Teatro di Roma, Teatro India- Sino al 10 aprile, “Giorni felici” con Nicoletta Brashi

 

Cartellone

 


TEATRO INDIA

di  Roma

 

Dal 31 marzo al 10 aprile

GIORNI FELICI

Nicoletta Braschi

di Samuel Beckett

traduzione Carlo Fruttero (Giulio Einaudi Editore)

regia Andrea Renzi con Nicoletta Braschi e Andrea Renzi

Produzione Melampo e Fondazione Teatro Stabile di Torino

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Dal 31 marzo al 10 aprile al Teatro India Nicoletta Braschi è Winnie, donna assoluta e minimale, di Giorni felici di Samuel Beckett, per la regia di Andrea Renzi, una produzione Melampo e Fondazione Teatro Stabile di Torino.

Un’intensa prova per Nicoletta Braschi in scena nel ruolo di Winnie, sepolta fino alla vita in un cumulo di sabbia, con Willie, il marito. E mentre la sabbia ricopre inesorabilmente entrambi, Winnie chiacchiera senza sosta, in un’alternanza insensata di momenti che sono il cuore della straordinaria esplorazione beckettiana della vita ai margini della follia.

Scrive il regista Andrea Renzi, anche interprete dello spettacolo, «è con emozione e timore che ci si accosta a Giorni felici, uno dei maggiori testi contemporanei che appartiene di diritto al canone del teatro del secolo breve. In questa pièce visione e scrittura sono tutt’uno e nella corrispondenza tra Beckett e Alan Schneider, il suo regista di riferimento statunitense, scopriamo come l’uomo di libro, il romanziere, poeta, saggista è, fino in fondo, uomo di scena attento ai dettagli dei materiali scenografici, alle luci, e intensamente coinvolto nella misteriosa arte dell’attore in un teatro che si offre come precisissima partitura per gli interpreti e sfugge alle riscritture delle regie “creative”.

Abbiamo dedicato una prima fase allo studio dello spartito senza ipotesi interpretative. Muoversi nel rispetto del dettato dell’autore e, nei margini definiti di questa strada stretta, sintonizzare i nostri strumenti di lavoro su una lunghezza d’onda tutta interna all’opera ci è sembrato un approccio naturale. Ci siamo interrogati sui preziosi documenti costituiti dai quaderni di lavoro del Beckett regista e sulle testimonianze dei suoi attori di riferimento, Jack Mac Gowran, David Warrilow e più in particolare Billie Whitelaw che da lui è stata diretta proprio in Giorni felici nel 1979 (una versione con piccole ma significative varianti). Giorni felici ha rappresentato per Beckett, dopo anni di volontario esilio linguistico, un ritorno alla lingua madre, e ci è stato utile confrontare il testo inglese con la versione francese per meglio aderire alla versione italiana di Carlo Fruttero.

Non si tratta di un atteggiamento filologico o di fedeltà all’autore, ma della semplice necessità di una comprensione profonda. Solo in una seconda fase di lavoro abbiamo cercato di personalizzare il margine di libertà che ci lasciava la partitura. Non è in contraddizione con quanto scritto sopra: un sorriso che cade, tanto per fare un esempio, ha infinite declinazioni. Quando Beckett, in risposta a Schneider che gli chiede suggerimenti riguardo il tono di una battuta del primo atto, risponde che il tono è la questione, ci invita alla misura della sottigliezza e all’avventura della nuance e ci indica un cammino di autodisciplina che è fatto di molte possibilità.

Abbiamo cercato di non dimenticare mai che si tratta di un testo a due che richiede la tessitura di una relazione continua tra Winnie e Willie. Il controcampo dalla parte di Willie sarebbe davvero una riscrittura, un altro giorno felice con una sua autonomia che Beckett ci lascia solo intravedere, ma i suoi riflessi sulla protagonista sono determinanti tanto che l’iniziativa nel memorabile finale passa tutta a Willie. Sono numerosi all’interno del testo i riferimenti al mondo del teatro: “strana sensazione che qualcuno mi stia guardando” dice la protagonista, interrogandosi anche sul parasole che ritorna sempre nella stessa posizione, il campanello interpretabile anche come segnale del chi è di scena, l’operetta come memoria condivisa della coppia Winnie e Willie, i vuoti di memoria e i trucchi.

Abbiamo messo in evidenza questa linea. I segni della scena che abbiamo scelto, una collinetta e un paravento, si dichiarano in tutta la loro artificialità e i costumi e le luci, in filigrana, rimandano al mondo dello spettacolo: spalline con pailletes e cilindro e scarpe bicolore, una ribalta, un seguipersona.

Il resto è il tenace corpo a corpo tra Nicoletta Braschi e Winnie. Una sfida sull’asse della fragilità e della resistenza, (su quello) dei pieni e dei vuoti, della logorroicità e del silenzio, del candore e della dolorosa consapevolezza, della regola e della libertà, della dipendenza e della solitudine, del riso e del pianto, dell’urlo e del canto, della grazia e del caso. Noi, stretti nel terreno come lei, facciamo ricorso a tutte le nostre risorse, a tutte le benedizioni travestite, per intrattenerci a lungo e ancora con la relazione vitale che più amiamo: il teatro».

Giorni felici di Samuel Beckett, pubblicato per la prima volta nel 1961 a New York, andò in scena in prima mondiale al Cherry Lane Theatre di New York il 17 settembre 1961, diretto da Alan Schneider e interpretato da Ruth White. Il testo fu poi rappresentato al Royal Court di Londra un anno dopo; il regista era George Devine e il ruolo della protagonista era affidato a Brenda Bruce. Alla fine del 1962 Beckett concluse la traduzione in francese di Giorni felici e propose il testo al regista Roger Blin, che mise in scena con l’attrice Madeleine Renaud. Giorni felici fu presentato in Italia dal Teatro Stabile di Torino, che ne affidò la regia a Roger Blin. Lo spettacolo, interpretato da Laura Adani, andò in scena al Teatro Gobetti il 2 aprile 1965.

 

*Ufficio Stampa a cura di Amelia Realino

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Autore: admin

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