Francesco TOZZA- Ingiustizie di giustizia (il caso Gulotta all’Augusteo, Salerno)

 

Il mestiere del critico



INGUSTIZIE DI GIUSTIZIA

E catarsi del palcoscenico

“Come un granello di sabbia. Giuseppe Gulotta, storia di un innocente”

Testo e regia di Salvatore Arena e Massimo Barilla   con Salvatore Arena

Teatro Augusteo, Salerno, 29 aprile 2016

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“Qualcuno doveva aver calunniato Josef K., perché, senza che avesse fatto nulla, un giorno fu arrestato”: l’incipit del celebre romanzo di Kafka, Il Processo, potrebbe benissimo – nella sua estrema e drammatica sintesi – presentare il caso di Giuseppe Gulotta (in alto, in una foto recente), giovane muratore siciliano, arrestato per l’omicidio di due carabinieri in un paesino della provincia di Trapani (senza che avesse fatto nulla, appunto), divenendo vittima di uno dei più clamorosi errori giudiziari, in realtà capro espiatorio di una colpevolezza costruita ad arte per proteggere uno dei tanti (misteriosi ma pur sempre noti…) gangli del potere, nell’esercizio delle sue non sempre chiare dinamiche di controllo, fatte di assurde forme di repressione quanto di vere e proprie forme di connivenza.

Nella rete di uno di tali ingranaggi (troppo spesso costituiti da traffici di armi e droghe, coperti da servizi segreti, gruppi politici di sospetta estrazione e uomini dello stato) cadde suo malgrado – nel febbraio 1976 – l’allora diciottenne Gulotta, iniziando un drammatico percorso fatto di errori, omissioni, falsificazioni, perfino confessioni estorte con la tortura, quindi palesi violazioni della legge culminanti in sentenze di condanne e più o meno prolungate detenzioni, solo di recente  (nel 2012) conclusesi con provvedimento assolutorio dopo il processo di revisione: un vero e proprio calvario, insomma, divenuto inquietante spettacolo nell’ottobre scorso (in prima al Cilea di Reggio Calabria e nei giorni scorsi all’Augusteo di Salerno), su testo e per la regia di Massimo Barilla e Salvatore Arena, quest’ultimo anche unico, straordinario interprete.

Confessiamo che da parte nostra si ha come un senso di pudore, e qualche esitazione, a parlare di spettacolo – o comunque di messa in scena – per una così dolorosa vicenda; peraltro Gulotta era in sala l’altro giorno, non più giovane ormai, ma carico d’anni e ovviamente con i segni, sul volto, della sofferenza, fisica e psichica, subita: applauditissimo alla fine, perché chiamato a dire qualcosa sul palcoscenico, ma non disposto a retoricizzare il suo caso; melanconico e dignitosissimo il suo quasi silenzio (con quel suo candido che debbo dire?), e comprensibile l’unica sua intenzione, timidamente espressa, di costituire – con la somma che presto gli sarà versata per il giusto ma ormai inutile, certo doloroso e tardivo, risarcimento – una Fondazione a suo nome, onde soccorrere in futuro quanti non saranno in grado di provvedere alla propria giusta difesa.

Non ci nascondevamo, dunque, qualche perplessità prima di assistere alla teatralizzazione dell’inquietante caso, anche nel corso del talk (garbato, equilibrato, ben condotto bisogna dire) che sullo stesso palcoscenico hanno offerto alcuni addetti ai lavori, nonché gli  organizzatori (Lapec e Giusto Processo) che sembra daranno un seguito all’iniziativa, anche in altre città italiane. Perplessità, si diceva, forse timori, per la probabile inefficacia della finzione nel riproporre la scottante verita di una storia, chissà se già insofferente alle luci della ribalta, quindi ai rischi della ripetizione, che non è più il grido della vita ma l’ormai inutile ripresentazione del tormento che in precedenza autenticamente l’alimentò.

E tuttavia della rappresentazione c’é bisogno: è “fatale che la rappresentazione continui”, asseriva Derrida al termine della sua prefazione ad un fin troppo celebre saggio di Artaud,  ricordando a chi ha temuto e comunque non si è rassegnato al teatro come ripetizione (sostenendo – o illudendosi di poter sostenere – che “il teatro è il solo luogo al mondo dove un gesto fatto non si ricomincia due volte”) che, invece, “in nessun luogo la minaccia della ripetizione è così ben organizzata come nel teatro”: la presenza per essere presenza a sé, ha già cominciato da sempre a rappresentarsi, da sempre è già stata smussata.

La rappresentazione non ha dunque fine; ce ne siamo, melanconicamente, convinti anche noi, appartenenti ad una generazione che ebbe nelle sue file grandi maestri i quali, nella loro alchimia teatrale, vollero far rientrare il teatro (blasfemi!?!) nel primo atto della Creazione, mentre ne era solo il secondo tempo; più tardi, dovendo rinunciare alla generosa ma impossibile idea di un teatro senza rappresentazione (arte della vita, come qualcosa di effettivamente originario, non adempimento sostitutivo del desiderio, alla pari del sogno), vedendolo peraltro sempre più deflagrare nella sterile, ossessiva, banale ripetitività della società dello spettacolo, non si nascosero di dover pensare il teatro anche nell’orizzonte della sua morte, per cui ebbero il coraggio di annientare la nuova scena, pur dopo averla magnificamente prodotta; emblematico il gran rifiuto, con conseguente ritiro in convento…, di Grotowski).

