Cinzia BALDAZZI – Tra scrittura e pittura (“Allegorie teatrali” di Luisa Sanfilippo)

Scaffale


LUISA SANFILIPPO TRA SCRITTURA E PITTURA


In Allegorie teatrali l’attrice e performer ha raccolto tre monologhi dedicati ad altrettante figure femminili.


La scheda

Luisa Sanfilippo, pseudonimo di Luisa G. Trovato, è autrice, attrice e performer. Siciliana, trasferita giovanissima a Roma, prende parte a spettacoli della post-avanguardia teatrale romana dalla metà degli anni ’70 in poi: tra questi, Sobranie di Vincenzo Sanfilippo, La casa trasparente di Lucia Vasilicò, L’orologio di Dino Buzzati, Il mercatino e Theatri Epistola di Aldo Braibanti. Dai primi anni ’80 mette in scena propri testi, curandone anche regia e interpretazione: Pastel, Il divieto, Acque, Cuori semplici e intelletti lacerati, Silenzi eloquenti, Dis-Armonie, I piaceri di un sogno fatto in Sicilia.

Allegorie teatrali raccoglie tre monologhi scritti e rappresentati in anni diversi: Dante, imaginary conversation (2009), L’universo interiore di Erodiade (2010), Dora Maar – Picasso (2008). I testi, da lei stessa interpretati, sono stati concepiti e messi in scena sulla base di un legame molto stretto con l’elemento visivo, presente come immaginario scenografico a cura del regista e artista interdisciplinare Vincenzo Sanfilippo. Il libro contiene un ricco apparato fotografico dove risulta evidente il rapporto tra fisicità dell’attrice e “testo dipinto”, e al cui interno, come spiega nella prefazione Raffaele Aufiero, “la parola, diventata significante, conduce l’azione scenica”. Completano la pubblicazione le note di Vincenzo Sanfilippo, le biografie, le schede sui monologhi.

Luisa Sanfilippo, Allegorie teatrali, Roma, Edizioni Studio12, pp. 128, € 13,00


La notte trascorsa non sono riuscita a dormire ma, durante un’insonnia semi-vigile, pensando al libro Allegorie teatrali di Luisa Sanfilippo, da recensire il giorno dopo, sembrava giungesse il messaggio del poeta delle allegorie eccellenti: la voce di Dante Alighieri – lo avevo letto – “imbarcato in un veliero sommerso dalle onde, in una tempesta tra il reale e lo scenografico, tra magia e realtà”. Il mio non era “un colloquio immaginario”: era come se trasmettesse il trapelare di una punizione per non avergli voluto dar retta. Ma a cosa – chiedevo nel dormiveglia – se ancora non avevo scritto niente? Tra la stanchezza e l’eccitazione, sono rimasta fino all’alba impegnata nello sforzo di volontà di capire. Ho scrutato bene l’oscurità della stanza, e non vi erano ombre. Solo un annuncio, in significato allegorico, da non tradire. È mattino, sento più tranquilla e carica la lucida consapevolezza di non dover udire voci da lontano, ombre non rivelate, leggendo e guardando la ricca scena del libro: saprò da dove cominciare e, magari, riuscirò a trovare anche la via d’uscita da questo set multiplo di una pubblicazione con monologhi, immagini, scenografie piene di fascino.

La scena, del resto, la trovo già occupata dalla città percorsa dalla frenesia dell’attesa sempre più elettrizzante: si indovina solo la premessa di una gioia di popolo pronto a salutare la splendida sposa del principe tanto amato. È la festa: in circolo noi, gli abitanti di Troia, in particolare le esponenti del gentil sesso. Scrive, infatti, Saffo: “Allora sotto i carri delle belle ruote / spinsero i muli le donne d’Ilio, e tutte in massa / vi salirono donne e vergini di delicate caviglie, / mentre nelle loro stanze le figlie di Priamo / si preparavano (…) E tutti gli uomini innalzavano l’amabile / ortio canto invocando Peana che saetta da lungi, / dalla bella lira, e di Ettore e Andromaca / simili agli dei cantavano le lodi”. Non potremo mai sapere se fosse un carme per così dire occasionale, riservato a una fanciulla ospite del thìasos di Saffo. È probabile di no, e conta poco appurarlo. L’infelice novella della figlia del re di Tebe non intaccava la bella favola amorosa, non solo purificata dalla tormentata storia, ma anche divenuta Somma, grazie all’ammirazione costante di cui la circonda l’epica omerica. La grande poetessa di Lesbo non voleva dunque illuminare il mondo intero: la voleva sposa perfetta, eroina perfetta, da proporre quale esempio alle sue “allieve”. Onorare Afrodite non era solo belle vesti e fiori di corone profumate, era anche vivere, sotto forma di allegoria, il sogno di attesa di un giorno in cui la vita sarebbe intrecciata con un’altra vita: lo stesso sogno, vissuto da Andromaca, fino all’incontro con Ettore.

