Mario LUNETTA- Interrogazioni esistenziali…(“3_6_5 Buchi nella sabbia”, un libro di E. Bernard)

 

 

Il mestiere del critico     Libri

 


INTERROGAZIONI ESISTEZIALI E FERRIGNE

Note  su “3_6_5 Buchi nella sabbia”, un volume di Enrico Bernard (nella foto). Ed. BeaT

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La scrittura in versi è solo una zona, neanche troppo irrilevante, di un autore come Enrico Bemard che, in una lettera scritta a Giacinto Spagnoletti dopo la morte del critico, scrive tranquillamente:

“io tutto sono, tranne che un Poeta. Un uomo di teatro, questo sì, che usa anche il verso in senso drammatico. Ecco allora che mi decido solo ora ad un delle mie pause liriche e musicali, affinche esse siano integrabili, e forse più comprensibili o per lo meno giustificabili, nella mia produzione drammatica”.

Queste parole provano che la coscienza autocritica di Bemard considera sì lo status tecnicamente “ancillare” dei testi di Buchi nella sabbia rispetto alla sua drammaturgia, ma al tempo stesso ne rivendica l’autonomia e la ragione. Una ragione e una necessità che si sviluppano attraverso un lungo ordine d’anni, dal 1970 fin quasi al nostro oggi, per restituirci la fisionomia di un poeta che si prova a (ri)leggere se stesso lungo il crinale, aspro e non di rado scosceso, della sua esperienza di individuo immerso – come noi tutti – nel malessere di una situazione di cui penetrare il senso diventa di momento in momento sempre più difficile.

Enrico Bemard è civis romanus quanto è cittadino del mondo, ma la sua romanizie per così dire cosmopolita (dal momento che il nostro opera ormai quasi sistematicamente anche tra Svizzera e Stati Uniti) non gli impedisce fin dagli anni Settanta dello scorso secolo di scrutare con occhio duramente critico lo stato di abbandono in cui versa (in cui già versava) la Capitale, in un “poemetto metropolitano” in XIV quadri come La mia città, o di soffrire i flashes della violenza consumata nelle notti del GRA e delle consolari, o di buttare una sonda nei gorghi della sua solitudine di giovane scrittore che si interroga ed è costantemente in cerca di risposte. Si vedano certuni di questi quadri, realizzati in una lingua che, neppure sfiorata dagli azzardi di uno sperimentalismo avanguardistico ormai agli ultimi respiri, conserva un vago profumo di neorealismo tra visivo e psicoanalitico attraversato da lampi di irridente disperazione metaforica, con frequenti indulgenze per colpi di rima decisamente sapienti:

“Andrò anch’io alla giostra / che si è appena accampata / dietro case senza facciata / i cui inquilini alla finestra / son bimbi-vecchi in pensione, / operai in cassintegrazione / sempre in attesa di un colpo / di vento che sollevi polvere / fino all’ultimo piano, dato / che non piove da un anno. / Un clown che ha la mia faccia / suona al citofono per maledire / il padrone del cane che abbaia”. (VI).

“Sul ciglio della statale Pontina / il corpo insanguinato della bambina / scaricata dopo aver subito violenza / diventa ombra trasparente ai fari / abbaglianti delle automobili / che sfrecciano in corsia d’emergenza. / Finalmente qualcuno mette / la freccia, accosta ed ingrana / la retromarcia per chiederle / se veramente fa la puttana” (VII).

“Sembrano privi di ogni segreto / i secondi che senza preavviso / saranno soltanto pietre sul greto / o sfregi di carne aperti sul viso. / Non mi sfugge neanche una virgola / del discorso del tempo che miete / vittime e vittime lungo la strada / impervia fino al capezzolo immane / dell’impulso che spinge alla vita. / Sarei però già morto di parto se / non mi fossi più dato un pasto / di luce d’adulto ancora neonato. / E il flusso del tempo ora conduce / verso i luoghi concreti di vita / partorita d’amplessi nel vuoto. / Basta perciò l’angoscia del nulla / a farmi riempire di sangue lagune / d’inchiostro illeggibile e morto”. (IX).

“Roma, nel buio, è altra da se. / Diversa dalla città che in centro / è attraversata da comitive come / un fiume dai niille rivo li aperti. / In borgata solo strade allagate / dai tombini otturati da foglie, / conducono ai quartieri satelliti / assediati da immondizie e detriti / sotto il cartello-lettera-morta / che avverte: divieto di scarico, / i trasgressori saranno puniti / a norma di legge in base all’articolo / … reso illeggibile dalle serciate.” (X).

Ma poi, nelle due quartine variamente rimate di Conclusione 2012, l’ottica seccamente cronachistica cede a una riflessività fra esistenziale e filosofica di sospensione irreale, con un’insistenza di ritmo battuto eppure non definitivamente catalettico:

“I miei occhi guardano il mondo / trasparente come il vuoto fondo / di un bicchiere lasciato a metà / dallo sbronzo che casca di già / e si annega nel mare profondo / del tempo astratto dell’ eternità / nuotando nella sua quotidianità / in cui la realtà sembra un sogno”.

