Marco CAMERINI – La pastorale americana di J.Carol Oates (“Sorella, mio unico amore”)

 

Scaffale

 

 

LA PASTORALE AMERICANA DI JOYCE CAROL OATES



Nell’ultimo romanzo Sorella, mio unico amore, da poco ristampato, la scrittrice americana si ispira alla morte della reginetta di bellezza JonBenet Ramsey avvenuta vent’anni fa.

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Il 25 dicembre 1996 JonBenet Ramsey, reginetta di bellezza di sei anni, figlia di una facoltosa famiglia originaria della Georgia, venne trovata morta nella cantina di casa a Boulder (Colorado) sollevando un caso giudiziario e mediatico senza precedenti. Gravi leggerezze nella fase preliminare delle indagini, nonché le carenze del locale apparato investigativo, impedirono di giungere all’individuazione di un colpevole: nonostante l’autoconfessione di J.M.Karr – con precedenti per violenza sessuale a danno di minori, mai suffragata da riscontri probatori e ritenuta frutto di mitomania – e i pesanti sospetti che continuarono a gravare sui genitori, la vicenda rimase un cold case. A questo fatto di cronaca si ispira uno dei libri più feroci, lucidi, innovativi sul piano delle scelte stilistiche e narratologiche degli ultimi vent’anni, gioiello nascosto che crediamo meriti di essere (ri)consegnato alla necessaria attenzione: Sorella, mio unico amore (2009) di Joyce Carol Oates (1938), National Book Award nel 1970, docente all’Università di Princeton e membro dell’American Academy of Arts and Letters.

Nell’opulenta, pettegola, ultra-cattolica Fair Hills del tollerante New Jersey democratico, in un intreccio di stili architettonici (normanno, falso-coloniale, classico-contemporaneo, spagnolo, baronale francese) il cui elenco sembra ricordare la grottesca Brianza gaddiana della Cognizione del dolore ed è secondo solo a quello degli psicofarmaci che genitori e figli condividono (Soothix, Efexor, Dumix, Upixil, Oxycodone…memorabile la scena dell’amichetto di Skyler che si autodiagnostica una “depressione prematura acuta” e gioca con colorate varietà di psicotropici quasi fossero biglie dai nomi fiabeschi… Excelsior è la fata di turno, p.150 e segg.), fra country/polo/golf/squash club più o meno esclusivi, rutilanti palestre, stuoli di strapagati nutrizionisti, dermatologi, psicoterapeuti, personal trainer, sciamani della moda, estetisti (per genitrici e figlie) – agguerriti e ambiti sacerdoti del corpo che officiano giudiziosamente i riti di una provincia americana timorosa delle rughe e dei chili in eccesso quanto del giudizio di un Dio che pure prega – si consuma l’ascesa sociale della famiglia Rampike, impegnata in una lotta senza scrupoli per affrancarsi da una inappagante medietà borghese.

Bix Rampike, “maschio alfa alto apparentemente goffo/vivace e competitivo”, ex-cadetto dell’Accademia militare Black Mountain, apprezzato atleta all’Università, reaganiano, manager emergente, ottimista, vitalista, razzista, capace con la sua saggezza a buon mercato di “riempire un grand canyon di biscottini cinesi” (esilarante l’incapacità di tradurre almeno una volta esattamente il detto Homo homini lupus, che cita spesso e adatta alle diverse situazioni): alla fine, il tipico “ragazzone americano che si toglie il pane di bocca per te e ti assesta un pugno allo stomaco se gli insulti la moglie, i figli, la bandiera, il suo superiore, il suo Dio” e tanto ricorda Levov, “lo svedese” della rothiana Pastorale americana.

Sua moglie Betsey, di origini modeste, bella sempre e comunque, “solo” bella, dominata da un’ambizione sfrenata e immorale che, dopo aver parlato direttamente con Gesù (Dawn, la moglie di Pastorale, è cattolica osservante ed ex-miss New Jersey…), pervasa da una fede egoistica e visionaria troverà nella giovanissima figlia Edna Louise lo strumento inerme ed innocente per il suo riscatto sociale, lanciandola come precoce, talentuosa pattinatrice sul ghiaccio nel roboante mondo-carosello-baraccone delle manifestazioni pseudo-sportive per adolescenti, dopo che il fratellino Skyler aveva amaramente deluso le sue attese (il primo tentativo di far pattinare il piccolo è una delle sequenze più intense del romanzo, p. 60 e segg.).


