei diritti e quant’altro potete immaginare, pure poi tutto tradotto. Dopo venti minuti la pur gauchiste platea della Quinzaine ha cominciato a rumoreggiare e spazientirsi. Finché grazie a Dio è salito sul palco Bellocchio con un bel po’ dei suoi attori e spendendo il minimo possibile di parole si è presentato e ha presentato il film. Grazie della concisione, ce n’era bisogno.

Son quasi le 20 quando inizia Fai bei sogni. Del libro di Massimo Gramellini da cui il film è tratto credo sappiate tutto, e credo sappiate più di me che non l‘ho letto (non sono tra il milione di italiani che l’ha acquistato trasformandolo in un clamoroso bestseller), libro autobiografico però se ho ben capito in forma di romanzo e dunque con una qualche fictionalizzazione o schermatura di cose e persone reali. Storia ben nota di un ragazzino di otto anni di nome Massimo che nella Torino dei tardi anni Sessanta resta orfano dell’adorata mamma, andata a via a soli anni 38. Quel che il film ci mostra è un bambino non simpaticissimo – e con un po’ troppo della gnagnera dei bambini-attori italiani – che quella morte non la accetta, non ce la fa, vorrebbe saperne di più, anche perché la mamma nenche gliel’hanno fatta vedere, solo la cassa ormai sigillata.

Per proteggerlo, dicono il babbo e i parenti tutti, solo che lui così non risce, come dicono le cattive psicologhe, a elaborare il lutto, e il trauma se lo trascinerà dietro fino alla vita adulta. A scuola racconta a tutti, mentendo sapendo di mentire, che la mamma è viva ma lontana, a New York, e cova rancore verso chi è sempre stato reticente nel dirgli, anzi nel non dirgli cosa è davvero successo. Infanzia e prima adolescenza dell’orfano a metà che si mescola e alterna agli anni Novanta, con lui diventato grande e con la faccia e i modi perplessi di Valerio Mastandrea, clamorosamente miscast, sempre con quell’aria da romano vero che nella media-alto borghesia di Torino cosa mai ci starà a fare, sant’Iddio. Massima fa il giornalista, di sport e poi di cose anche più toste e serie ,come tangentopoli, come la guerra in Bosnia. Però sempre con quel trauma dentro a roderlo e a rendergli triste la vita. Fino alla rivelazione finale che non dico, anche se la sapete già, e che riscrive tutta la storia.

Ora, si fa abbastanza fatica a capire cosa ci abbia trovato Bellocchio in questo melodramma familiare ipersentimentalista e gonfio di retorica con un protagonista orfano certo sofferente, ma pure qua e là insopportabilmente narciso e autoriferito (vogliam parlare delle scene finale quando il nostro non ha la minima parola di comprensione per la povera madre accusandola, ancora!, di averlo abbandonato?). Una storia oltretutto trasposta nel film con dialoghi al limite dell’inudubile, e con sequenze intere di cui faremmo a meno, come l’escursione nei Balcani o quella sulla collina torinese nella casa dell’amico ricco e stronzo. Per fortuna che Bellocchio c’è, ed è in grado di cavare visioni e cinema vero anche da un feuilleton tra Carolina Invernizio e Senza famiglia, per quanto aggiornato agli usi e agli psicologismi della contemporaneità italiana.

Specialista nel cinematografare l’inconscio, appronta scene di un realismo più onirico che magico, dalla bara della madre che sovrasta e schiaccia il bambino al megapresepe in cui par di precipitare in un mondo parallelo. E le lezioni del sacerdore-mentore, e i percorsi misteriosi nelle vecchie case colme di libri e carte e ogni possibile soffocante arredo. E incubi e fantasmi e fantasticherie, molto giocando sul Belfagor televisivo anni Sessanta culto di mamma e figliolo. La claustrofobia familiare, così bellocchiana da sempre, trova in questo film un’altra occasione per imprigionarei personaggi e, per contagio, pure noi spettatori. Bellocchio dissemina il suo racconto di prefigurazioni, anticipazioni psichiche, premonizioni, come l’ossessione da parte di Massimo bambino, ragazzo e adulto della caduta, del precipitare, una spia di quello che sa ma non vuole ammettere di sapere. E via allora con la statuetta di Napoleone lanciata dalla finestra, con Belfagor che precipita, con il tuffo dal trampolino più alto della donna-salvatrice (una Bérénice Bejo bellissima).

Come in quel romanzo psicanalitico anni Ottanta, L’albergo bianco, dove la protagonista attraverso visioni inconsce pre-vedeva e pre-sentiva quanto le sarebbe successo. Se solo Bellocchio avesse seguito con più radicalità e convinzione questa traccia di connessioni, concantenazioni inconsce, avremmo avuto un altro (e migliore) film. Purtroppo c’era il testo-bestseller di partenza che non poteva più di tanto essere stravolto, e al quale il regista resta nella sostanza fedele non riuscendo così evitare il sentimentalismo e l’autoindulgenza del main character. Ma alla fine il film, pur nelle sue disconinuità, pur con i molti momenti insostenibili, ce la fa a funzionare come macchina di spettacolo, e la reazione della prima alla Quinzaine ne è la prova. Fai bei sogni potrebbe diventare uno dei migliori risultati commerciali di Bellocchio, e un successo internzionale

 

*Nuovocinemalocatelli.com (che ringraziamo)

Autore: admin

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