Cinzia BALDAZZI – I numeri sul treno. Il perturbante da Berlino a Bruxelles



Il mestiere del critico


 

I NUMERI SUL TRENO. IL “PERTURBANTE” DA BERLINO A BRUXELLES


Riflessioni sul concetto freudiano, dal film Spione di Fritz Lang agli avvenimenti attuali in Europa.

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Los Angeles, estate 1967. Uno dei più grandi nomi del cinema di tutti i tempi tiene un discorso all’University of California su Spione (letteralmente: Le spie), film muto da lui girato quarant’anni prima in Germania, uscito in Italia con il titolo L’inafferrabile. Commentando la figura del protagonista, spietato banchiere e genio del male, Friedrich Christian Anton Lang, meglio conosciuto come Fritz Lang, spiega:

“Haghi, la grande spia, è semplicemente ciò che chiameremmo oggi un computer umano. Privo di ogni sentimento, mostra una totale indifferenza verso gli esseri umani che per lui sono soltanto pedine da spostare secondo il disegno di un cervello matematico”.

Il film, contenente la celebre sequenza dello scontro in galleria tra un treno in arrivo e un vagone abbandonato sulle rotaie (organizzato allo scopo di uccidere un passeggero), molto simile al tragico attentato all’ “Italicus” nell’agosto del ’74, ha dunque nel ruolo principale un malvagio, totalmente disinteressato alla dignità di esistenza degli uomini a lui estranei (e alla propria), non appartenenti al gioco assassino. La realtà del terrorismo odierno ha tratti differenti: non pone di fronte a menti criminali “matematiche”, refrattarie alle emozioni, capaci di “usare” gli obiettivi da colpire, quasi tasselli di un puzzle algebrico.

I terroristi dei giorni attuali hanno “sentimenti” di rivalsa assassina, intenti di rivendicazione omicida, propositi di distruzione degli infedeli: la macchinazione è una referenzialità religiosa indiscutibile. Analogamente ad Haghi, uccidono dove possono: e la lucida e disumana figura langhiana, organizzatrice di un alto spionaggio internazionale – all’interno di un intrigo di suspense articolato genialmente – anche grazie all’intercettazione di alcuni segnali premonitori dei suoi interventi, sceglierà l’annientamento.


E il come, riconduce al motivo strumentale del quale vorrei occuparmi, rivedendolo e riflettendo sul messaggio globale al di fuori di ogni intrinseca bellezza dell’opera, niente affatto bisognosa di occasioni ad hoc per essere ancora oggi assaporata ed esplorata. Sulla base del romanzo omonimo di Thea von Harbou, autrice insieme a Lang della sceneggiatura, e la splendida fotografia di Fritz Arno Wagner, il film allinea una prima linea di attori, da Rudolph Klein-Rogge a Gerda Maurus, da Willy Fritsch a Lupu Pick.

Semplificando l’intreccio, dedicato allo spionaggio su scala mondiale, denso di suspense e colpi di scena, seguendolo parzialmente in quanto possa risultare utile al nostro discorso, ricordiamo il regista austriaco-tedesco descrivere la Berlino dell’epoca:

“La criminalità prosperava. Di quando in quando qualche individuo isolato cercava di fermare questo sabba. Una mattina sui muri di Berlino comparvero manifesti raffiguranti una sensuale donna seminuda nelle braccia di uno scheletro: “Berlino, stai ballando con la Morte”. Ma a chi importava? Dopo quattro anni di guerra la morte non terrorizzava più. La religione? Dio? Era stato mandato a vendere la propria merce divina altrove”.

Non diversamente, diremmo, da come l’estremismo islamico avverta la necessità di uscire dal proprio territorio “storico” e “mandare” fedeli a distribuire “altrove” il messaggio operativo della propria referenzialità “divina”. E non alla fine di quattro anni di conflitto sostenuti da Berlino nella citazione langhiana: assai di più.

In Germania, conclusa la Grande Guerra, il rispettabile banchiere Haghi dirige nell’ombra una rete internazionale di spionaggio, specializzata in estorsioni e in traffico di informazioni rubate. Una delle ultime fiancheggiatrici è la giovane russa Sonja, da lui convinta a collaborare per potersi vendicare della polizia zarista responsabile dell’uccisione dei familiari. Quando Haghi apprende l’avvìo della indagini da parte dell’agente Donald Tremaine (“n. 326”, in codice), gli fa incontrare Sonja, non potendo però prevedere la nascita di una storia d’amore tra i due.

