Cinzia BALDAZZI – La “minsogna saracina” (“Il Consiglio d’Egitto” di L. Sciascia, regia G. Ferro)

Il mestiere del critico

 

LA “MINSOGNA SARACINA” DELL’ABATE VELLA


Il regista Guglielmo Ferro porta in scena Il Consiglio d’Egitto di Leonardo Sciascia su un “falso storico” nella Palermo di fine ‘700 – al Teatro Quirino, Roma

****
Giunti nei pressi del Teatro Quirino, parliamo di Leonardo Sciascia, scrittore, saggista e giornalista, che nel 1973 aveva preso in prestito dall’Odissea il titolo dell’antologia di racconti Il mare color del vino:“ …navigando sul mare color del vino verso genti straniere…” (I, 183) e “Ieri, al ventesimo giorno, scampai al mare colore del vino” (VI, 170). Nella raccolta perfettibile c’era già tutto, dal folklore di provenienza arabo-sicula alla passione politica, dal dramma dell’emigrazione al divertissement giocato sull’invenzione di documenti. Lungo la strada, penso: per scampare il sangue, colore del vino rosso, versato da genti straniere sui mari intorno alla Sicilia, non solo all’epoca di Omero, ma anche da quella della scomparsa di Sciascia (un quarto di secolo), hanno dovuto purtroppo lottare innumerevoli uomini, donne e bambini. Eppure, percorrendo via dei Lucchesi dall’Università Gregoriana, prima di girare a sinistra in via dell’Umiltà e raggiungere il teatro, con il punto di vista incanalato nella stretta via di S. Vincenzo, ecco si lascia intravedere, improvviso, uno squarcio spettacolare della Fontana di Trevi: abbastanza nitido da farla scorgere completamente tinta di rosso. Perché? chiedo. È vero, dimenticavo: è il colore del sangue dei martiri cristiani, e delle vittime uccise in odio alla fede. Il monumento imporporato è lì a ricordare le violazioni alla libertà religiosa perpetrate in Africa e in Medio Oriente.

Un simile fascio cromatico è come se entrasse in teatro, attenuato poi dalle luci della platea mentre prendo posto in attesa dell’inizio de Il Consiglio d’Egitto di Leonardo Sciascia, con l’adattamento e la regia a “montaggio alternato” di Guglielmo Ferro. Lo snodo tematico della vicenda riguarderà proprio la dominazione arabo-musulmana della Sicilia: un periodo di sviluppo culturale ed economico notevole, nondimeno inquinato da divieti, sanzioni monetarie, deportazioni della comunità cristiana.

Ormai nell’oscurità, pronta con la penna in mano e il taccuino a trascrivere appunti e indicazioni presi qua e là, osservo la notevole scenografia di Salvo Manciagli, con le quinte coperte da una struttura di assi di legno chiaro, ripetute sul soffitto e sulla parete di fondo. È un’apprezzabile sorta di gigantesco parquet avana ad avere il compito di tappezzare, sebbene in misura un po’ “costruita”, la notevole tridimensionalità della rappresentazione… Qualcosa non va, la penna non funziona. Insisto, spazientita: niente da fare, è fuori uso. Senza alternativa, costretta con imbarazzo a scavalcare due pazienti spettatori, corro quindi alla biglietteria a chiederne una in prestito. E solo allora li vedo.

Sono lì, appoggiati diligentemente ai pilastri del foyer, armati in grande stile nelle corazze sopra la cotta di maglia, in mano la spada e lo scudo, orgogliosi degli elmi col pennacchio colorato, pronti a ingaggiare duelli sanguinosi con i Saraceni invasori dell’Europa cristiana. Proprio loro, i mitici Pupi siciliani, i paladini di Francia in legno, stoffa e metallo, rimasti lì in esposizione dopo gli spettacoli di una compagnia di pupari. Non ho tempo di osservarli: tuttavia, con uno scambio di sguardi – certo non reciproco, avendo gli occhi dipinti – comprendo subito che potrò ricorrere al loro aiuto per descrivere il plot teatrale di cui sarà protagonista l’abate Vella. Il religioso appare affetto da un potente raddoppiamento megalomane, tale da condurlo ovviamente a un triste epilogo (è l’attore Enrico Guarneri, coinvolgente e persuasivo, in una versione siciliana dei cento volti del langhiano dr. Mabuse, dove però i “volti” sono assassini e non truffatori!). Quando? Nella Palermo di fine ‘700, vice-regno delle Due Sicilie: lo vediamo impegnato a sfruttare il suo non scarso ingegno a inventare di sana pianta un documento “storico” in grado di illuminare sui due secoli di dominazione araba nell’isola.