Nel seguito della raccolta le cadenze e l’andatura si fanno più distesi e liberamente narrativi, con squarci lirici e memoriali sempre molto compatti (si veda il poemetto  A sud del nord, quasi un omaggio a certe località della Svizzera: Zurigo, Schaffhausen, San Gallo, Neuschwanstein, in cui si afferma un controllo del pathos davvero sorprendente, solo che si pensi all’anno di composizione, 1975), o – in termini diversi, più direttamente coinvolti, eppure senza nessuna bava di sentimentalismo – i bellissimi testi dedicati al figlio Carlo e al nascituro Tito (19851988), con una carica di interrogazioni che servono al poeta a raffreddare l’emozione; e ancora A mia madre (1994), in cui la nostalgia dolorosa confina con un immedicabile senso di colpa; e infine, quasi con un richiamo foscoliano rovesciato nel mood ciecamente tragico della modernità, A me stesso (2014), in cui i versetti intersecati da rime e assonanze sembrano invitare a un accompagnamento musicale:

Mi sono dato lo spazio / mi sono dato il tempo / per dire quel che sento… / … / Poi improvviso mi fermo / sull’ orlo di una parola / che stenta a venire / che stenta a salire / dal cuore al cervello / buio così sul più bello… / .,. / Ah, pessima la poesia / in cerca d’ispirazione / nettare della sua fantasia / come non ci fosse un’azione / concreta in trasformazione / per ampliare la propria follia”.

Con l’affacciarsi degli anni 2000 si fanno più presenti i testi lunghi frazionati in sezioni. Si tratta chiaramente di prove del genere ballata, che aspettano l’avvio della strumentazione o comunque una verifica musicale e/o drammaturgica che li coinvolga e li definisca fisionomicamente. L’inconsistenza del vivere, il dissiparsi di una prospettiva che offra al singolo e alla collettività la piattaforma di un diverso modo di esistenza associata, infine lo smarrimento delle speranze in positivo che pure erano state – molto illusoriamente – il lievito confuso ma generoso di almeno due  generazioni: tutto questo segna di se le zone di più ampio bacino della raccolta, malgrado la vitalità del rapporto con la natura, i sensi, il mare soprattutto, non cessi di operare con forza, tra l’attrazione della sfida e l’attrazione della sconfitta, su un filo rischioso in cui aleggia l’ombra dell’Albatros di Baudelaire:

“La sensibilità del poeta / è inversamente proporzionale / all’ assuefazione al mondo reale, / perche l’uomo dalle ali tarpate / non può permettersi il volo / ne lo slancio per scavalcare / il dolore più grande del mare / dato che la sua zavorra mentale / lo trascina giù verso il fondo” (La mia filosofia).

Oppure, come davanti a uno specchio:

“Ombra di luce astratta / di storta in nube riflettente, / arcobaleno d’esistenze / ammucchiate sulla chiatta / che sopra il fiume scende, / scorre la vita, inesorabilmente. / I miei rimorsi senza peso, / inutili come aliti di vento / che sembrano soffiar sul fuoco / che però si smorza poco dopo, / ecco: non gli danno l’alimento, / così il mio pensiero è spento / offuscato dal ridicolo silenzio / memore del torbido elemento / che agitarsi dentro sento, / cantilena, eco d’un lamento”.

Il battito della rima è percussivo, quasi a negare la potenza del trascorrere del tempo, e così della vita. È la fase forse più reclinata su di se dell’intera raccolta, che in un poemetto del 2012 come Don Chisciotte nella Città Incantata (in cui l’avatar del poeta nel fantasma mentale del Cavaliere dalla Triste Figura si fa spinta a un discorso meditativo, riflessivo, di amara introversione) vede la metafora ridotta al minimo e la maschera del Falso Poeta rivela tutta la propria impotenza di fronte alle invincibili determinazioni dell’Essere, per cui anche l’eros, per quanto intenso, non dà mai una salvezza definitiva.

Di grande energia è il poemetto dedicato a Carlo Giuliani (Non lavate il mio sangue dal muro): un testo di aperta poesia politica, intransigente e senza perdono. Gli fa in qualche misura da contraltare-accompagnamento il lungo testo “paramitologico” Penelope, canto per la pace, nel quale la donna abbandonata troppo a lungo giudica severamente l’astuto e cinico Ulisse, e gli si nega.

La raccolta si chiude, molto giustamente, o magari si riapre, sui versi dedicati al padre di Enrico, lo straordinario scrittore Carlo Bemari (al quale chi scrive fu legato da affettuosa amicizia), nel segno di una continuità interrogativa del mondo attraverso quell’indefinibile cosa che continuiamo a chiamare Poesia.


*Ringraziamo Mario Lunetta, autorevole firma del nostro mensile d’origine, “PrimaFila”, che ha   curato la prefazione del volume di Enrico Bernard

Autore: admin

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