Francesco TOZZA- Shakespeare: dramma o farsa? “Quel che volete”

 

Lo spettacolo di Carlo Cecchi, già analizzato pregevolmente per InScena dalla vicedirettrice Cinzia Baldazzi, si arricchisce delle riflessioni del collega Francesco Tozza (critico e docente di lungo corso), in linea con la pluralità, la coesistenza, la democratica dialettica dei punti di vista che -sin dalla sua fondazione- è inalienabile caratteristica del nostro giornale. Come, del resto, ai tempi di PrimaFila, suo ‘precedente’ cartaceo (fondato da Nuccio Messina) di cui raccogliamo la non facile ma propositiva eredità. Specie in questi brutti tempi di opinioni e pensieri ‘unificati’, mercificati, tristemente prezzolati.


Teatro in itinere

 

DRAMMA O FARSA?

Risultati immagini per carlo cecchi

****

Quel che volete”- Note su “La dodicesima notte”  ‘riletto’ da  Carlo Cecchi

****

Si dice che La dodicesima notte sia forse la più bella commedia di Shakespeare, e secondo il nostro parere – per quel che conta – lo è, anche se non tutti la pensano così: non il grande Auden, per esempio, secondo il quale era invece proprio brutta (“si, certo, è scritta bene, per carità – ebbe a dire – ma a me non piace”!); probabilmente, aldilà dei gusti personali, più o meno discutibili, è comunque difficile usare il superlativo assoluto nel mare magnum di una drammaturgia assai ricca e complessa, com’è quella del Bardo. E’ certamente una delle sue commedie più inquietanti, estremamente ambigua, sin dal titolo, che fa riferimento alla dodicesima notte dopo il Natale, cioè a quella dell’Epifania, senza tuttavia che nel testo vi si faccia allusione alcuna, per cui la cosa trova migliore spiegazione nel sottotitolo, in “quel che volete”, esso sì emblematico riferimento ad una molteplicità interpretativa più consistente del solito, di cui l’Autore stesso dovette essere discretamente consapevole.

La trama, ancora una volta, è piuttosto intricata e farraginosa (colpa delle fonti usate, dell’eredità plautina in particolare, ma nello specifico anche della cinquecentesca commedia senese degli Ingannati): è, in sintesi, la storia di due gemelli, Viola e Sebastian, naufragati in Illiria; di Viola che si finge uomo (col nome di Cesario) e come tale si mette al servizio del duca Orsino; del duca che è innamorato della contessa Olivia e usa Viola-Cesario come messaggero d’amore; di Viola che a sua volta si innamora del duca, mentre Olivia, credendola un uomo, si è innamorata di lei; dei due fratelli che, dopo una serie di equivoci, soltanto alla fine rivelano la loro identità.

Ma la “commedia degli equivoci” non era più il solo o il vero interesse dell’Autore; ultimato da poco Amleto, punto di svolta del suo teatro (e non solo del suo), nonché atto di nascita della coscienza moderna, Shakespeare non si poneva come obiettivo il semplice intrattenimento (che pure non manca, continuo e a volte irresistibile anche per noi, oggi), ma, pur rimanendo uomo di spettacolo, usava sempre più la scena come strumento di analisi esistenziale, mezzo per esplorare un mondo (fra Medioevo ed età moderna) in rapida trasformazione, dove tutte le certezze sembravano venir meno senza che si vedessero alternative di sorta: un mondo (oh quanto attuale!) “fuor di sesto”, come diceva il pallido principe, dove il dubbio – non più episodico e progressivamente nemmeno più metodico – diveniva condizione ormai definitiva del vivere, di fronte ad una verità non più depositata una volta per tutte, ma da conquistare giorno per giorno, magari scoprendosi pura “macchina d’illusione”.

Il gioco scenico non poteva, dunque, rimanere fine a se stesso: il meccanismo dell’equivoco, dell’inganno, del travestimento, così presente anche ne La dodicesima notte, doveva ormai suggerire un ben più vasto “equivoco”, un più drammatico “inganno”, un travestimento psicologico foriero di una ben più profonda crisi d’identità. Non è un caso che le ambiguità, ancora una volta gli “inganni” dell’intreccio principale, sinteticamente poco sopra riassunto, si rispecchino, quasi si raddoppino in quelli praticati o subiti dai personaggi per dir così secondari (tali per niente, in verità), che circondano Olivia, la contessa: suo zio, cioè Sir Toby, un suo protetto cioè Sir Andrew, il maggiordomo Malvolio, la cameriera Maria, Fabian e il buffone Feste.

Insomma il microcosmo dei sottoposti (parenti o servi) che nella commedia si contrappone, o forse solo si accompagna, all’altro microcosmo, quello dei nobili (differenziati, comunque, anche dal linguaggio, dato che l’uno usa la prosa, l’altro la poesia), presenta la medesima condizione esistenziale: tutti suscettibili d’inganno, sia che lo esercitino sia che lo subiscano. Tutti beffati, dirà di lì a poco il Falstaff de Le allegre comari, forse con più amaro disincanto e senza la sinistra invocazione di vendetta cui si abbandona il bistrattato Malvolio, nei cui confronti la beffa raggiunge vertici di vero e proprio sadismo: francamente divertente nella prima parte, quando il maggiordomo si abbandona ad un’esilarante esegesi della lettera con la quale gli si è voluto far credere che un’Olivia, in realtà sempre più perplessa, fosse di lui innamorata; piuttosto angosciante invece, quando relegato in una camera oscura, che gli si vuol far credere luminosa, il malcapitato rasenta la disgregazione mentale.