Il linguaggio della lirica monodica saffica transitava da un’allegoria all’altra sì da consentire di cogliere la libertà dell’essere di un amore, espansione fisica, di sensi purificati e di bellezza di apparenza. Afferma l’autrice Luisa Sanfilippo: “Credo che il linguaggio di un testo teatrale non possa mostrare tutto, e proprio per questo, attraverso l’allestimento scenico costruito come ‘allegoria teatrale’, lasci la libertà di percepire un’ampia realtà attraverso una magia fatta con le parole coadiuvate dalle immagini di scena”. È una magia totale, quella della trilogia Allegorie teatrali: “L’allestimento, finalizzato alla rappresentazione di un racconto scritturale, realizza, attraverso composite allegorie, costituite da azioni attorali, scenografie, costumi e musiche, la costruzione di una narrazione scenica” che, in una zona di poesia tra parola trasmessa e realizzata, la Sanfilippo articola – e dove si muove – con tenerezza, senza passare il confine tra il pensare e il da noi pensato. Tale impianto di tenerezza non può disgiungersi da un forte senso di umana partecipazione al passaggio, al progredire della rete simbolica e metaforica incarnata dalla scenografia. Ed ecco nascere tre distinti monologhi: Dante, Imaginary conversation, L’universo interiore di Erodiade, Dora Maar – Picasso. Essi possiedono metafore nate da un impianto strutturale di base, in una relazione tra scrittura e pittura. Sono anch’esse, al pari del thìasos di Saffo, un’attesa continua al divenire, all’allegoria, con l’identificazione analogica, comune all’Alighieri, Erodiade e Dora Maar intessuta di identificazione ideale, in virtù della somiglianza di dialogo immaginario: pensiero in atto, realtà tangibile dalla parola già superata.

Luisa diventa amica nostra, poi loro: consolando con affetto e garbo, è confidente di quanto comprende di noi con i suoi personaggi, senza nascondere un innato pudore per una bellezza da volersi dichiarare astrattamente trascurata, ma trascurata non è. Si tratta piuttosto di un quid proteso alla “relazione intima tra testi scritti e testi dipinti” ai risultati occasionali irripetibili dell’azione. La Sanfilippo, dunque, parla, come Commentatrice, Angelo-Guida, Veggente di/a l’autore della Divina Commedia, tramite affermazioni mature che la pongono, con un linguaggio ulteriore, a confronto con un’altra dimensione di poesia, tipica del tempo. Non è un banale gioco sul registro contingente del linguaggio colorato, ricordo doloroso, un tempo felice, pur non verificato: trascorso nel profondo. Osserva la Commentatrice: “Ogni volta che attraverso il mare, penso a Dante perché in mezzo all’infinita estensione, sembra di stare in un punto intermedio, né in cielo né in terra… un punto dove non si sa mai dove si stia veramente”. L’essere in progress non proietta il monologo dall’esterno, vicino a un’icona immobile della storia raccontata. Non intacca la verità oggettiva, traducendo, invece, in una fioritura spazio-temporale scenica allegorica, nel sortire di inventività, una realtà non negata, spesso travolta, fuorviata anche dall’interpretazione mirata che qui si vuole cancellare:

VEGGENTE Un sogno meraviglioso!

L’Angelo-Guida rimane con uno sguardo stralunato.

VEGGENTE Un sogno meraviglioso, devo raccontarlo! È giunto il mio momento!

COMM. (Alla Veggente) Non vedi che sono impegnata ancora con la Guida? Non sento più le sue parole.

Non è una lingua incerta: nel monologo di Luisa Sanfilippo, non si inseguono forme, o meglio, le forme scritturali e sceniche sfuggono alla ricerca di un aspetto del bello, vuoto contenitore di rappresentazioni; piuttosto, tra le mani, le righe, le battute dell’autrice, si muovono morbide e delicate forme concettuali e poetiche, minute, con un corpo esile come il gambo di un fiore che indugia sul tetto del mondo, con l’hic et nunc di una donna esperta, la quale vive tra immagini e visioni belle per vocazione. Innegabile una forte tensione alla perfezione scenica e anche scenografica, però corredato da un perfezionismo non astratto, divenendo pratica attuale del mondo dell’allegoria.


I tendaggi si trovano sul fondale di un rosso pompeiano, la menorah a sette bracci è ai lati del proscenio: “È trascorso molto tempo dalla morte del Battista…”. Anche qui nasce l’attesa, l’allegoria del poter attendere pensando all’abisso passato, in grado adesso di superarlo con un’offerta. Di cosa? “È l’ora dell’offerta”, afferma Erodiade, “attraverso la zona santa (…) e anche io comincio… a pregare”. Aspettare non è semplice: la contraddizione pesa, la bellezza del suo valore supremo, misura di uno stile di vita – in procinto di mutare – esita a coniugarsi con la virtù. Essa si mostra, in senso comune, buon senso o idea equilibrata del vivere. Al contrario, la Sanfilippo-Erodiade lo sa bene, c’è solo vuota apparenza dentro e fuori la scena. “Io ti ammiravo bel Profeta / ero così presa dalla tua vigoria / dalla tua veemenza / dal tuo messaggio / predicavi che bisognava pentirsi dei propri peccati / perché il figlio del tuo Dio sarebbe presto venuto in mezzo agli uomini per redimerli… per redimerci”. Poi, però, l’immagine di Battista si offusca nel monologo: l’immenso Giovanni – il “battesimo” di Gesù – accusa Erodiade dello scandalo della gente ebraica: “Quelle tue parole erano un chiodo fisso per me / un’ossessione / e continuavo a non capire / Avevi misericordia di tutti”. No, di Erodiade non aveva misericordia Battista, e lei non sa pregare: “Prego, forse, per trasformare il mio tormento, la mia disperazione, in una vaga speranza di redenzione”.

