Vincenzo SANFILIPPO- Dionysus, il dio nato due volte (Teatro Vascello, Roma)


Lo spettatore accorto

 


Teatro Vascello  Sala Giancarlo Nanni

presenta

DIONYSUS IL DIO NATO DUE VOLTE

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da Le Baccanti di Euripide

regia di Daniele Salvo. Interpreti: Dioniso – Daniele Salvo, Agave – Manuela Kustermann, Cadmo – Paolo Bessegato, Tiresia – Paolo Lorimer, Penteo – Ivan Alovisio, Una guardia / Primo Messaggero -Simone Ciampi, Secondo Messaggero – Melania Giglio.

Le Baccanti: Elena Aimone, Giulia Galiani, Annamaria Ghirardelli, Melania Giglio, Elena Polic Greco, Francesca Mària, Silvia Pietta, Alessandra Salamida.

Scene di Michele Ciacciofera, costumi e maschere di Daniele Gelsi

Musiche Marco Podda – Light designer Valerio Geroldi  riproduzione anatomica Crea Fx effetti speciali di trucco videoproiezioni Aqua-micans group  –assistente alla regia Alessandro Gorgoni

prodotto da: Centro di Produzione Teatrale La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello – Roma. Centro di Produzione Teatrale TIEFFE teatro – Teatro Menotti – Milano. Teatrul de Stat Constanta (Romania)

Si ringrazia: Lorella Borrelli Ruggero Cecchi. Accademia Belle Arti di Roma

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In un momento – specie oggi- di rinnovata scrittura scenica, tra sperimentalismi giustificati dalle intenzioni di trovare linguaggi idonei a costruire metanarrazioni, finalizzati a interpretare un mega-agone classico come le Baccanti, sicuramente ha un senso riproporre il mito attraverso una lettura interdisciplinare della tragedia, in cui l’innovazione più appariscente sembra essere data dalla copiosa  varietà degli schemi gestaltici, dove la percezione si configura come una totalità strutturata,  in un insieme unitario, che  ne sostiene la spettacolarità  filtrata attraverso il demone dei linguaggi multimediali della modernità.

Il regista Daniele Salvo, anche interprete del personaggio Dionysus,  indaga e struttura l’intero testo di Euripide recuperando la dimensione alchemica degli elementi-base: fuoco, aria, acqua, e terra, più un quinto elemento, l’etere, quintessenza esoterica inebriante che li incorpora, e  che all’inizio dello spettacolo avvolge, come sacra nebbia, palcoscenico e platea.

L’artista, che ha dimostrato grandi capacità espressive nel rivisitare i classici, specialmente al Teatro Greco di Siracusa con regie molto apprezzate dal pubblico e dalla critica, si avvale di un cast di tutto rispetto: Manuela Kustermann, Paolo Lorimer, Melania Giglio, Paolo Bessegato, Ivan Alovisio, Simone Ciampi e il gruppo di otto Baccanti. Ebbrezza, sensualità, stordimento, morte, ambiguità demoniaca sono i tratti salienti delle donne di Tebe agite da Dionysus, il dio dell’alchimia della vita.

Dal duplice/molteplice culto di Dionysus/Bacco, maturato splendidamente nel pensiero ellenico, sappiamo che ebbe in Grecia origine il dramma nelle due diverse espressioni della Tragedia e della Commedia, rispecchianti i due aspetti rigenerativi di questo dio dagli alti clamori, il Protogonos sorgente di vitalità e fecondità dalla duplice, molteplice natura: Eros e Priapos,  Etere e Chaos, Dio/Toro ingravidante delle baccanti, Divinità/serpente misterico dell’imago mortis.

Le scelte eidetiche che servono a descrivere le linee e le forme,  le categorie cromatiche che descrivono i colori, anche  le categorie topologiche che descrivono i luoghi, definiscono lo spazio scenografico quale  luogo senza confini, dove ogni sovversione è dramma, dove la voce di Dionysus è libera di irrompere esprimendo un punto di vista dissenziente, sconvolgendo l’ordine naturale delle cose, segnalando le aporie, ovvero i dubbi insanabili della  condizione umana, le turpitudini di cui si macchia, in ordine dei processi che ne consentono la percezione con i significati emotivi e simbolici del mito interiore ed esteriore.

Per cui  in questo spettacolo ogni immagine cromatica sulla resa attorale dei personaggi, assume un certo significato ed esercita un certo effetto connesso a immagini in primo piano o in trasparenza, a figurazioni riferiti all’antico, rispetto all’interpretazione del mito, ovvero alla ricerca delle origini, sicuramente all’intento filologico affrontato con consapevole rottura di schemi e costrizioni.

In queste sequenze figurali la percezione emotiva delle proiezioni viene associata ai suoni, senza slittamenti di senso rispetto al percorso scelto, per cui i suoni alti richiamano le atmosfere  cromatiche chiare e i suoni bassi le atmosfere drammatiche, mentre i momenti scenici di violenza richiamano “macchie di sangue e petali di rosa”. Per cui durante l’alternarsi delle azioni dialogate vediamo verificarsi fenomeni di sinestesia dove accanto ad una situazione scenica auditiva avvertiamo una sensazione visiva di accompagnamento. Lo stesso dicasi per effetti scenici di  verbocromia in cui le parole pronunciate,  passando per una percezione visiva e sonora contemporanea, acquistano suggestive coloriture cromatiche.

Le videoproiezioni su cui sono innestate le azioni di scena contengono la descrizione dello spazio e i gesti degli attori, con la totalità dei segni visivi che costruiscono il testo, tra lo straniamento e il desiderio di un “teatro della crudeltà”. Lo svolgersi delle metanarrazioni delle Baccanti visualizza i luoghi dinamici della tragedia, in cui lo spazio scenico è di fronte alla reggia di Penteo, quello extra scenico è rappresentato dal Citerone. Tra i due luoghi deputati  fluttuano le innumerevoli altre immagini generate per accumulazioni emozionanti e germinazione perturbanti, conducendo alle estreme conseguenze la tentazione fisica della scena dei baccanali, ove nell’epilogo di corpi rutilanti s’innesta il dramma: Agave, lorda di sangue, interpretata da una intensa Manuela Kustermann, uccide inconsapevolmente il figlio Penteo, con l’aiuto delle baccanti  che, con atteggiamenti concitati d’ebbrezza, somigliano a primordiali furie scapigliate, simili a cannibali irresponsabili e sordi ad ogni sofferenza umana. E qui vediamo come questo struggente allestimento conferma che non  esiste dramma che possa essere raccontato a prescindere dal suo lato oscuro e ambiguo.

Lo spettacolo, frutto di assiduo laboratorio teatrale, vuole ridefinire il rapporto fra rito e teatro, e lo fa appellandosi al primato dello spettacolo rispetto al testo, alla peculiarità dell’evento come esperienza e urgenza espressiva di reinventare connotati magici, rituali, mitologico-apotropaici finalizzati a riprodurre nella gola gli antichi suoni significanti, ma non convenzionali: gli attori ben riproducono con bravura i falsetti estremi, stimbrati, sgranati, le  vocalità ipercinetiche, corde vocali tamburate, celate all’interno dei recitativi, pur conservando la loro intrinseca struttura linguistica. Ecco allora che le parole del dramma antico vengono  radicate nel corpo e innestate nella “macchina attoriale” più antica, secondo un’alta tradizione riconducibile a La Fabbrica dell’attore lasciataci in eredità da Giancarlo Nanni.

Ripetute ovazioni alla fine dello spettacolo.

Autore: admin

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