Haghi si mette alla ricerca del luogo e del nome dei membri di un vertice su un importante negoziato giapponese: il responsabile della custodia di questo trattato, Akira Matsumoto, capo del servizio di sicurezza nipponica, consegna a tre differenti corrieri un pacchetto sigillato da recapitare a Tokyo, seguendo distinti percorsi. All’interno di una delle buste è nascosto il trattato. Haghi fa uccidere i corrieri e le ottiene tutte e tre: all’interno trova solo vecchi giornali.

In un locale, Matsumoto consola l’agente n.326 e lo mette in guardia: Sonja è una spia. Sarà lui stesso a cadere nella trappola di una donna: impietosito da una povera ragazza scappata dall’ira di un padre violento e dalla desolazione di una madre ubriaca, la ospita in casa. La giovane, in verità, è stata incaricata da Haghi: al risveglio, Matsumoto scopre il furto del documento. Avendo tradito suo malgrado la fiducia del proprio paese, si suicida.


Ottenuto l’importante plico, Haghi affida a Sonja l’incarico di trasferirlo oltre frontiera, viaggiando in un vagone letto dell’Europa Express. Su un altro treno si trova Tremaine, ignaro della trappola appositamente preparata per eliminarlo. Mentre dorme, la sua carrozza viene staccata e abbandonata in un tunnel. L’uomo si risveglia un attimo prima che un convoglio in arrivo lo travolga. Sonja, corsa in aiuto, lo ritrova ancora vivo, sotto un cumulo di detriti, e lo riconosce dal ciondolo, suo recente regalo.

Ma come è riuscita la donna a giungere fino a lui e a salvarlo? Prima di partire, sulla scrivania di Haghi ha potuto scorgere un appunto: “Europa Express 33-133”. Intrapreso il viaggio, fermi in stazione, dal finestrino Sonja intravede Tremaine viaggiare in direzione opposta, e velocemente riesce a leggere il numero sulla fiancata: 33-133. Il convoglio riparte e la sequenza mostra i numeri rimasti, chissà perché, impressi nella mente di Sonja, che li associa a quelli annotati sul biglietto intravisto a casa di Haghi. Riprese in primo piano, ruote girano incessantemente con i numeri fatali sovraimpressi. Sonja, terrorizzata, reagisce premendosi le mani sulle orecchie quasi a non sentire lo schianto dell’attentato appena intuito, scoperto. Dalle ruote l’occhio della visione langhiana passa a una ripresa dal basso della carrozza dove è seduto l’ignaro Tremaine: ecco l’uomo di Haghi compiere l’atto di sabotaggio.

La Banca di Haghi, centrale del crimine, è finalmente occupata dalle forze dell’ordine: il direttore si è volatilizzato, risulta introvabile. Sarà la pista del circo – teatro ideale di false identità, travestimenti, “mentite spoglie” – a custodire la chiave del mistero. Poco prima, infatti, Tremaine aveva affidato all’agente “n. 719”, sotto copertura nel costume e nel pesante trucco del clown Nemo, il compito di rintracciare le coordinate bancarie dei traffici illeciti. Ma le due identità sono gli ennesimi travestimenti di Haghi. Quando il pagliaccio va in scena ad esibirsi, comprendendo di essere accerchiato dalla polizia, si spara alla testa. Il pubblico, credendo il gesto parte dello spettacolo, scatta in piedi a battere le mani. Chissà a chi è rivolto l’applauso, se l’unico morto è Nemo, ovvero Nessuno.


Inquietante e minaccioso, un gioco di ombre, di buio-luce, domina le riprese della vicenda in progress, incluso, in contrappunto dialettico, quello accecante – purtroppo non manca – di una esplosione che abbatte però, fortunatamente, la parete di accesso al quartier generale dell’organizzazione spionistica. Nel racconto di Lotte H. Eisner, biografa di Lang, un visitatore presente alle riprese si sentì abbagliato dalle luci pensando fossero in uso – in contemporanea – otto macchine da presa. Eppure, a causa della ridotta disponibilità di mezzi, a girare insieme erano sempre e soltanto due, nonostante l’illuminazione apparisse tanto potente da spaziare oltre il set di riprese.