Infine loro, i due figli dei Rampike, straordinarie figure di ragazzi che rimarranno, siamo convinti, “incredibilmente vicino” al cuore del lettore e si impongono come caratteri umani e letterari unici nel variegato panorama dei giovanissimi che la letteratura contemporanea e postmoderna ci ha consegnato (quanti Oscar, dopo quello del Tamburo di latta!): Edna Louise, la cui unica colpa è di essere radiosa come i suoi immensi occhi cobalto e in grado di disegnare, a soli quattro anni, traiettorie sicure sul ghiaccio senza mai poterne trovare una nella brevissima vita: la sua mente non trattiene nulla ma chiede sempre il perché di tutto a tutti, balbettando (proprio come Merry, la figlia dello “svedese”) struggenti invocazioni di aiuto che sono, anzitutto, richieste di amore e normalità. Alla fine consegnerà il suo nome e la sua anima ad una bambola (“Sai, Skyler, questa è Edna Louise”) per divenire Bliss, campionessa vitaminizzata ai limiti del lecito di una interminabile serie di gare e bambola lei stessa, truccatissima vittima sacrificale dell’ambizione materna offerta al voyeurismo insaziabile di pubblico e media nei suoi scintillanti, indecenti completi bianchi di tulle arricciato, raso e paillettes rosa fragola, seta plissettata, chiffon e lustrini.

E poi Skyler, “personaggio”, timido, introverso, avido come e più della sorella di un’attenzione esclusiva da parte dei genitori, cui non può donare la prestanza di un corpo vincente (rimarrà claudicante dopo che il padre lo sottopone ad un assiduo corso intensivo di ginnastica che lo dovrebbe trasformare in un “vero Rampyke”) e ai quali non interessa minimamente la spiccata intelligenza di una mente critica e curiosa che gli consente di citare (nel ruolo di voce narrante del romanzo, come vedremo) Beckett e Velasquez, Renoir e Whistler, Goya di “umore allegro” (!!) e Otto Dix per descrivere persone ed ambienti, e ancora Lucrezio, Nietzsche, Lacan e Dürer. Conoscenze cui si affiancheranno, tragicamente, quelle delle venti personali psicopatologie, classificate in rassicuranti, esplosive sigle (DDA, SCA, DCDA, DPS, PMP…p. 491) che gli verranno diagnosticate quando, dopo l’omicidio di Bliss – nessuno viene escluso dai sospetti – e la conseguente deflagrazione della famiglia (il padre coronerà la sua carriera divenendo direttore di una multinazionale della ricerca, la madre gestirà in modo spregiudicato e cinico l’immagine della figlia dopo la morte) inizia per lui, potenziale border line dalla nascita, la discesa agli inferi dei riformatori psichiatrici e degli istituti che, a suon di dollari, fanno finta di nulla.

Originalissima la tecnica narrativa attraverso cui si esprime questa denuncia spietata di un’America che insegue, drogata e incurante, un successo in nome del quale ciascuno è disposto ad attribuire un prezzo anche all’infanzia, senza scrupoli né pudore. E appartiene a Edna Louise (Bliss-Hyde non esiste più…) il cadavere legato e ritrovato nel locale caldaia di casa Rampike. Di fatto, Sorella, mio unico amore è il referto-confessione scritto da Skyler a “nove anni, dieci mesi e sedici giorni” dall’omicidio della sorella (avvenuto il 29 gennaio 1997), quando il protagonista, a 19 anni, avverte la necessità “terapeutica” (la letteratura ha un tasso irrilevante di tossicità) ma anche legata ad una circostanza che, ovviamente, non sveliamo, di ricostruire i fatti intercorsi tra il 1994 e la tragica circostanza.

L’intuizione geniale della scrittrice è di attribuire al narratore tutte le incertezze, i ripensamenti, i vuoti di memoria dovuti non solo alla sua giovane età al tempo degli eventi – tra i 6 e i 10 anni – ma anche alle precarie condizioni psicofisiche dello Skyler diciannovenne determinate, fra l’altro, dal fatto che, pur essendo rimasto il caso irrisolto (come nella realtà storica della vicenda Ramsey), il sospetto di omicidio – gelosia/attrazione nei confronti della sorella? complesso edipico inibito per le mancate premure della madre? – lo aveva direttamente coinvolto. E qui dobbiamo fermarci, dato che l’autrice di I grado scioglierà, letterariamente, l’intera vicenda con un colpo di scena.


