Cinzia BALDAZZI – Shakespeare upon Avon (“La dodicesima notte” con C.Cecchi al T.Eliseo)

 

 

Il mestiere del critico



SHAKESPEARE UPON AVON


Carlo Cecchi, attore e regista, mette in scena La dodicesima notte di William Shakespeare – Al Teatro Eliseo, Roma

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Al Teatro Eliseo, circondata da una scolaresca romana, nella platea completamente occupata, sono molto soddisfatta nel poter assistere – dopo qualche anno – a un allestimento tradizionale, nel miglior senso del termine, di una commedia di William Shakespeare. E sì, il mitico Bardo, una delle figure maggiormente rappresentative del popolo inglese e forse il più eminente drammaturgo della cultura occidentale. Studiato a lungo, come tutti, sin dall’adolescenza in ottime traduzioni, da ragazza ricordo, chissà per quale ragione, di essere rimasta colpita, coinvolta in una fantasia suggestiva, dal suo luogo di nascita: Stratford-upon-Avon. In seguito, studiandolo in lingua, ho avuto l’opportunità di approfondire il tema che, nell’aver suggerito una naturale reazione tra la malinconia e l’ironia, già mi aveva condotto, in modo inavvertito, all’interno di una delle soluzioni poetiche maggiormente significative dell’autore, leitmotiv de La dodicesima notte, ora in cartellone con la direzione e l’interpretazione di Carlo Cecchi.

Così del resto scrive Cecchi nelle note di regia legate alla sua versione dell’opera shakespeariana: “La scena reinventerà un espace de jeu che permetta, senza nessuna pretesa realistica o illustrativa, il susseguirsi rapido e leggero di questa strana malinconica commedia, perfetta fino al punto di permettersi a volte di rasentare la farsa”.

Mentre inizio ad osservare lo spoglio décor di Sergio Tramonti, con una pedana girevole – e messa in azione, in senso orario, la occupa per intero – seguendo lo sviluppo di passioni e censure del duca Orsino (Remo Stella) e della contessa Olivia (Barbara Ronchi), comprendo quanto l’intera e rocambolesca area di trama-intreccio si risolva solo nell’ordine di saper cogliere alta e ironica, sfarzosa e farsesca, l’ossessione dominante dei due nobili al centro della vicenda. L’altra ossessione, del “doppio” genetico, vissuta e suscitata dai gemelli Viola (Eugenia Costantini) e Sebastian (Davide Giordano), è utilizzata con funzione di terreno di “lancio” delle nevrosi di identità narcisistica, e valutata da Shakespeare (e con lui, dagli spettatori), vivendo a quasi due millenni da Plauto e i suoi Menecmi, assai più attuale nella società contemporanea. In Orsino, il disturbo nevrotico manifestatosi nel voler conquistare Olivia si alimenta e progredisce specialmente – o soltanto – nell’ostinato rifiuto di costei. Al contrario, la contessa anima la propria dimensione ossessiva nell’auto-imporsi di voler onorare la morte del fratello rimanendo senza compagni per la durata di sette anni. “Con questi due begli esemplari di nevrosi narcisistica”, suggerisce Cecchi, “tutto resterebbe nell’immobilità e addio commedia”. E invece…

Per il momento, torno con la mente, non per distrazione bensì per comprendere meglio, allo Stratford-upon-Avon della mia prima gioventù. Una denominazione un po’ inconsueta per indicare nello spazio e nel tempo il luogo natale di un grandissimo della letteratura mondiale: infatti è dovuta al particolare che la località sorge presso il fiume Avon, situata nel cuore delle Midlands occidentali del Regno Unito e appartenendo al distretto Stratford-on-Avon, nella contea del Warwickshire, nell’Inghilterra centrale. Perché allora upon? Nell’uso riconosciuto della lingua inglese, con on si intende il situarsi su qualcosa di immobile, con upon il contesto alla base del riferimento risulta in relazione a un fenomeno in movimento inarrestabile.

Sì, d’accordo, l’acqua del fiume si enuncia di per sé in progress, ma Stratford, è ovvio, non è stata edificata su di essa, piuttosto accanto, intorno: dunque, nel destino utopico della poetica è stata la poesia della mente shakespeariana a porsi con la propria parola su un’umanità sempre in divenire, la quale, nel lavoro scelto da Cecchi, riesce a evitare, a ogni ipotetico sviluppo, di rimanere bloccata nell’immobilità nevrotica di un potente, dominante narcisismo. Esplodendo, al contrario, in numerosi quadri susseguenti l’uno all’altro, in grado di poter essere immaginati nei luoghi più impensati, a distanza di tempo e con digressioni frequenti, a dispetto di tanta teatralità antica e moderna. Come nella scenografia di questa Dodicesima notte, realizzata in un perimetro sostanzialmente circolare dove gli attori – Cecchi impersona Malvolio, lo sfortunato maggiordomo di Olivia – non usufruiscono di un’ambientazione realistica di alcun tipo, sostituita da simbologie tecnico-materiali, mentre la trama complessa e intrecciata (solo in parte conclusa) scorre per il proprio sentiero dell’immaginazione.

Il palcoscenico è completamente sgombro. Sullo sfondo, una parete nuda si colora a seconda degli avvenimenti, variando dal verde al celeste. Ai lati delle quinte fisse, tre musicisti a eseguire i motivi di Nicola Piovani: a sinistra il set di percussioni, con il rullante, i piatti e i colpi di cassa, e vicino lo xilofono; a sinistra le tastiere, con toni da pianola i flauti e la chitarra. I protagonisti della pièce si collocano al centro: e quando la pedana gira, recitano camminando alla medesima velocità, in senso tuttavia antiorario, così da rimanere, attraverso un movimento illusorio, sempre nella medesima tessera dell’articolato mosaico spazio-temporale, svolto chissà quando nell’immaginario regno dell’Illiria (riferimento diretto ai Menecmi plautini, dove uno dei due gemelli si reca a cercare il fratello a Epidamno, l’odierna Durazzo in Albania).

