Furio FOSSATI*- Cinema Recensioni brevi (“Weekend”, “Il condominio…”, “Lan of Mine”, “Un paese quasi perfetto”)

 

Cinema   Recensioni  brevi


 

ALCUNI FILM RECENTI

Weekend


“Weekend”  Regia  di   Andrew Haigh

Interpreti
Tom Cullen, Chris New.
Prod.  Gran Bretagna 2011

Russell e Glen si incontrano in un bar per omosessuali di Nottingham e decidono di trascorrere la notte insieme. Quella che, a prima vista, sembrava un’avventura da una botta e via si trasforma in amore vero e proprio solo che Glen sta per trasferirsi per studio e lavoro negli Stati Uniti e la loro relazione non potrà durare più di un fine settimana.

Il regista inglese Andrew Haigh, un cineasta con una particolare predilezione per le tematiche omosessuali, in Weekend radiografa queste 48 ore d’amore, tante dura il rapporto, come un momento liberatorio in cui i due si aprono l’un l’altro intravvedendo un futuro che avrebbe potuto essere e non sarà. E’ uno sguardo quasi documentaristico su due condizioni solitarie ed emarginate, significativa in questo senso la sequenza finale in cui gli amanti si scambiano un ultimo bacio sulla banchina della stazione ferroviaria, mentre fuori campo risuona una voce che grida: froci! E’ un film che potremmo definire intimista in cui si rappresenta un amore in cui tenerezza e sesso s’intrecciano in un grumo inestricabile.

Una relazione omosessuale descritta on lievità di toni pur senza trascurare l’aspetto sessuale. E’ il secondo lungometraggio di questo regista che lo ha realizzato nel 2011, quattro anni prima di 45 anni presentato in concorso al 65° Festival internazionale del cinema di Berlino dove ha ottenuto i premi per la recitazione andati a Charlotte Rampling e Tom Courtenay.

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“Condominio dei cuori infranti”  (Asphalte)
Regia di  Samuel Benchetrit

Interpreti
Isabelle Huppert, Gustave Kervern, Valeria Bruni Tedeschi, Tassadit Mandi, Jules Benchetrit, Michael Pitt, Mickaël Graehling, Larouci Didi.
Prod. Francia, Gran Bretagna 2015

Gradevole film presentato a Cannes, nella sezione eventi speciali con buon riscontro di pubblico e di critica, è una piacevole commedia che mette in pace col cinema. Girato in 1:33 – ma, correttamente, quando Charly (Jules Benchetrit) riprende la Huppert in video il formato all’interno del fotogramma cambia – con l’ironia legata a personaggi improbabili ma molto divertenti Il film si sviluppa nei suoi cento minuti con lievità e tante risate.

Il condominio dei cuori infranti, titolo probabilmente funzionale per il box office (in originale Asphalte, Asfalto), è la dimostrazione che si possono controbattere i blockbuster con l’arma della qualità. Creatore di questo titolo che coniuga il surreale con la commedia raffinata è Samuel Benchetrit, quarantaduenne regista dalle alterne vicissitudini artistiche, con alcuni validi titoli ed altri a dire poco modesti. L’autore è stato il marito di Marie Trintignant, morta nel 2003 per un edema cerebrale provocatole dal musicista rock che era il suo compagno. In questo film ha scelto, per il personaggio dell’adolescente che si confronta con Isabelle Huppert, il loro figlio diciassettenne Jules Benchetrit che aveva fatto debuttare nel mediocre Chez Gino (2011).

Proprio la perfetta scelta degli interpreti lo aiuta a meglio raccontare questa storia, suddivisa tra tre coppie e in parte autobiografica. Tutto avviene attorno alla triste struttura di un palazzaccio di dieci piani nella periferia più povera di Parigi, e causa di casuali incontri tra i protagonisti è il cattivo funzionamento del ascensore. Isabelle Huppert è un’attrice sul viale del tramonto che si trasferisce lì e non apre nemmeno le scatole del trasloco perché è convinta di rimanerci pochissimo tempo. E’ demotivata e incapace di proporsi ancora come attrice. L’aiuterà il suo dirimpettaio, un adolescente che vive con la madre (che mai si vede) e che le farà tornare la capacità di recitare.

