Cinzia BALDAZZI – Quattro donne per Modì (“Modigliani” di A. Longoni al T. Quirino)

 

Il mestiere del critico

 

QUATTRO DONNE PER MODI’

 

Nella drammaturgia di Angelo Longoni, protagonista Marco Bocci, quattro donne scandiscono la breve vita di Amedeo Modigliani – Roma, Teatro Quirino

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Ma cosa c’era, cosa traspariva, cosa vedevano quegli occhi celesti, nei tanti volti femminili asimmetrici dipinti da Amedeo Modigliani? Me lo chiedo da tempo e, non essendo purtroppo un’esperta di critica d’arte, le risposte ho dovuto sempre cercarle da sola. Ad esempio, che rispecchiassero un cielo azzurro brutalmente negato a quelle donne, ebree come l’autore, vittime di lì a vent’anni dei campi di concentramento. Poi, la peluria sulle parti intime di quei corpi nudi, non erotici, rilassati, in posizioni di abbandono, di esposizione senza censura, quasi a confessare: “Eccomi: una donna, un essere umano. È quanto possiedo, niente è nascosto. Sia pure discriminato, scandaloso, è l’unica forma di vita contro la morte che mi appartiene”.

Accompagnata da simili considerazioni, entrando al Teatro Quirino, in un pubblico assortito, dai giovani all’età avanzata, ero dunque emozionata da quel tipo di aspettative coltivate in attesa di assistere a un messaggio, a una rappresentazione, di cui si hanno pochi strumenti adatti a decifrare e, di conseguenza, poterne discutere, scrivere, arricchendone l’evocazione con un’opinione ulteriore. Seduta in platea, stentando dapprima a riconoscerlo, ho individuato Vittorio Storaro, in una lampante giacca rossa: il tre volte premio Oscar per la fotografia, inventore delle luci per Coppola e Bertolucci, da Apocalypse Now a Novecento. Solo poco dopo, tuttavia, ho compreso perché un personaggio talmente straordinario si trovasse lì (nel pieno del rispetto dovuto allo spettacolo) ad assistere a un inedito, ideato e diretto da Angelo Longoni, con protagonista Marco Bocci, le scene di Gianluca Amodio e i costumi di Lia Morandini. Non aveva scelto a caso la serata: lo spettacolo Modigliani ben presto si è rivelato una mise en scène di ordine impropriamente teatrale (nel senso tradizionale del termine), fortemente spostata sul versante delle luci, dei colori, della proiezione filmica di immagini fisse e in movimento.


Dinanzi a noi una stanza insolitamente ampia, da riempire l’intero palcoscenico. Ai lati e sullo sfondo, vaste vetrate da cui filtrano i raggi del giorno e le ombre blu della notte. Il soffitto è trapezoidale, una sorta di mansarda dilatata all’inverosimile. Il “personale” di Modigliani, il “privato”, è collocato in questo spazio (la droga, le bevute, gli innamoramenti, i litigi, il sesso), chiuso e delimitato da una “quarta parete” estesa all’intero perimetro del sipario, costituita da innumerevoli strisce sottilissime a calare dal soffitto al pavimento della ribalta: possiamo vedere cosa avviene là dietro, ma soltanto – e mai altrimenti – attraverso una tendina, una sorta di pixelatura verticale a bassa risoluzione: non è l’immagine, però la fa vedere (e pixel deriva, appunto, dalle parole picture ed element). Le centinaia di nastrini, esili da consentire la visione di quanto accade al di là, e insieme abbastanza opachi, diventano, nel corso del dramma, uno schermo (televisivo? cinematografico?) su cui trascorrono le immagini splendide, in passaggi a dissolvenza, dei soggetti di Modigliani: dai corpi nudi femminili ai mercanti d’arte, dalle “donne dal collo lungo” ai ritratti con gli occhi a mandorla privi di pupille.


Mi chiedo: ma la pittura, non vorrebbe ottenere il contrario? Non è infatti riproducibile, né in alcun modo replicabile, senza perdere il valore artistico, la propria aura: nemmeno Walter Benjamin – ebreo e contemporaneo di Modigliani – nel celebre studio L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, pur difensore di quest’ultima, ha mai potuto sostenere l’opposto. Un’opera riprodotta tecnicamente non è così come è stata concepita dall’autore: nel crearla per i suoi destinatari, egli avrebbe voluto, essenzialmente, che, da chissà dove, fossimo stati lì ad osservarla. In teatro, invece, l’opera d’arte della rappresentazione – concepita da regista, scenografo, costumisti, animata dagli attori – è destinata (sua fortuna) a replicarsi senza riprodursi a scapito del valore originario. Resterebbe dunque aperto l’interrogativo iniziale: dovendo parlare dell’artista Modigliani, e non potendo ovviamente disporre di originali, ma di “umili” copie – se ne intravedono un paio (una testa africana, una figura maschile) – per qual motivo tali riproduzioni sono state oggetto di ulteriori fasi riproduttive e di allontanamento dall’originale, attraverso riprese cinematografiche, montaggio, animazioni, infine proiezione?