L’allegoria della figura in scena, nella persona della Sanfilippo, costituisce specularmente un fatto veramente nuovo, di una singola protagonista che, dall’io sociale, vuole transitare nell’io propriamente singolo in carne e ossa, con un modo specifico, individuato da colori, pause, movimenti della performance: nel discorso creato con naturalezza, su una barriera antica e, con uno scarto improvviso, con una distanza di forma e contenuto inedita. Attenzione, non assoluta ma transitoria, a ogni formulazione dell’essere in perenne attesa di manifestarsi.


Questa lirica allegorica, trasformata in monologo teatrale, è veicolo di una espressione non narrativa legata alla parola recitata e realizzata. Appartiene, infatti, a una categoria di pensiero del divenire dove il singolo, la singola voce delle protagoniste viene sottoposta all’attenzione propria di un “unico” individuo con tutta la sua privatezza concreta, rispettata, quantunque rilevante dal punto di vista di storia della vita del palcoscenico dell’essere in femminile. Nella pièce su Dora Maar, non ne sortisce un personalismo esasperato, anzi, diviene specchio di un modo nuovo di riflettere con la vivacità anch’essa nuova delle relazioni sociali, rispetto al concetto di noi stessi: “Picasso mi diceva persino, coprendomi di baci e abbracci per farsi perdonare, che ero l’unica donna che lo faceva divertire tanto (…) E, gli dicevo, perché mi dipingi sempre che piango?”.

La compagna di Picasso, fotografa e poi anche lei pittrice, vuole essere la fonte di un’anima, non costretta, naturalmente, a vivere all’ombra di chi le ha tracciato il destino, anche se un’ombra gloriosa. “Il mio volto è diventato l’emblema della sofferenza umana. Dipingendomi così straziata dal dolore, un volto deformato, spigoloso, con colori squillanti, occhi spiritati, e quei dentoni che stringono un fazzoletto stropicciato, che orrore! Vorresti forse rallegrarmi? Pensi veramente di rallegrarmi?”. Non vuole inserirsi in un universo di completezza pittorica in cui l’impegno e la posizione familiare di ogni singola “ospite” del grandioso Guernica, ognuna con il suo nome e la propria fisionomia estetica, si coniugasse liberamente con quello di una specifica costruzione e ispirazione intellettuale. I pensieri di allegrezza da lei coltivati erano già un segno di sentirsi libere di avere una propria idea di come le cose, le vicende apparissero dinanzi agli occhi degli altri, sia pure gli occhi dell’artista Picasso. Dentro un orizzonte d’amore, Dora-Luisa cercano ed evocano qualcosa di più, di migliore della semplice attrazione fisica. Il nutrimento di una matrice profonda dell’essere, anche femminile, se non soprattutto femminile.

DORA. “Ma lui continuava a ripetermi: (cercando di imitarlo nella cadenza). “L’arte non è l’application de un canon de belleza, ma quel che l’istinto e il cervello conscepiscon al de là de ogni canon. Dunque, no es por sadismo che te retrago piangente o con formas contortas, ma porchè la cosa me da particolar sotisfaccion. Io obedisco semplicemente a una profunda intuicion que se impone. Obedisco a la realdà”.

Quale realtà? Vuole affidarsi ad una dimensione umana dell’eros, destinata al kalòn, al bello, anzi al kàlliston, al mostrato, in ciascuno la cosa più bella. Anche a costo della lacerazione, il rapporto contrastato, prezioso, difficile, incline a risolversi solo con un’aperta rinuncia alla propria verità. La Maar non si proietterà mai in una tale sfera di reazione, anche se la sua verità verrà stigmatizzata da una caduta. Comunque, la raffinatezza, lo splendore delle immagini da intendersi gioia del vivere, rimangono immagini. I quadri e le fotografie, riscattandosi, sentivano di poter cantare, come quando Saffo, nell’appello ad Afrodite, dalla sua terra Creta, invocava: “Lasciala Creta, e qui / vieni, in questo sacro tempio / cui tutt’intorno è un boschetto / di meli, e altari / odorosi d’incenso…”. Quasi a spezzare una catena penosa, Dora infatti conclude: “Voglio ricordare Picasso come artista. Lui mi ha ritratto moltissimo, ha espresso i suoi sentimenti verso di me con linee, forme e colori pieni di intensità e amore (…) (rimane smarrita in silenzio. Un atto di risentimento che svanisce subito dopo). Amore? (Con nostalgia e tenerezza). Amore, amore”.

Autore: admin

Condividi