C’è anche un poco attraente single che vive da solo e, abitando al primo piano, rifiuta di pagare per un nuovo ascensore che mai userà, se non fosse perché una cyclette motorizzata non gli crea lesioni muscolari alle gambe. L’uso del mezzo di salta e discesa gli è vietato, ma lui, per sopravvivere, lo utilizza di notte. Frequenta anche l’ospedale e qui conosce un’infermiera di notte che si concede qualche break per fumare. Si fa passare per un poco credibile fotografo e, forse, avrà un futuro con la donna.

Tuttavia dove il surrealismo ha il massimo picco è nell’episodio che coinvolge un astronauta della Nasa la cui navicella è caduta sul tetto del palazzo e una donna algerina molto materna che, col figlio in carcere, lo prende in casa in attesa che gli statunitensi se lo vengano a riprendere. In alcuni passaggi la sceneggiatura è debole, ma il divertimento non manca. Tra gli interpreti Valeria Bruni Tedeschi (l’infermiera), Gustave Kervern (il single), Tassadit Mandi (la donna algerina) e Michael Pitt (l’astronauta)

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“Land of Mine. Sotto la sabbia”
Regia   di  Martin Zandvliet
Interpreti
Roland Møller, Mikkel Boe Følsgaard, Laura Bro, Louis Hofmann, Joel Basman, Oskar Bökelmann, Emil Buschow, Oskar Buschow, Leon Seidel, Karl Alexander Seidel, Maximilian Beck, August Carter, Tim Bülow.
Prod.  Danimarca, Germania 2015

Land of Mine – Sotto la sabbia (Under sande) di Martin Zandvliet è un film danese che non lascia indifferenti sia per i temi trattati che per la crudezza di certe immagini legate al ferimento o alla morte di giovanissimi prigionieri tedeschi alla fine della seconda guerra mondiale. Contestato in Danimarca da parte di quanti sostengono che certi capitoli della storia è meglio non conoscerli per fare credere che i cattivi siano stati solo da una parte, è un’opera corale in cui esiste una grande forza emotiva, un desiderio di espiazione da parte di chi questo annunciato massacro deve gestire.

Il protagonista è un sergente ligio agli ordini, forse incapace di ragionare col proprio cervello, questo sino a quando accade qualcosa che lo trasforma. Il quarantatreenne regista è anche uno scrittore di successo, originariamente è stato un montatore cinematografico che, nel corso degli anni, si è trasformato in autore sensibile. Ha iniziato come editor per diversi cineasti, nel 2002 ha realizzato il suo primo documentario, Angels of Brooklyn (Angeli di Brooklyn), con cui ha ottenuto vari riconoscimenti. Dopo diversi cortometraggi e una lunga attività come sceneggiatore e assistente alla regia ha diretto il suo primo lungometraggio nel 2009, Applaus (Applausi), interpretato da Paprika Steen con cui ha trionfato al festival di Karlovy Vary dove ha vinto il premio Label Europa Cinemas, il riconoscimento per la migliore interprete femminile e quello per la migliore sceneggiatura.

Con quest’ultimo film dimostra di avere raggiunto una maturazione stilistica che gli permettere di trattare temi difficili senza mai sfiorare il melodramma. Roland Møller ne è uno stupendo protagonista, un attore che alterna al cinema teatro e televisione. Danimarca, maggio 1945, la seconda guerra mondiale è finita da poco ma due milioni di mine rimangono sparse lungo la costa occidentale, potenziale scenario di uno sbarco alleato mai avvenuto. Per disinnescare questi ordigni sono usati circa 2.600 soldati tedeschi prigionieri, per lo più adolescenti reclutati nel periodo finale della guerra. Il sergente Rasmussen è a capo uno dei gruppi formati da reclutati molto giovani, anche quattordicenni, privi di qualsiasi esperienza in materia.