E chi meglio dei Pupi, a guardia dei quattro angoli della sala, potrebbe raggiungere la ribalta, osservare da vicino il corso della narrazione, presentarla per noi? Ad iniziare dai due protagonisti: il cappellano maltese Giuseppe Vella, “smorfiatore” di sogni assurto alla gloria della corte grazie alla fama di “storico” e traduttore dall’arabo, e il giovane avvocato illuminista Francesco Paolo Di Blasi (un bravissimo, commovente Rosario Minardi), liberale, repubblicano, pronto a pagare con la vita la ribellione al potere aristocratico ed ecclesiastico. Entrambi sulla medesima sponda, amici-nemici, fedeli a se stessi, temerari, disinteressati alla sorte terrena: come il prode Orlando e il patrigno Rinaldo, sentinelle immobili e baffute una accanto all’altra, manovrate da corde assai più in alto, di cui non vedono l’inizio, ma pronte a battersi per difendere ciò in cui credono.

La trama di Sciascia prende avvìo con il naufragio di Abdallah Mohamed ben Olman al largo della costa di Bagheria: l’ambasciatore del Marocco, nel viaggio di ritorno a casa dopo una visita al Re a Napoli, era stato fortunosamente salvato dai palermitani e ora è accolto con onore dal viceré Caracciolo. A parte l’immagine suscitata, una fotografia, tra le tante, degli inabissamenti dei barconi strapieni di disperati provenienti dall’Africa araba (poteva immaginarlo Sciascia, scrivendo il romanzo omonimo nel ’63?), il suo portamento, la rigidità, i costumi orientali, lo fa provenire direttamente dall’iconografia di due tra i maggiori avversari della cristianità, ovvero Agramante, re d’Africa, e Rodomonte, il guerriero di maggior valore: quasi la coppia di pupi, nella pelle scura, nella fissità delle pupille, nelle labbra disegnate, fosse in grado di descrivere come sarebbe diventato un Saraceno ottocento anni dopo la vittoria a Roncisvalle.

Nell’ambientazione dai toni beige, delimitata da cariatidi bidimensionali ai lati, ecco apparire dei praticabili in legno, una specie di piedestallo da cubista, dove sono collocati dame, dignitari, conti, principesse: “I nobili: il sale della terra di Sicilia”. Tra essi, la principessa di Serradifalco (Ileana Rigano), in atteggiamento pomposo ma schietto; monsignor Airoldi (Pietro Barbaro), l’opportunismo incarnato nella rossa veste cardinalizia; la contessa di Regalpetra (la bellissima Francesca Ferro, anche nelle vesti della popolana tentatrice). Dietro mandato, don Giuseppe Vella dovrà fare da accompagnatore al diplomatico africano, conducendolo innanzitutto al monastero di S. Martino a esaminare un antico codice arabo. Abdallah spegne subito gli entusiasmi: è un’ordinaria biografia di Maometto, priva di rilevante valore storico e letterario.


Ma il cappellano, unico a Palermo a leggere e intendere l’arabo, dopo aver richiamato da Malta il giovane, intraprendente frate Camilleri (Vincenzo Volo, un’ottima rivisitazione di Nicolino, nostromo dei pirati, della immaginifica nascente televisione italiana) – destinato a divenire il vero estensore materiale della contraffazione – appena ripartito l’ambasciatore racconta, mentendo, tutt’altra storia: sarebbe un preziosissimo manoscritto sulla conquista araba della Sicilia, capace di illuminare finalmente (!) un periodo rimasto nel buio. Ne programma allora la “traduzione”, con l’intento proclamato di regalare lustro alla monarchia e al viceré. “La storia è verità”, annuncia monsignor Airoldi, concedendo vitto, alloggio e mantenimento al cappellano affinché possa dedicarsi esclusivamente al delicato incarico.

Contornata da un pubblico attento e divertito ogni tanto da qualche schietta battuta in dialetto siculo, sono persuasa di quanto, per procedere oltre nella comprensione della trama-intreccio avviata, sarebbe opportuno schierarsi, cioè decidere, seguendone le rispettive prese di posizioni e impostazioni strategiche, riconoscere i personaggi da associare all’idea della deviazione da sopprimere, e chi invece da incoraggiare alla vittoria, allo svelamento della truffa, in nome di un comune senso di giustizia. Nonostante interpelli i miei paladini-pupi, rimango a metà strada tra la probità dell’inganno e l’ingiustizia della frode. Non possono essere i protagonisti della Chanson de Roland ad aiutarmi a risolvere il quesito: essi stessi per primi, lo sappiamo, hanno percorso un terreno pericoloso, poeticamente nobilitato da un sommo bene da raggiungere a prezzo di sangue, morte e manifestazione di potere.

