Giuseppe BELLA- Holden a Messina (“Spaghetti western”, romanzo di F. Nicolosi Fazio)


Scaffale

 

 

HOLDEN A MESSINA

l'immagine del profilo di Prova d'Autore

A proposito di “Spaghetti Viet-nam” di Francesco Nicolosi Fazio, Prova d’Autore, Catania, 2015

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C’è, nei primi anni Settanta, a Messina, un giovane Holden, imparentato lontanamente con Werther e con Ortis (senza però condividerne la vocazione tragica), che, nella sua attuale incarnazione, si chiama George Venuto; ed è, all’anagrafe letteraria, un italo-americano, ventenne, che la sorte cinica e beffarda ha relegato nella città dello Stretto. Dove, preda di “astratti furori” (declinati tuttavia in chiave comico-grottesca), e soprattutto vittima di un attanagliante senso di inconsistenza (riguardo a se stesso, e riguardo ai luoghi in cui, suo malgrado, gli tocca vivere), consuma i propri giorni, trascinandosi tra uno svagato impegno politico (nell’estrema sinistra, la sinistra di quegli anni: narcisa e parolaia) e  l’amore per Marilena, coetanea, bella, dal volto “illuminato dall’aureola dei suoi capelli biondi”.

Questo amore, sebbene giunga improvviso e luminoso nella vita di Gorge (che è un’esistenza tutta in grigio), tuttavia non è ancora saturante, lascia insoddisfatte le sue pulsioni per un altrove immerso nell’alone di una vita piena e profonda; insomma: fare sesso con quella splendida ragazza, da tutti desiderata, indifferente verso tutti, tranne che verso lui (misteriosamente), non basta a radicarlo in quel “non luogo” che è Messina:  già, perché George vi si ritrova al seguito del padre, sergente della marina americana, addetto alla stazione radar da cui dipende il controllo dell’intero Mediterraneo.

La famiglia di George è un’accozzaglia di culture; abbiamo: il padre, rampollo di oriundi italiani; la madre, Maria Ramirez, messicana; la vecchia zia paterna, anch’essa di nome Maria, che ama esprimersi in un vernacolo motteggiante e sentenzioso; ed egli, George (ma, italianamente, Giorgio: per i sodali), che studia all’università e per il quale in famiglia si vagheggia un radioso futuro di medico, in America. Da bravo tardo- adolescente rompiscatole, Giorgio è in rotta con il padre, uomo anodino, metodico e mite, che lui, il figlio – nella sua velleità byroniana -, accusa di essere un imboscato: perché, mentre qui a Messina i giorni seguono ai giorni in un rosario di eventi minimi e frusti, senza memoria e senza significato, dall’altra parte del globo, in Vietnam, la Storia, la “storia vera”, dispiega tutta la propria sanguinaria, ma coinvolgente, retorica: dalla parte dei “rossi”, nei toni di una “guerra di popolo” contro l’imperialismo yankee; dalla parte di questi ultimi, nei toni di una guerra di civiltà contro i negatori della democrazia.

Giorgio, che insolitamente è intruppato in un gruppuscolo extra-parlamentare, sinistrorso, per il quale ogni americano esattamente è una “merda”, di insoddisfazione in insoddisfazione, né carne né pesce, né di qua né di là, alla fine realizza di essere “americano”, nel cuore e nell’anima, secondo una verità del sangue inobliabile: e questa rivelazione lo induce a non tirarsi indietro, a dare il proprio contributo alla “giusta causa”. Quindi, che fa? Di punto in bianco, annuncia alla famiglia la propria intenzione di partire per arruolarsi nei marines. E’ anche un gesto di sfida nei confronti del padre, come a dirgli: Vedi? Mentre tu te ne stai qui in panciolle, indifferente alle tante morti di giovani americani nelle infide boscaglie vietnamite, io prendo il coraggio a due mani e offro me stesso alla mia vera Patria, non solo, ma all’altare di tutto il mondo civile. Sgomento (prevedibile) di padre, madre e vecchia zia; ma soprattutto, dolore e delusione di Marilena. Ma le ragioni dell’eroismo giovanile sono le più forti. Tra l’altro, George-Giorgio deve partire: deve misurarsi con se stesso: deve scoprire chi veramente egli sia; così le ragioni – romantiche – del sacrificio della propria vita, in spregio a ogni borghesuccia misura e cautela, si mescolano con una quête dalle inflessioni esistenziali (chi sono? che cosa valgo? che senso ha la mia vita?).