E se è vero che il lieto fine sembra chiudere la commedia, molti dubbi permangono: dal cerchio della possibile felicità rimangono fuori, in ogni caso, Malvolio, nella sua estrema solitudine, e Antonio, che nel matrimonio di Sebastian (che egli “adora”) vede svanire la possibiltà di vivergli accanto, nel segno di un’amicizia che a stento maschera la sublimazione di un ben più forte sentimento; ma soprattutto le coppie che si uniscono in matrimonio (nel modo non proprio previsto o prevedibile) suggeriscono, in ultima analisi, l’idea della casualità, se non addirittura dell’impossibilità dell’amore. A sua volta, lo splendido song finale di Feste, il più affascinante fra i buffoni shakesperiani, l’unico personaggio savio in una commedia folle (anche lui non entrato nel cerchio dell’amore, magari per il suo essere creatura schiettamente teatrale) aggiunge una nota di struggente malinconia alla musica della commedia, suggerendo che l’armonia, la felicità, l’amore stesso sono forse essi stessi illusione teatrale, che ogni giorno nasce e, col finire dello spettacolo, si spegne; così concludendo: “e speriamo che piaccia ogni dì”.

L’auspicio di Feste ha funzionato ancora una volta: la messinscena della commedia, a cura di Carlo Cecchi, in tournée da alcuni mesi, ha fatto affluire molto pubblico, e per non pochi giorni, anche all’Eliseo di Roma, dove siamo corsi a vederlo anche noi, per non perderlo dopo continui rinvii dovuti a impegni e traversie varie. Lo spettacolo è piaciuto, a giudicare dai nutriti applausi, forse ha soprattutto divertito il pubblico, più che procurargli turbamento o malinconia: e certamente la regia di Cecchi ha sottolineato, a volte più del dovuto, alcuni aspetti farseschi del testo, per esempio nel celebre episodio della beffa a Malvolio, rilevandone giustamente la dimensione metateatrale ma stemperandone il carattere grottesco in direzione del comico più che del tragico. Fortunatamente il regista, che ha riservato a sé la parte del celebre maggiordomo, grazie alla sua recitazione, al solito impeccabile, estremamente controllata ed elegante, venata di leggera ironia (ormai sua cifra personale) nel porgere le battute e nella stessa deambulazione scenica (qui a volte quasi marionettistica), ha evitato la deriva nel farsesco a tutti i costi, in cui pure eccelle, ma che nello specifico andava messo fra virgolette.

Coerentemente, del resto, ad una commedia che, come le cose migliori di Shakespeare, non appartiene ad alcun genere preciso, “poema infinito” essa stessa, al punto che – per dirla con un grande esegeta del Bardo – avrebbe potuto scriverla un Nietzsche, magari più allegro, ricca com’è di annotazioni in cui si alternano brio, arguzia, ma anche sottile inquietudine e perplessità esistenziale; il tutto condotto con una quasi miracolosa leggerezza che riesce a comunicare, senza rompere il prezioso cristallo dell’involucro, ambigui dubbi e melanconiche incertezze perfino sul ruolo conoscitivo del linguaggio verbale. Non a caso il duca, Orsino (“amante dell’amore”), in uno dei più splendidi incipit scritti da Shakespeare, gli preferisce quello musicale (“se di musica vive amore, ancora/musica, e tanta, che sfamato e sazio/il desiderio se ne ammali e muoia”).

Bene dunque ha fatto il regista ad imprimere ritmi musicali alla sua messinscena, con i musicisti ai lati del palcoscenico a suonare dal vivo la bella partitura di Nicola Piovani e i personaggi (nei bei costumi di Nanà Cecchi) su una piattaforma girevole (col livido ma spesso cangevole sfondo, creato da Sergio Tramonti) a muoversi fra deliziosi andanti e qualche allegro ma non troppo (complice la bella traduzione di Patrizia Cavalli); quasi a dare il senso di un piacevole carillon o di una gigantesca trottola all’affannata recitazione di quei giovani attori, non del tutto matura, forse, ma al momento più preziosa ed efficace (“gioventù è una stoffa che non dura”); prima che l’addio lirico di Feste (l’ottimo Dario Iubatti) suggellasse il folle spettacolo, riportandoci “al vento e alla pioggia di tutti i dì”. Nessun timore, comunque: lo spettacolo continua; farsa o dramma? Quel che volete, appunto!

*****

“La dodicesima notte” di  W. Shakespeare  trad. di Patrizia Cavalli  regia di Carlo Cecchi    musiche di Nicola Piovani  scena di Sergio Tramonti

In tournée (dopo l’ Eliseo di Roma)

Autore: admin

Condividi