Ma, mentre ascolto Modigliani, al di là delle tendine, argomentare di poesia con la poetessa russa Anna Achmatova, della menzogna e dell’autenticità, ripenso a un’affermazione del marito, Nikolaj Gumilëv, teorico del movimento “acmeismo” da lei fondato: “C’è bisogno di una riconquistata armonia tra uomo e natura, un’accettazione del mondo e della vita terrena. Il fine della nuova scuola poetica è la bellezza, una bellezza letterale ed oggettiva, una bellezza fatta dalla sostanza e dai contorni delle cose, non da un alone simbolico: cantare la rosa perché è bella in sé, non per la sua misteriosa analogia con l’amore mistico”. Allora, il posto sbagliato l’avevo scelto io. Qui di bellezza si parlava, e di bellezza si voleva comunicare il messaggio. Conseguentemente, sarebbe stato utile apprezzarne la presenza effettiva, visiva e materiale, oltre i mezzi di autenticità o riproduzione – magari spettacolari – utilizzati.

All’appartamento di Amedeo Modigliani a Parigi, in Rue de la Grande Chaumière, mi rendo quindi conto di aver accesso attraverso un filtro: oltre a quello – consueto – della mente degli autori, anche il segmento fisico del pannello filamentoso, mai eliminato. Sul letto, sistemato al centro, l’artista, ormai in preda al delirio della morte imminente, ripete alla giovanissima moglie Jeanne Hébuterne (Claudia Potenza): “Soltanto i colori non finiscono mai. Se solo potessi dormire… Con tutti questi colori in testa…”. Inizia così, il Modigliani di Angelo Longoni per la parte principale di Marco Bocci: con una morte prematura, continuamente annunciata dagli eccessi dell’alcool, dell’oppio, forse della cocaina. La tisi, contratta da adolescente, lo uccide appena trentacinquenne.

Anna Achmatova

Lo spazio della ribalta al di qua delle tendine, verso la platea, è invece il luogo della vita sociale di Modigliani: i corteggiamenti nel parco, la neve sulla Torre Eiffel, i tavolini del caffè, le ubriacature, gli addii. Qui, in simultanea, entrano nel quadro generale le altre protagoniste della sua esistenza, a celebrarne la dipartita: la poetessa Anna Achmatova (Vera Dragone), la giornalista Beatrice Hastings (Romina Mondello), la modella Kiki de Montparnasse (Giulia Carpaneto). La vicenda si snoda lungo vari flash-back, fino a ricongiungersi con gli ultimi respiri dell’artista. Nel racconto di Longoni, Modigliani è a Parigi da poco, e già con le idee chiare: a Picasso e Matisse, avvertiti amministratori della propria arte, preferisce gli scapestrati Utrillo e Rivera (nella storia, sarà l’ “antipatico” Pablo a pagargli la cauzione per uscire di prigione). Il cubismo lo affascina (“I cubisti ti spostano le cose”), nonostante neghi di appartenervi; rifugge il futurismo e non apprezza i fauves. Modigliani odia la natura morta e i paesaggi: per dipingere, ha bisogno di vedere, di avere di fronte un essere vivente. Ne parla con Kiki, modella parigina, estroversa, emancipata, futura amante di Man Ray e star del cinema surrealista (da Léger a Clair), la prima a posare nuda per i pittori. Kiki è realista e concreta: “Dopo un po’ che non mangi, lo farai anche tu il cubismo”.

L’incontro con la Achmatova avviene nel Jardin de Luxembourg. La giovane di Odessa, obbligata dal padre a non usare il cognome Gorenko per l’attività letteraria (lo prenderà in prestito dall’antenato tartaro Achmat Kahn), si trova a Parigi nel 1910 in viaggio di nozze. Divenuta l’amante di Modigliani – tornando da sola, nella capitale francese, nell’estate del 1911 – ne è in realtà la “veggente”: predice il futuro (“La chiaroveggenza è l’arte”) , evoca gli eventi a venire, immancabilmente luminosi per l’artista “elegante, aristocratico, italiano”. Stretta in un inseparabile cappottino nero, con i moderni capelli a caschetto, il tacco alto, siede sulla panchina del parco. Uscito Modigliani, sopraggiunge l’ancora minorenne Jeanne Hébuterne, allieva di belle arti, con i bozzetti sotto il braccio, e Beatrice Hastings, in un candido soprabito. Accasciato ubriaco sulla sedia del Café la Rotonde, con la bottiglia in mano e le vesti spiegazzate, il pittore ascolta distratto i consigli di Kiki: deve abbandonare le velleità da scultore, la polvere del marmo nuoce ai polmoni già minati dalla tubercolosi. Il futuro, soprattutto commerciale, è nella pittura: “L’arte è mangiare con i colori”.

