Enrico BERNARD- Ma il verismo di Verga è veramente “fallito”? (una tesi di C. Riccardi)

Saggistica breve*

 

 

..MA IL  VERISMO DI VERGA E’  VERAMENTE “FALLITO“?

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Come sostiene Carla Riccardi nel Meridiano Mondadori 

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L’opera di Verga è pubblicata in due volumi nei “Meridiani“ Mondadori. Il  tomo dei grandi  romanzi  contiene un illuminante saggio di Riccardo Bacchelli, una lettura che testimonia l’influenza dello scrittore di Vizzini sulla letteratura italiana del primo Novecento.
Il secondo volume dedicato alle Novelle é invece curato e prefato da Carla Riccardi che, nella nota introduttiva, ricostruisce in maniera quanto meno fuorviante, se non imbarazzante,  la biografia e l’opera di Verga dell’ultima fase della sua vita e attivitá artistica, i  primi due decenni del XX secolo.

Com’é noto Verga, dopo aver vinto la causa contro il compositore  Mascagni  e l’editore musicale Sonzogno per i diritti di Cavalleria Rusticana con una sentenza che aprí le porte al riconoscimento del diritto d’autore, prende coscienza delle potenzialitá drammaturgiche e spettacolari, anche in prospettiva di uno sfruttamento economico, delle sue opere narrative.

Le quali d’altronde – come documenta  Carla Riccardi nella prefazione delle Novelle – contengono una innata valenza teatrale sia per la tipologia dialogica, drammatica e non descrittiva, sia per il gioco pirandelliano ante literam delle finzioni, della veritá inconoscibile e delle maschere sociali che tramutano la tragedia umana in un’immancabile farsa. Fin qui tutto bene.  Lo scrittore di Vizzini si avvia dunque ad un lungo e operoso periodo di scrittura, riscrittura e adattamento di alcuni suoi lavori  per il teatro, per l’opera e per il cinema.

Con risultati che, lungi dal minimizzare o ridurre l’originale narrativo – come egli stesso temeva mettendo peró in conto il rischio, ma consolandosi con una sorta di maggior facilitá di fruizione-  riescono anzi a rigenerarlo nella nuova veste e vita drammatica. Basti pensare  alla novella La lupa da cui Verga trae un libretto d’opera e un dramma che saranno il punto di riferimento per gli interscambi tra narrativa, teatro e cinema, di un altro siciliano che inizia a scrivere e interscambiare narrativa e teatro in concomitanza con la fase „drammatico-teatrale“ di Verga: Luigi Pirandello.

Da questi brevi cenni si puó intuire facilmente l’importanza degli esperimenti (riusciti) di Verga che tenta la strada della sinergia tra narrativa, cinema, teatro e opera: esperimenti che  avranno sulla letteratura del primo Novecento,  da Pirandello alle prime esperienze neorealiste del 1934 di Carlo Bernari e Cesare Zavattini, un impatto determinante.  Infatti il neorealista non é piú un „semplice“autore letterario,in quanto la sua opera si fonda e sconfina sulla e nella compenetrazione di arti visive,  drammatiche, figurative. Nasce cosi la  „scrittura per immagini“, una forma letteraria che trova nel  „trattamento“ cinematografico l’esempio piú immediato ed efficace del nuovo modo di rappresentare la realtá.

Carla Riccardi parla invece di un „sostanziale fallimento ideologico del verismo“ interpretando in senso negativo la ricerca di nuove forme espressive  sperimentate da Verga:
Una sorta di rilettura critica, una riscrittura in controluce di tutta la precedente novellistica verghiana e forse l’inevitabile punto d’arrivo del metodo verista, la testimonianza di un sostanziale fallimento  sul piano ideologico del verismo
(Introduzione , XXIX)

La Riccardi motiva il presunto „fallimento ideologico del verismo“, di conseguenza di Verga, proprio per la riconosciuta impossibilitá  „di rappresentare la realtá, poiché questa ha piú facce, mentre il fatto umano non é piú , ma grottesco, umoristico, proprio per la finzione che lo produce.
Cosí la studiosa scorge nel passaggio dal naturalismo della narrativa di Verga ad una altra forma di rappresentazione, drammatica, un allontanamento dal „fatto di cronaca, elemento portante della narrativa verista“.

In realtá Verga si é sempre sottratto, anche con qualche alzata di testa,  ad una definizione naturalistica della propria opera respingendo, pur nell’ammirazione per lo scrittore francese, l’accostamento a Zola. L’attivitá fotografica dello scrittore di Vizzini, recentemente scoperta,  e le lettere inviate agli amici a proposito del rapporto tra scrittura e immagini, dimostrano altresí l’opposto di quanto asserisce la Riccardi:  ossia che il fatto di cronaca, le immagini documentarie della realtá rappresentano semmai lo spunto iniziale della narrativa verista, il cui segreto sta proprio nella drammatica e nel fato,apparentemente indipendente dalla volontá dello scrittore, che sospinge drammaturgicamente – e  non letterariamente o narrativamente – gli eventi umani.