Questo determina un’ardita struttura narrativa, articolata in un testo di I livello ed un intrigante metatesto affidato alle note. Nel primo, in cui si svolge la vicenda a tratti faticosamente ricostruita, compare una sorprendente varietà di registri espressivi, frutto della mente brillante ma, spesso, confusa di Skyler narratore interno e autore di II grado del libro Sorella, mio unico amore – composto dalla Oates (autore esplicito) – che, come vedremo, confessa spesso a piè di pagina la sua inattendibilità, dovuta al rimosso per la terribile esperienza vissuta a 9 anni, oltre che all’uso di psicofarmaci: di qui rettangoli neri che coprono 48 ore di paralisi catatonica e amnesia, elenchi puntati per semplificare la comunicazione, questionari rivolti al lettore (reminiscenza, probabilmente, dei molti che, a scopi clinici, Skyler personaggio aveva dovuto compilare), parole disposte in modo disordinato e frammentario sulla pagina quando ad essere narrate sono circostanze traumatiche (il ricovero in ospedale dopo la caduta rovinosa in palestra), righe annerite in coincidenza di frasi omesse e/o dimenticate, sino ad un “romanzo nel romanzo”, Primo amore addio, scritto dal protagonista sedicenne al College di Besking Ridge e inserito con caratteri tipografici e impaginazione differenti, testimonianza lancinante di un amore disperato per una ragazza difficile, accettata come lui sotto falso nome e la corresponsione di un congruo assegno.

Questi espedienti di scrittura “visivo-iconografica” si alternano con il frequente ricorso ad incise parentetiche che creano, talvolta, un meccanismo ad inclusione con germinazione di riflessioni/commenti che non appesantiscono comunque mai la lettura e non distolgono dal costrutto principale (non facile), insieme all’uso – a volte ostentato ed eccessivo – di aggettivi (ma anche verbi e sostantivi) duplicati-triplicati in slash (sguardi amichevoli/curiosi, fama/infamia/sventura).

Nelle note, che costituiscono il testo di II grado, “vive” Skyler (“Ehi, lassù. Skyler è quaggiù. Per tanto tempo ho dimorato nelle note a piè di pagina”), autore di un “documento sulla perdita e la nostalgia, in cui il passato è inafferrabile”; narratore inaffidabile per sua ammissione (e per i motivi cui abbiamo accennato) mette costantemente in dubbio, prende le distanze, addirittura sconfessa quanto scritto nel testo principale, ammettendo di non essere a conoscenza di tutto quello che Skyler personaggio sa, liquidando ogni residuo di scrittura onnisciente (“per quanto presumibilmente – presumibilmente?! Ma la Oates non osa andare oltre…sarebbe stato troppo – io sia l’autore, so solo quello che Skyler è in grado di dirmi”) e, comunque, svelando consapevolmente, ad un lettore sempre coinvolto, il complesso travaglio della creazione artistica.

Non solo: in questo sorprendente intreccio parallelo Skyler narratore – che alterna la I persona alla III, spesso giustapponendole con effetto di corto circuito narrativo (“Sempre che non mi sbagliassi, perché Skyler si sbagliava di frequente”, p.49) – interagisce con se stesso (“Ammettilo, Sky: non riesci a terminare questa scena. Non riesci a sopportarla un momento in più, ma non sei nemmeno capace di finirla…p.198) e, clamorosamente, con i personaggi stessi, invitati magari ad “uscire” dal testo di I grado nel vivo di una situazione che riscrive momenti per lui particolarmente dolorosi da rievocare: “Fuori da questa pagina” grida dalla nota di p.211 il narratore al padre mentre, ad un party, sta tradendo la madre con un’amica . Solo nell’epilogo la scrittura si salderà in un testo organico e unitario: segno che Skyler sta uscendo dalla bipolarità schizofrenica della sua tormentata personalità tradotta dalla Oates in una irrequieta bipolarità stilistico-espressiva? La risposta si nasconde anche nel suo nome…

Concludiamo, e non lo abbiamo mai fatto, con un cenno alla copertina: per molti insopportabile e kitsch nel suo squillante rosa confetto e quell’inquietante volto che, si badi, non è di una bambola ma di una adolescente in carne e ossa. Perfetta e inevitabile per chi scrive, assolutamente aderente ad un romanzo eccessivo e, a tratti, sgradevole. Chi, magari, si stupirà di vedervelo fra le mani o sotto il braccio, ignora che state leggendo un piccolo capolavoro. Ammesso esistano capolavori piccoli.

 

Ps. In un solo libro abbiamo trovato un ricorso ancor più spregiudicato alle note, che divengono narrazione autonoma e parallela alla trama principale: La caverna delle idee di J.C.Somoza. La Oates…Skyler ci sono andati molto vicini. Non potevamo non sottolinearlo, in nota ovviamente.

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Joyce Carol Oates, Sorella, mio unico amore, Milano, Mondadori, 2009 (ristampa 2016), pag. 667, € 22,00


* L’autore è docente  di Lettere nelle Scuole Superiori e svolge attività di critico letterario.

Autore: admin

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