Kiki de Montparnasse

Dopo l’ingresso della Hastings, ecco Marco Bocci alzarsi, lucido e barcollante, e recitare a memoria L’Albatro di Baudelaire, accompagnandosi con ampi ed enfatici gesti delle braccia, a mimare le pesanti ali del nobile volatile, penosamente goffo sul ponte della nave tra le risa dei marinai. È una vittimistica identificazione: “Esule sulla terra, al centro degli scherni, per le ali di gigante non riesce a camminare”. Ormai Modigliani è preda dei fantasmi. Se Anna lo aveva tenuto lontano dalla dipendenza, con l’autonoma e progressista Beatrice – nei due anni di convivenza, dal ’14 al ’16 – si trova sempre più coinvolto nell’hashish e nell’assenzio. La pubblicista inglese, fredda e calcolatrice, è l’unica a cui viene dedicata una scena di sesso: aggressiva, priva di amore, meccanica.

Sullo schermo formato da innumerevoli bande scorrono i cinegiornali della Grande Guerra. L’uomo si lamenta per essere stato riformato, Beatrice lo consola con un detto universale: “Meglio un conformista vivo che un originale morto”. E si appresta, con enorme fatica, a introdurlo nel circuito commerciale, tra agenti e intermediari. Con i propri soldi, compra colori, tele e bottiglie di vino: “l’italiano” non ha la possibilità di creare se non in preda all’ebbrezza. Finalmente una mostra, accanto a Picasso e Matisse. Non senza sorpresa, Modigliani diserta, scatenando le ire della Hastings: rimane in giro a bere per i locali, lasciando campo libero agli odiati “colleghi”, compromessi, secondo lui, con il denaro e gli affari. Preferisce la compagnia degli “irregolari”, il magro Utrillo e il grasso Rivera. E rischia di rimetterci la pelle, quando evita a malapena le automobili nel trafficatissimo boulevard Montparnasse.

Beatrice Hastings

Nevica fitto sulla Butte Montmartre. Di fronte al ristorante Au cadet de Gascogne, leggeri nei vestiti, infreddoliti dal rigido inverno del 1917, Modigliani e Jeanne si parlano da soli. Lei ha appena diciannove anni, lui trentatre. Modì beve di meno e dipinge di più: dalle “teste”, dai colli smisuratamente affusolati, passa alle figure complete svolte a spirale, ai nudi disegnati con una linea ondulata. Sullo schermo scorrono i ritratti enigmatici dei mercanti d’arte, manovratori di artisti geniali e disperati. Il 3 dicembre del ’17, alla Gallerie Berthe Weil, la sua prima “personale” viene interrotta, a poche ore dall’inaugurazione, dal capo della polizia, scandalizzato per l’immoralità dei quadri. La censura – al solito – lo favorisce, perché di lì a poco i dipinti vanno a ruba.

Tutto, ora, comincia ad accelerare, forse troppo per Amedeo: nasce la figlia Giovanna, giungono ancora lettere dalla Russia, il marito di Beatrice lo minaccia, la tisi fatalmente peggiora. Negli ultimi mesi, il ménage familiare è all’insegna dell’arte e della povertà, secondo la migliore tradizione bohémien. Il punto di vista conclusivo è tornato ad essere quello di apertura. Modigliani è morente sul letto di casa, aggrappato a Jeanne incinta di nove mesi. Si spegne qualche giorno dopo all’Hôpital de la Charité, attorniato dagli amici. La drammaturgia di Angelo Longoni si interrompe lì, in quel monolocale, con la ragazza in lacrime, mentre, al di qua delle tendine, rientrano Kiki, Anna e Beatrice, rivolte agli spettatori, allineate in piedi come statue, a fornire le due notizie essenziali sui giorni immediatamente successivi: la Hébuterne si suicida gettandosi dal quinto piano, le opere del marito vengono vendute fino all’ultima tela.

Uscendo, è a lei – bellissima nelle fotografie d’epoca – che penso, al suo quantomeno tragico destino, ai ritratti di Modigliani dove traspare la dedizione, la gioventù, il suo essere una piccola donna, una piccola mamma, un grande amore.


Jeanne Hébuterne


Modigliani

scritto e diretto da Angelo Longoni

con Marco Bocci (Amedeo Modigliani), Romina Mondello (Beatrice Hastings), Claudia Potenza (Jeanne Hébuterne), Vera Dragone (Anna Achmatova), Giulia Carpaneto (Kiki de Montparnasse)

musiche Ryuichi Sakamoto – scene Gianluca Amodio – costumi Lia Morandini – contributi video Claudio Garofalo

in collaborazione con Istituto Amedeo Modigliani

produzione Alessandro Longobardi per OTI e Mario Minopoli per Pragma

Autore: admin

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