Uomini e donne (però all’epoca le ultime non avevano il permesso di recitare), accedono dalle quinte di coda – con entrate e uscite regolari e veloci, alla guisa dell’antico teatro elisabettiano – e i pochi oggetti nella loro sfera d’azione (uno sgabello, due panche, un divano, una siepe montata su rotelle) vengono introdotti e rimossi a vista da inservienti vestiti di nero. Ognuno è caratterizzato da un costume con un proprio colore: azzurri i due gemelli, rosa e blu Olivia, bianco il duca Orsino, nero il maggiordomo Malvolio…


Ambientata nell’antica regione balcanica, racconta un plot di amori e inganni: i gemelli Viola e Sebastian, dispersi e divisi a causa di un naufragio, non sapendo di essere entrambi sopravvissuti, giunti nel villaggio conoscono rispettivamente il duca Orsino e la dama Olivia. Orsino ama Olivia, non ricambiato, e da qui in poi, anche in virtù di un ripetuto scambio di ruoli tra i gemelli, crescerà una commedia corale costruita su errori di identità ulteriori disseminati qua e là nelle scene, insieme a equivoci e beffe caratteristici della robusta sotto-trama, tipici della storica corte elisabettiana. Orsino chiede a Viola di diventare sua sposa, Olivia assicura di divenire una “sorella” fedele: al lieto fine degli innamorati fa da contrasto l’ira dell’anziano Malvolio, conscio d’esser stato raggirato, impegnato a minacciare vendetta essendo sfumata la sua aspirazione a diventare conte consorte impalmando la padrona.

Alla scrittura dell’opera, siamo intorno al 1594, la peste e l’inasprirsi della censura provocarono a Londra la scomparsa di numerose compagnie, accanto alla nascita di nuovi progetti teatrali: dei Lord Chamberlain’s Men, Shakespeare fu autore e attore. Nei capolavori del periodo, ricopre un ruolo determinante il wit (letteralmente: arguzia, brio), vale a dire una sorta di gioco letterario basato sulle sottigliezze lessicali, dove gli strumenti espressivi messi in campo, ossimori e altre figure retoriche, non sono mai fini a sé stessi, ma riescono naturalmente a evocare calcolati contrasti tra l’eleganza della convenzione letteraria e i sentimenti autentici dei personaggi ritratti.

Sono gli anni dei testi romantici, anche se inaugurati dalla tragedia Romeo e Giulietta (ricordate il film del 1968 di Zeffirelli con i giovanissimi e straordinari Leonard Whiting e Olivia Hussey?): Sogno di una notte di mezza estate, ricca di diversi elementi inediti nei capolavori del Bardo, ad esempio la magia e le fate, Il mercante di Venezia e, a chiusura del periodo creativo di tale impronta, Le allegre comari di Windsor. E La dodicesima notte che, infine, avendomi tenuta piacevolmente occupata per due ore a non perdermi tra il detto e il sottinteso, l’apparente e l’essenziale, mi lascia, vedete un po’, oltre il fiume Avon, senza risposte certe.

In conclusione, Orsino ottiene la mano di Viola, Olivia promette di comportarsi da “sorella” sincera e devota, con un happy ending offerto a entrambe le coppie, in contrasto con l’ira di Malvolio, rabbioso per il raggiro subìto, deciso a vendicarsi della beffa ordita dalla domestica Maria, da sir Toby e da sir Andrew… Come andrà a finire?

Un simile finale aperto, ne sono consapevole, viveva nella matrice profonda di questa notte shakespeariana (coincidente, sembra, con la cristiana Epifania, ossia la dodicesima dalla Natività) ma, chiuso il sipario, tra gli applausi mi chiedo se, per uscire dall’incertezza, non sarebbe il caso di recarmi di persona a Stratford, oggi cittadina di ventisettemila abitanti, centro amministrativo del distretto di Stratford. A fare cosa?

A tentare di collocare il mio punto di vista o visione del mondo letteralmente upon Avon, ovvero adagiandomi sopra l’universo delle commedie del loro illustre cittadino di un tempo, William Shakespeare.

La dodicesima notte di William Shakespeare

traduzione di Patrizia Cavalli

regia Carlo Cecchi

con Carlo Cecchi (il maggiordomo Malvolio), Remo Stella (Ordino, duca d’Illiria), Barbara Ronchi (contessa Olivia), Eugenia Costantini (Viola/Cesario), Davide Giordano (Sebastiano, suo fratello gemello), Vincenzo Ferrara (sir Toby), Loris Fabiani (sir Andrew), Daniela Piperno (Maria, cameriera di Olivia), Dario Iubatti (Feste, buffone di Olivia), Giuliano Scarpinato (Valentino ), Rino Marino (Fabian), Federico Brugnone (Antonio)

musiche Nicola Piovani

tastiere e direzione musicale Luigi Lombardi d’Aquino, flauti e chitarra Alessio Mancini, strumenti a percussione Federico Occhiodoro

scene Sergio Tramonti, costumi Nanà Cecchi, disegno luci Paolo Manti

produzione Marche Teatro in collaborazione con Teatro Franco Parenti

Autore: admin

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