Riflettendo del resto sulla creazione di qualsiasi falso storico, essa presuppone la completa invenzione di un testo e, correlato, l’intervento manuale sull’opera originaria: Vella e Camilleri aggiungono “cerchi, puntini, ganci, zampe di gallina”, testimonianza, a loro parere, di rarissimi e sconosciuti caratteri “mauro-siculi”. Tra sé e sé Vella ripete: “Perché mi devo sempre sentir dire di tempi che devono cambiare?”. Ma se la verità cronologica cambia sempre, una storia vera di per sé non potrebbe mai esistere.

E invece questa storia è esistita: Sciascia l’ha ricostruita in forma romanzesca seguendo fedelmente lo svolgersi degli avvenimenti dal 1782 al 1795. Realtà o finzione? La domanda di sempre, in particolare in terra di Sicilia, sono numerosi ad averla riproposta. Anzi, secondo le precisazioni del professor Salvatore Nigro, cercando di intuire, magari di stabilire, la veridicità o l’infondatezza dei messaggi tramandati, meglio rivolgersi all’autore agrigentino del Leone Gala de Il giuoco delle parti (1918): ne sa qualcosa in più. Scrive infatti Nigro: “Ma cosa è il falso e cosa è il vero? Come si vede, ancora una volta si parte da Pirandello e a lui si arriva”. In analogia a Sciascia, il quale, ad esempio, a proposito della raccolta citata, aveva dichiarato: “Tra il primo e l’ultimo di questi racconti si stabilisce una circolarità: una circolarità che non è quella del cane che si morde la coda”.


L’attenzione è richiamata in scena dalla “traduzione” del documento intitolato Il Consiglio di Sicilia: subito dopo, Vella crea di sana pianta Il Consiglio d’Egitto, un ulteriore codice all’altezza di confermare la discendenza illustre delle famiglie patrizie e restituire al Re il legale possesso dei feudi. Per magia, un po’ deviata, crea dal nulla lo scambio epistolare degli emiri di Sicilia coi principi d’Africa e quello dell’aristocrazia normanna coi califfi d’Egitto, altera gli eventi, elabora complicati alberi genealogici, fissa inesistenti princìpi giuridici: giocando le proprie carte alla stregua del gambler freudiano Mabuse, mischia, moltiplica e confonde, derivandone una convenienza alla corona, così da mantenersi il favore del Re e procurarsi onorificenze, pensioni, abbazie da guidare.

Bel sortilegio, anche considerando l’incondizionato appoggio dell’illuminista De Blasi: scoperto la “minsogna saracina”, incita Vella a proseguire, smascherando le confische, le ruberie, i saccheggi compiuti dalla nobiltà nel passato. Sprezzando il pericolo al pari di Orlando, il giurista affronta idealmente il valico di Roncisvalle, non immaginando che, sapientemente manovrato da corde robuste, il pupo di Gano di Maganza, spregevole traditore, lo condurrà a morte sicura svelando ai Saraceni il modo per cogliere di sorpresa la retroguardia franca di ritorno dalla Spagna. Il grande burattino di metallo mi aiuta a individuare il degno successore, idealmente indicando con la punta della spada l’autore della strategia antagonista: è il canonico Gregorio, dall’eloquio stentoreo ed equivoco, portavoce della reazione della casta contro l’imminente insidia giacobina, forse invidioso del cappellano Vella (nominato abate), talmente convinto dell’impostura da cominciare a studiare l’arabo e portare alla luce il raggiro.

È la storia di sempre, però siamo lì, noi del pubblico, incentivati a progettarne un epilogo inedito. Ciascuno ormai affida il destino ai potenti: l’abate Vella ha ottenuto prebende dal Re, pur avendo di lui un’idea personale sommessamente espressa: “Maestà, tu forse sei più ladro di loro, ma sei unico, sei solo”. Gli alti prelati e i dignitari, con l’esercito francese alle porte, con la richiesta del Re di restituire i beni, ricorrono al Magistrato ponendo sotto sequestro i codici gelosamente custoditi da Vella. Nel momento del trionfo, quando da Napoli giunge l’ordinanza di sospendere ogni indagine sull’abate e decretare documento ufficiale Il consiglio d’Egitto, si consuma il dramma.

L’esperto Hager, giunto dalla Germania, studia il manoscritto originale e ne attesta la contraffazione, poco prima della confessione del mistificatore a un disperato monsignore in guanti rossi. Osservata inoltre in trasparenza la filigrana della carta, è certamente stata prodotta di recente da una tipografia genovese. Fallita la congiura della Repubblica Siciliana, l’avvocato Di Blasi è arrestato, torturato e decapitato. La cella di un carcere attende l’abate Vella, reo confesso, pienamente convinto delle azioni compiute: “Solo le cose della fantasia sono belle, e ne rendono bello anche il ricordo”.