Oggi, pervenuti – giocoforza!? – a più miti consigli (forse, e più semplicemente, al disgusto/rifiuto dell’azione, alla rinuncia all’impossibile – all’utopia – come alibi per chiudere gli occhi dinanzi allo stesso orizzonte della possibilità), inseguiamo nel teatro  (e assai meno che negli altri linguaggi artistici, su cui il teatro non ha più supremazia alcuna, né pretende costituirne l’antico punto di sutura) il fantasma della libertà (quella creativa, ma non solo) ormai perduta, o i sogni (gli emblemi forse) della nostra privata follia. Più saggiamente, dovremmo o potremmo usarlo – il teatro – come percorso alternativo, per attingere almeno un diverso esercizio del sapere, il meno possibile eterodiretto, data la contiguità dei corpi che lo caratterizzano e la contemporanea verifica delle reazioni emotive. E’ quanto va facendo, pur fra le immancabili contraddizioni, il c.d. teatro di narrazione (ma dio ci guardi dai cliché!), soprattutto nel suo filone civile. Al quale indubbiamente appartiene il testo di Massimo Barilla e Salvatore Arena, da questi – lo ripetiamo – mirabilmente interpretato (quasi icasticamente presentato, più che rappresentato, per rimanere in tema con quanto appena detto), grazie al talento dall’attore, del resto abbondantemente già dimostrato negli ultimi lavori della celebre coppia Scimone-Sframeli (e non solo in quelli).

Aleggia nel lavoro un cupo e torbido clima di smarrimento, in un paesaggio opaco, umbratile e viscido, a suo modo sterminato, nonostante la voluta ristrettezza dello spazio scenico. La scrittura non è documentaria, non ha la freddezza della pura inchiesta sociale, ma vuole offrire del mondo, cui il malcapitato Gulotta appartiene, un’immagine intensa, calandosi all’interno dei suoi valori arcaici, per i quali si prova un’inestinguibile nostalgia, magari solo perché si fu gettati in un altrove che ne faceva temere l’irrimediabile perdita. Il discorso rivissuto dell’interprete, pur riferendosi al protagonista della vicenda, allude spesso ai discorsi fatti da altre persone, confondendo così la propria con la loro voce, permettendo al narratore di assumere, accanto al proprio, il punto di vista degli altri personaggi, di cui riporta le frasi. E’ questo lo ‘stile indiretto libero’, di cui era piena tanta narrativa realistica dell’Ottocento (in Sicilia lo stesso Verga fra gli altri), qui divenuto particolarmente insistente, con scatti colloquiali, passaggi linguistici con rapide condensazioni di dialetto siciliano, pervenendo ad una narrazione dal singolare tono espressionistico, certamente coerente con le tensioni drammaturgiche progressivamente espresse dal lavoro.

Nel protagonista, infatti, si fa strada un sempre più intenso sbigottimento, che tuttavia si accompagna al coraggioso, disperato impegno di dominare quello che sempre più si presenta come l’abisso del nulla, l’assurdità reale, non fittizia, di un’esorbitante incriminazione che imprigiona, senza tuttavia intralciare più di tanto (proprio come il granello di sabbia del titolo), nell’ingranaggio di un’enorme e cieca macchina, in cui non si può contare nella giustizia, ma nemmeno nella umana pietà, fino alla resa finale di un’estorta confessione con gli irresistibili mezzi della tortura; di fronte alla quale, non è più possibile la difesa della verità, ma ci si può solo chiedere: “Chi decide dove cominci il male!? E’ proprio lì, nello stesso punto in cui finisce il bene? O sono due variabili distinte?”. Un caso di microfisica del potere assume i tratti di un’ontologia negativa, apre la strada ad una metafisica del potere; probabilmente, quando la punizione precede la colpa o sembra assolutamente prescinderne, Foucault non basta più, si affaccia Kafka, l’incomprensibilità del reale, il limbo spettrale della vita negata.

Fortunatamente però, talvolta almeno, perfino in Kafka (non nel kafkismo!), appare la speranza della salvazione: se non altro quella offerta dall’arte, dal teatro nel nostro caso, il cui compito – lo si è già detto – non può essere quello di rappresentare (nel mero senso di ripresentare) la realtà, quanto piuttosto quello di vanificarla, aggredirla a suo modo, magari per sottolinearne il carattere grottescamente (talvolta tragicamente) illusorio. E’ la catarsi del palcoscenico, l’antica medicina per purificare le passioni umane, comprendendole per superarle; facendo riaffiorare alla coscienza eventi subdolamente rimossi. Per non dimenticare. Che resti almeno questo del teatro, fra le sue rovine!

Autore: admin

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