Sì, è rimasto inalterato l’effetto, avvertito rivedendolo oggi, basato com’è su un gioco di ripetizione di segni, ora e qui i numeri, inquadrati con trascrizioni (ricordiamolo, la pellicola è muta) in grado di svelare, se decrittati, il significato delle realtà imminenti e minacciose: così succede a Sonja, la quale per questo riesce a giungere sul posto e a soccorrere l’amato ancora vivo. Come? Concentrandosi sulla ripetizione del numero, sovrimpresso sulle ruote in movimento, sulle boccette di cosmetici, sul tavolino da toeletta: è lo sforzo mentale messo in atto, affrontato per lasciar “parlare” in sé l’azione di segni e segnali di una zona della psiche, dell’inconscio, che Sigmund Freud, in un celebre saggio del 1919 – pochi anni prima delle riprese di Spione – definisce perturbante.

Cos’è il perturbante? Das Unheimliche è un aggettivo sostantivato della lingua tedesca, utilizzato dal padre della psicoanalisi a esprimere, in ambito estetico, una particolare attitudine del sentimento più generico della paura: si sviluppa quando una cosa (o persona, impressione, fatto, situazione) viene avvertita familiare ed estranea, promuovendo generica angoscia unita a una spiacevole sensazione di confusione ed estraneità: “Il perturbante è quella sorta di spaventoso che risale a quanto ci è noto da lungo tempo, a ciò che ci è familiare”, scrive Freud e, trascinato fuori da un mondo di rappresentazione meramente estetica, lo mette in campo anche nella vita quotidiana.


L’avvertire o cogliere, improvvisamente, la comparsa di un doppio, ad esempio, può ingenerare perturbamento in situazioni concrete: al cospetto di una coppia di gemelli identici, oppure di sosia, il turbamento insorgerebbe dal ritorno alla coscienza del narcisismo infantile, evocato dalla possibilità, caratteristica del “doppio”, di rendere immortali. In età adulta, risulta invece relegato nell’inconscio dall’azione morale e critica del Super Io: un raddoppiamento, di certo, non complice di alcun tipo di immortalità. La reiterazione del crimine, il suo moltiplicarsi, gestito e rappresentato dagli autori nella sostanza di un potenziamento megalomane dei personaggi, non è affatto garanzia di vita oltre la morte.

Riprendendo a considerare il plot de L’inafferrabile, concentriamo l’attenzione su movimenti e processi così automatici, ripetitivi, meccanici, da apparire prodotti al di fuori un’attività mentale ordinaria, e dunque percepiti paurosi, estranei, misteriosi, inspiegabili, spesso soprannaturali; oppure, su coincidenze fortuite destinate ad assumere fisionomie sospette e perturbanti, come l’insistenza e il ricorrere di cifre e numeri, in una riproposta ossessiva di formule, codici, sigle, equazioni, logaritmi. Ma un simile turbamento, in accordo alla vicenda simboleggiata dalla figura di Sonja, può determinarsi salvifico, e forse – senza con ciò esortare ad alcun innescamento di raddoppiamenti megalomani infantili, tantomeno a ricadute nella superstizione totemica – aiutare a individuare, non dico a sventare, qualche calamità in epoca di terrorismo, dove sotto i nostri occhi, per mesi, avvengono episodi dotati di precisi segnali che non riusciamo a vedere, programmati, ripetuti in spostamenti anomali, minuto dopo minuto, numero accanto a numero: poiché – attenzione, ricorda Freud – tanto più siamo ben orientati nell’ambiente circostante, tanto meno saremo pronti a cogliere un fattore particolare in termini di espressione perturbante, correlato a oggetti e avvenimenti propri di quello stato di cose.

E poi, non tutti i fatti inconsueti diventano spaventosi. Affinché, nell’arte, ispiratrice dello studio psicanalitico freudiano, un accadimento si trasformi in “perturbante”, occorre intervenga un ulteriore elemento, vale a dire l’aura poetica, un di più rispetto al contesto letterale-materiale.

In quest’ultimo entriamo in un’altra storia tuttavia: e ognuno di noi ne vive una, immancabilmente e senza ragione, personale.


 


Autore: admin

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