George-non-più-Giorgio parte. Lo ritroviamo in Vietnam. Da questo punto in poi, gli eventi prendono una piega grottesca e antifrastica. Niente giungla, niente nemico infido da crivellare di colpi, niente avventura, niente dolori, niente eroismi, niente di niente: George è assegnato a un ospedale militare, siccome è un “quasi medico”. I suoi sogni miseramente si infrangono contro la realtà, saggia e beffarda; tra l’altro, siamo nel 1972, quando, cioè, le sorti del conflitto sono ormai decise e il governo americano programma già la smobilitazione del proprio esercito.

Tanto rumore per nulla, dunque? Non è detto. La sua nirvanica rivelazione, non prevista, non cercata, George-di-nuovo-Giorgio la ottiene per mezzo di una insolita creatura: un sino-americano, cuoco dell’ospedale, Lu-i (che suona come il pronome personale lui – cioè egli, l’altro, l’estraneo), detto Luis, fornito di sottile e sorprendente saggezza, un “filosofo” spicciolo e tascabile, che all’amico deluso e frastornato, il quale seguita ad assillarsi col quesito: “che ci faccio io in Vietnam ?”, svela l’arcano: il Vietnam è il “luogo del mondo dove il cielo e la terra dimostrano di avere un’unica radice, un unico corpo illimitato, infinito ed eterno, in tutte le esistenze…”. Insomma: “Il Vietnam è dovunque” (come, con tono lapidario e maiuscolare, George è solito annotare nel proprio “spazio mentale”, rendendo definitive le conquiste del suo pensiero). E sapete in quale contesto avviene il fatale dialogo tra George-Giorgio e Lu-i-Luis? In un immondezzaio: nella fumigante discarica di Saigon: dove, circondato da detriti maleolenti, tra le “macerie della guerra”, il dissimulato filosofo, in un piccolo spazio di “sabbia ciottolosa”, è raccolto in meditazione nella posizione “del fiore di loto”.

Pacificato con se stesso e col mondo (“Ognuno al suo posto”), Giorgio rientra in Italia, in famiglia; accolto con commozione da tutti; soltanto Marilena gli gioca un brutto tiro: si è, frattanto, fidanzata con un amico di lui, un certo Antonio Cambria (‘Ndria Cambria: una reminiscenza di D’Arrigo?), e insieme gli annunciano il loro prossimo matrimonio. Tuttavia Giorgio non sembra curarsene (è repleto di orientale saggezza, ormai) e da parte sua ribatte che ritornerà in America ma da medico laureato, questa volta. E infatti lo rivediamo in Florida, nel 1975, a chiusa di romanzo e in congiunzione circolare con l’inizio, quel primo capitolo che si apre con un monologo interiore dai contenuti oscillanti tra realtà e sogno, all’interno di un “grembo” pieno di penombra e di rumori attutiti, che potrebbe essere “la pancia di mia madre”.

Giunti alla fine, sorge spontaneo un dubbio: Francesco (o, per me, Ciccio) Nicolosi Fazio ha inteso con questo lungo racconto inscenare una tipica storia iniziatica? In altre parole: il genere di appartenenza di questo libro è il cosiddetto romanzo di formazione? Si farebbe bene ad andare cauti. Io partirei dal titolo: “Spaghetti Viet-nam”; vero è che la sua eccentricità trova riscontro nel fatto che il cuoco Lu-i prepara, per una cena con Gorge, gli spaghetti al pomodoro; ma credo che l’intenzione dell’autore fosse quella di richiamarsi a quel genere cinematografico, lo “spaghetti western”, che, involontariamente parodistico, faceva il verso alla grande tradizione filmica americana: Sergio Leone vs Jon Ford.

Ecco, allora, che tutto torna: “Ciccio” Nicolosi Fazio si è divertito a giocare con se stesso, con i suoi personaggi, con il suo ri-nato “giovane Holden” yankee e messinese, con i lettori. Senza troppi infingimenti, però. Per chi ha occhio acuto, Ciccio ha infatti disseminato la sua scrittura di segni cifrati racchiusi quando in una frase (“Never more”: E.A. Poe, “Il corvo”), quando in un nome (“Cambria”, già detto: ‘Ndria Cambria, protagonista di “Horcynus Orca” di D’Arrigo), quando in un semplice lemma (“furori”, che richiama i vittoriniani “astratti furori” di “Conversazione in Sicilia”). Insomma, e per concludere: questo lungo racconto si può benissimo leggere come una singolare “storia di formazione”, che non annoia perché la scrittura è agile e addestrata, e perché i toni non sono mai pedanti e parenetici, ma sempre lievi e divertiti (ironici).


Autore: admin

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