Agata MOTTA- Prima della prima. Al Biondo di Palermo C. Collovà ‘sfida’ “Horcynus Orca”

 

Prima della prima

 


IL TEATRO PER STEFANO D’ARRIGO

Al Teatro Biondo di Palermo, Claudio Collovà ‘sfida’ “Horcynus Orca”

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Claudio Collovà ha realizzato con Horcynus Orca di Stefano D’Arrigo (1919\1992, foto in alto) un progetto a lungo accarezzato e finalmente trasformato in realtà grazie alla produzione del teatro Biondo. Consapevole della complessità della propria operazione, il regista – durante la conferenza stampa di presentazione svoltasi alla presenza dei giornalisti e del direttore dello Stabile Roberto Alajmo – ha chiamato in causa lettori e spettatori, i primi per accogliere la propria soggettiva visione e i secondi, non considerati “opachi veditori di cose”, per richiederne partecipazione di cuore e non soltanto di logos.

Lo spettacolo, in scena dal 6 al 15 maggio in sala grande, vedrà sulla scena Vincenzo Pirrotta, Manuela Mandracchia e Giovanni Calcagno ai quali sono stati affidati i personaggi che il regista ha estrapolato da uno dei più complessi e dimenticati romanzi novecenteschi. Collovà, che ricava maggiore libertà espressiva nell’indagine e nello scavo di importanti opere letterarie (si è già occupato di Joyce, Eliot, Canetti), ha colto alcune suggestioni del romanzo di D’Arrigo – montandolo e interpretandolo in maniera assolutamente personale – ne ha mantenuto i dialoghi già perfettamente teatrali e la lingua immaginifica, visionaria e concreta insieme, intrisa di neologismi.

Collocabile a ridosso dell’8 settembre del ’43, nello spazio ristretto tra Calabria e Sicilia, la vicenda del romanzo si occupa del ritorno dalla guerra di ‘Ndrja Cambria e si configura come vicenda reale e simbolica insieme, come stato di attenta veglia e di stordente allucinazione, come condizione percorsa da un filo rosso che può chiamarsi guerra o corruzione morale o Morte, quella morte che talvolta giunge quando invece sembra di aver compreso finalmente il mistero della vita.

Seguendo l’interpretazione critica di Siriana Sgavicchia, Collovà ha diviso il lavoro in tre cantiche, corrispondenti a quelle dantesche: Il transito, inteso come attraversamento di una soglia; il ricongiungimento, che vede l’incontro e la riappacificazione con il padre; e una terza parte dedicata alla Morte, quella del protagonista e quella dell’Orca, il mostro marino distruttore di ogni cosa.

E’ una triade anche quella degli interpreti/personaggi, una sorta di Sacra Famiglia costituita da padre, madre e figlio. Manuela Mandracchia ha descritto il proprio personaggio, quello di Ciccina Circè, che rimanda contemporaneamente alla materialità della carne e alla mitologia, come un “angelo caduto”, un traghettatore nostalgico fragile e spietato, bramoso di vita nonostante la direzione mortifera da lei indicata. E’ attraverso questa chiave interpretativa – ha spiegato l’attrice – che si giunge all’altro personaggio, quello del fantasma della madre, come se tutto fosse un incubo, il frutto di molteplici visioni.

Un duplice ruolo è anche quello di Vincenzo Pirrotta: lo spiaggiatore, che sin dall’inizio detta la linea interpretativa dello spettacolo, e Caitanello, padre lungamente cercato dal protagonista. Pirrotta ha considerato quello di Caitanello “uno dei personaggi più difficili ed entusiasmanti che abbia mai interpretato perché possiede due facce del tutto differenti, da una parte l’amore e la dolcezza per il figlio e per la propria terra, dall’altra la rabbia che scaturisce dalla guerra e dalla solitudine”. Giovanni Calcagno, invece, è ‘Ndrja, il vettore che nell’attraversamento delle tre cantiche passa dalla condizione di cieco a quella di veggente.

Calcagno, riconoscendo nel romanzo di D’Arrigo il risultato della ricerca di una vita e l’incarnazione dei segni del destino di una comunità, ha ribadito una delle funzioni più importanti dello spettacolo, cioè quella di riconciliarci con un tipo di umanità che  viveva la realtà così com’era, un’umanità lontana da quella attuale immersa nel sogno del “sentito dire”.

Nelle scene di Enzo Venezia è alto il contributo di opere d’arte con le quali dialogare, come i sacchi di Burri nei quali lo scenografo e costumista ha intravisto il Sud di macerie e distruzione oggetto del romanzo. Determinanti per l’insieme Collovà definisce anche il video di Alessandra Pescetta, con riferimenti al mondo contemporaneo, le musiche di Giuseppe Rizzo e le luci di Nino Annaloro.

“Quello che succedeva nel ’43 succede anche oggi – conclude Collovà – nel Mediterraneo annegarono insieme corpi di tedeschi, inglesi e americani –- oggi esso ospita cadaveri con cifre da record in tempi di pseudopace”.

Autore: admin

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