Verga tra l’altro utilizza la fotografia – gli vengono attribuiti oltre 600 „scatti“, attivitá che la critica stenta a riconoscergli come elemento del processo creativo – per rappresentare il fatto di cronaca, la cui  “riformattazione“ narrativa prende poi una dinamica di finzione che deve sembrare vera, ma in realtá é giá pura invenzione drammaturgica.

In questa convinzione sono in ottima compagnia: Bontempelli ha scritto un saggio bellissimo, quanto poco considerato dalla critica, su Verga. Ne parlo piú nel mio saggio I piú segreti legami,  sinergie neorealiste tra letteratura e arti visive nel carteggio Bernari Zavattini (1932-1989) scaricabile free  dal sito della Rivista di Studi Italiani
http://www.rivistadistudiitaliani.it/rivista.php?annonum=2013e2

Come pure rimando al mio intervento su Calvino, pubblicato in questo sito,  in quanto il concetto verghiano – che rivela una concezione antinaturalistica  e anticronachistica del verismo – trova una ulteriore conferma teorica nella „Prefazione 64“  al Sentiero dei nidi di ragno.

Tornando alla presentazione della Riccardi, é sintomatica di un atteggiamento critico  che confonde il verismo di Verga col contenutismo e documentarismo cronachistico, una interpretazione diffusa quanto falsa  che Bontempelli  ha liquidato in poche battute:

Quando Verga passó dai cuoi primi romanzi, di ambiente mondano, ai racconti siciliani, credé candidamente di aver accettato l’incitamento della scuola verista, e primo tra i veristi italiani fu subito proclamato dalla critica. Noi non possiamo piú cadere in questo errore. Lui non è  verista come non è verista Goldoni…”

Cosí la tesi della Riccardi a proposito del “fallimento ideologico del verismo“ cade nel vuoto. Certo, poiché proprio nello sviluppo e nell’elaborazione drammatica  e – in alcuni casi – cinematograficasta la vitalitá del verismo. In questa  capacitá sinergica e interdisciplinaria  anticipata da Verga, che esplode  quasi in contemporanea con Pirandello per  poi consolidarsi nella „scrittura per immagini“ teorizzata da Bernari, Zavattini e Calvino,si coagula il senso della letteratura del Novecento: che é, fino ai giorni nostri dell’era digitale nel nuovo secolo, un progressivo incremento di contaminazione, influenze, confusioni, scambi, interdipendenze  di e tra linguaggi espressivi diversi.

Invece la Riccardi non intuisce  il principio e la forza di quel grande movimento formalistico che fu, anzi é – rendendo omaggio al Pasolini di In morte del neorealismo – la nuova scrittura che nasce da Verga e si dirama attraverso gli scambi con le arti visive alla letteratura contemporanea che ha un’indelebile matrice  – mi si consenta il neologismo – „neoverista“, ovvero verista e neorealista.

La Riccardi, che pure si occupa di drammaturgia e degli scambi tra letteratura e arte drammatica, non solo minimizza, ma addirittura affossa quella che invece rappresenta, se non la prima qualitá, quanto meno uno degli aspetti piú innovativi del verismo: la capacitá formale di far credere vera un’opera di finzione, quasi come se – uso i concetti di Verga –i fatti si facessero da soli e come se il drammaturgo o l’autore fosse invisibile, nascosto  dietro l’apparente realtá. Cosí piuttosto che rilanciare la ricerca su questo piano teorico, la Riccardi fornisce un mesto quadretto di addio e di fallimento di Verga e del verismo:

Siamo dunque alle soglie della crisi definitiva per Verga: la tematica dell’ultima raccolta non lascia altra possibilitá che la registrazione, sia pur in chiave derisoria, del “gioco delle parti“

Verga, conclude la Riccardi osservando con una punta di saccente compianto che la rielaborazione drammatica del “Mastro Don Gesualdo”, lungi dal comportare un valore aggiunto e rappresentare un esempio di work in progres che tornerá nel giro di pochi anni nelle opere maggiori del Novecento, da Pirandello a Calvino, rivela chiaramente la gravitá della crisi che lo condurrá (Verga)  a un silenzio quasi totale“.

Altro che “crisi grave“ e “silenzio quasi totale“: é proprio nei due ultimi decenni della sua vita che Verga, dopo aver gettato le basi della moderna letteratura italiana, sperimenta innovativamente altre possibilitá di rappresentare la realtá attraverso gli strumenti delle nuove arti come fotografia e cinema, oltre che del teatro, anticipando quelle osmosi e interrelazioni dell’era digitale e multimediale che stanno trasformando radicalmente il modo del „fare“ letteratura oltre che della scrittura.
Resta comunque impressionante che il mondo accademico dell’italianistica abbia digerito  queste tesi traballanti e opinabili (siamo arrivati al “fallimento ideologico del verismo“!)senza battere ciglio, magari per quieto vivere e cattedratica compiacenza.

Tuttavia, e concludo con una questione che mi sta a cuore, se gli studi umanistici e letterari vogliono davvero assurgere a livello scientifico e autobattezzarsi come “scienza“,  va da sé che il dibattito scientifico debba prevedere il libero confronto e lo scontro di posizioni e teorie senza opportunismi e ipocrisie.


*Enrico Bernard è scrittore, saggista, autore teatrale

Autore: admin

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