Uscita un po’ frastornata da un’alterna ballata o chanson di armi ingiuste e obiettivi comunque da abbattere, mi fermo a stringere la mano di ferro alla fiera guerriera Bradamante, poggiata alla colonna centrale del foyer. Ma in realtà vorrei, “su tutte le furie, con due colpi di stecca, taf! taf!”, toglierle l’armatura, denudarne l’anima di legno, chiedendole: “Sai dirmi perché, fantaccino mio?”. Togli la corazza, non serve più. La vita dei tuoi giovani anni in guerra contro i Saraceni, per capirci qualcosa, Sciascia vuole che la vediamo nuda e cruda, come è stata. Via il simbolo, vogliamo il ritratto.

Ma questo, molto tempo fa, era l’intento contrario di un celebre bersaglio del falso, in particolare dell’impostura artistica, il pirandelliano scultore Ciro Colli: nello studio di fronte a Villa Borghese, rimprovera la statua sulla quale sta lavorando di essersi lasciata spogliare e svuotare dal mediocre collega Costantino Pogliani. Perché mai? L’aspetto realistico, il verosimile così emerso, è squallido e opportunistico, privo di vie d’uscita, mentre la finzione simbolica, uscite di sicurezza, sia pure utopiche o posticce, ne trova sempre. Sconsolato, Pirandello-Colli se la prende non a caso con Giulio Sorini, il finanziatore involontario della scultura tombale smascherata dove uno scheletro mortuario dovrebbe abbracciare, perfettamente evocata, l’avvenente e vitalissima Giulia Consalvi, fidanzata erede dei suoi averi dopo l’improvvisa dipartita in un incidente di caccia: “Tu che ghermisci, bello mio, e lei che non ne vuol sapere… Ma perché te ne sei andato a caccia? me lo dici?”.

In strada verso casa, anche io, insieme all’abate Vella, ai pupi di Orlando e Rinaldo, a caccia di una cronaca storiografica e diaristica “oggettiva”, con la borsa di soldi che “spèndola” (come è scritto nel racconto pirandelliano) e le manipola senza sosta, preferirei non andare. Ha proprio ragione il religioso de Il Consiglio d’Egitto: “Il lavoro dello storico è sempre stato un imbroglio. È più fatica inventare, che trascrivere da vecchie carte. La storia non esiste”.


Il consiglio d’Egitto

di Leonardo Sciascia

regia Guglielmo Ferro

con Enrico Guarneri (don Giuseppe Vella), Ileana Rigano (principessa di Serradifalco), Francesca Ferro (contessa di Regalpetra), Rosario Minardi (avvocato Francesco Avvocato Di Blasi), Vincenzo Volo (Camilleri), Rosario Marco Amato (abate Meli), Pietro Barbaro (monsignor Airoldi), Ciccio Abela (conte di Regalpetra), Gianni Fontanarosa (ambasciatore), Antonello Capodici (Hager), Mario Fontanarosa (guardia)

scene Salvo Manciagli – costumi Riccardo Cappello – foto Gianluigi Caruso

PT Produzioni

 


Bradamante

Gano di Maganza


Orlando

 

Dopo aver letto la recensione, l’amico poeta Charles MecCharles ha scritto questi versi:

Saper tu non puoi / che il sangue dal color / vermiglio / nettare celestial par essere: / brindisi in funesti banchetti / versato a iosa da genti / in nome d’un credo supremo. / Saper tu non puoi / che gl’invasor con vesti / scintillanti / armati di tutto punto con / l’ironico sorriso di / chi già è al corrente per / grazia divina, / di sbilenco t’adocchiano di / sottecchi, / soffocando l’ilarità antica / come il tempo, / su quel mar tinto di sangue / cristiano, / in quel mar seminato da / migranti … / Ahh, davvero / saper tu non puoi, / appoggiati con grazia estrema / alle colonne su cui poggia il / mondo, / armati in grande stile / con corazze su la cotta di / maglia: / in mano la spada e scudo, / orgogliosi degl’elmi col / pennacchio colorato, / pronti a ingaggiar sanguinosi / duelli / contro l’odiato Saraceno, / invasor dell’Europa cristiana. / Sì, ma sì ch’hai compreso! / Son loro, gl’unici mitici incorruttibili / Pupi Siciliani! / Al di qua / o al di là / di quel mar sempre più / porpora, / di saper ragione non v’è / verso … che sia vergogna o sangue, / il rosso tutt’accumuna! In fondo a ben guardar, / sol di fantasia son belle le / cose / ed anche il ricordo lo veston / a festa!

Autore: admin

Condividi