Il compito, pericolosissimo, è di ritirare con le proprie mani le mine sepolte sotto la sabbia della spiaggia. Sono ragazzi sopravvissuti alla guerra, ma che ora devono affrontare un impegno non meno pericoloso. Come molti dei suoi compatrioti, il sergente odia i tedeschi dopo aver subito cinque anni di stenti durante l’occupazione, ma è sconvolto dalla morte di un giovane costretto a lavorare mentre era ammalato. Da quel momento qualcosa cambia e il sottufficiale diventa un severo padre ma che sa capire i problemi dei ragazzi che gli sono stati affidati.

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“Un paese quasi perfetto”
Regia  di  Massimo Gaudioso
Tratto dalla dalla sceneggiatura di Ken Scott per  La grande seduzione (La grande séduction, 2003) 
Interpreti
Fabio Volo, Silvio Orlando, Carlo Buccirosso, Nando Paone, Miriam Leone, Francesco De Vito, Gea Martire, Antonio Petrocelli, Maria Paiato.
Prod.  Italia  2016

Il ritorno dietro la macchina da presa del quotato sceneggiatore Massimo Gaudioso è legato al remake di un piacevolissimo film canadese, La grande seduzione (La grande séduction, 2003) diretto da Jean-François Pilon.

Dopo i suoi primi tre titoli – Il caricatore (1996), Un caso di forza maggiore (1997), La vita è una sola (1999) – in cui era anche attore e autore dello script, ha abbandonato la regia e ha collaborato a tutte le sceneggiature di Matteo Garrone, dedicandosi con successo anche alla commedia. Ha scritto Uno su due (2006) interpretato da Fabio Volo e diretto da Eugenio Cappuccio, Benvenuti al Sud di Luca Miniero con un bel ruolo per Nando Paone. Fabio Volo e Nando Paone compaiono anche fra gli interpreti di Un paese quasi perfetto. Non si capisce perché questo regista, che è stato co-sceneggiatore per film di Daniele Ciprì, Carlo Verdone e Luca Miniero, abbia scritto e diretto senza voglia questo remake che era già stato anticipato, un paio di anni orsono, dal mediocre Un village presque parfait di Stéphane Meunier.

E’ vero, si finge d’interessarsi del sociale – tutto il paese è in cassa integrazione dopo la chiusura della miniera d’oro che funzionava nei pressi – e questo permette di ottenere un accettabile contributo dal MIBACT come opera di interesse culturale. Tuttavia questo tema, grazie ad un certo qualunquismo di base, offende chi segue i dialoghi. Inutile prendersela con lo Stato che dà loro una miseria, non considerare negativo il personaggio interpretato da Silvio Orlando, che continua ad incassare quanto erogato ad una persona deceduta (per l’INPS lui è vivo) o la figura dell’ex sindaco che, quale agente di Polizia, blocca Fabio Volo e lo ricatta per non denunciare la fidanzata in possesso di droga.

Facessero almeno ridere queste trovate: rendono ancora più triste ed inutile il tentativo di fare ironia a tutti i costi. Per fortuna, Silvio Orlando e Nando Paone riescono a costruire i loro personaggi in maniera simpatica, Fabio Volo, invece, dimostra limiti notevoli. Pietramezzana, piccolo paese sperduto nelle Dolomiti lucane, ha solo centoventi abitanti, quasi tutti ex minatori, che sopravvivono con i soldi della Cassa Integrazione. Il borgo potrebbe ospitare una nuova fabbrica se ci fossero avessero almeno duecentocinquanta abitanti e un medico fisso. Domenico (Silvio Orlando) invia SMS a tutti i medici senza risultati.

L’ex sindaco, che ora lavora come agente di Polizia, ferma per un controllo un chirurgo estetico con fidanzata al seguito. Scopre che sono in possesso di droga e li costringe ad accettare di stare nel paese per trenta giorni. Tutti gli abitanti si danno da far sentire felice il medico, lui quasi accetterebbe di rimanere, ma il diavolo fa le pentole e non i coperchi.

 

*Ringraziamo F. Fossati, collega di Cinemasessanta e coordinatore di Cinemaeteatro.com

Autore: admin

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