Luisa MARIANI- In punta di naso. In attesa di Silvana Stefanini

In punta di naso*

(suoni, odori, sapori, sguardi, percezioni)

IN ATTESA DI SILVANA STEFANINI

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Silvana Stefanini è l’attrice rivelazione di ottantacinque anni del film diretto da Mario Balsamo intitolato “Mia madre fa l’attrice”, Nastro d’Argento 2016 come migliore protagonista della sezione docufilm. Premio assegnato dal SNGCI (Sindacato nazionale Giornalisti Cinematografici Italiani) anche ad Elio Pandolfi per il documentario di Caterina Taricano e Claudio de Pasqualis “A qualcuno piacerà”.

In attesa d’incontrare Silvana Stefanini vorrei citare un altro docufilm di Mario Balsamo “Noi non siamo come James Bond” premio speciale della giuria del TFF (Torino Film Festival) 2012, definito da Carlo Verdone “…un gioiello di rara poesia….una vera opera d’arte”. Attenzione riconfermata da Verdone per “Mia Madre fa l’attrice” dove partecipa con un esilarante cammeo.

Il cinema del reale è il lessico preferito da Mario Balsamo che nella sperimentazione di una drammaturgia della realtà, trae ispirazione dalla stessa realtà senza ricorrere allo stratagemma di inventare lo straordinario. “Ogni cosa che puoi immaginare la natura l’ha già creata” affermava Albert Einstein. E Balsamo viaggia immergendosi nella realtà di cui coglie i repentini mutamenti, afferrando l’imprevedibile, la casualità.

I suoi docufilm partono da un canovaccio per inerpicarsi nei sentieri dell’improvvisazione e svelano insieme agli attori, solitamente persone reali, verità struggenti. Un percorso maieutico che passa attraverso l’ironia e svetta in momenti lirici come nella scena di quest’ultimo lavoro quando regala a sua madre, Silvana Stefanini, attrice di breve esperienza, un manifesto, raro a trovarsi, di un suo film girato a vent’anni con Rossano Brazzi, “La barriera della legge”.

E’ l’inizio di una comunicazione di cui il cinema, da entrambi amato, sarà complice. Un tentativo sempre rinviato come testimoniano spezzoni di scene girate nel 1996 durante una colazione all’aperto con i genitori, dove annuncia il suo progetto filmico “Mia madre fa l’attrice”. Infatti, la riscoperta di una madre attrice lo attrae più della madre esigente che cerca la sua attenzione, spaventandolo.

“… ti vedo poco e anche quando ti vedo non stai a parlare un’ora solo con me…” dirà Silvana nella scena in cui festeggia i suoi ottantacinque anni con il suo unico figlio.

Mario: “…era difficile avere un dialogo con te”.

Silvana: “Non mi avete conosciuto abbastanza e non mi avete dato modo…”

Frammenti di dialogo da cui risultano evidenti le difficoltà di Silvana di relazionarsi con i suoi affetti più profondi: quelli con il figlio e con il coniuge.

“Sono sempre stata al suo servizio… Mi manca” afferma ricordando Ignazio, il marito scomparso nel 2010, al quale è dedicato il film.

Problemi che si ritrovano in molte famiglie dove i rapporti sono condizionati da forti personalità che si contrappongono, si scontrano con violenza, non riuscendo a trasmettere il desiderio di un abbraccio.
La paura di abbandonarsi ai sentimenti blocca la comprensione, fa crescere barriere che nel tempo s’ingigantiscono.

In ogni epoca, nella storia dell’umanità,il rapporto tra madre e figlio è sempre stato difficile e privilegiato. Non a caso se ne sono occupati la mitologia, la letteratura, il cinema, il teatro, la pittura, la psicologia…
Anche in Mario entra in gioco prepotentemente la consapevolezza che non è tempo di rimandare. A questo punto non si deve andare avanti. Si può solo tornare indietro.

Inizia così, a ritroso, un viaggio travagliato e passionale nel giardino esistenziale della sua infanzia, indagando fra le pieghe dell’animo emozioni dimenticate, come quando torna a giocare a nascondino con la mamma.

Guardarsi dentro è come lanciarsi nel vuoto senza rete, ci si può far male.
Si sa che rimuovere le croste delle ferite è sempre doloroso.
In un’intervista dichiara“… Il mio montatore ha toccato con mano la mia difficoltà nel rivedere alcune scene. Ci ho impiegato dei mesi. Mi ritengo una persona socievole, ma dopo aver finito il film sono stato tre mesi chiuso in casa in mutande.”

Prova a ricostruire il suo vissuto percorrendo con l’automobile paterna, una mitica Lancia Fulvia, i luoghi della giovinezza di Silvana, in Umbria, ritornando nel posto dove ha dato il suo primo bacio al futuro marito, in Toscana, fino a raggiungere Saint Vincent e il casinò, tappa gradita ad Ignazio.

Il racconto, filtrato da un umorismo amaro, si snoda attraverso vari livelli della memoria: scanditi dalla difficile ricerca del film della bellissima Silvana,“La barriera della legge”, introdotti dalle scene da lei interpretate nel film ora ludicamente riproposte con la regia del figlio. Il tutto si sovrappone e si mescola alle riprese di vent’anni fa quando Mario informa i genitori della sua intenzione di realizzare questo film.

In una fitta trama di rimandi reali e metaforici, s’insinua il tessuto sonoro di Vittorio Cosma, una sorta di marcetta fischiettata, che sembra voler dissimulare l’imbarazzo causato dalla confessione di aggrovigliati sentimenti.
Come pure “i siparietti”, effetti chromaKey volutamente dichiarati, intervengono ad alleggerire il carico emotivo.

Mi piace “il tormentone” legato alle immagini di madre e figlio alla guida della Lancia Fulvia, dove sono alternativamente passeggero e conducente, perché nello scambio dei ruoli, dopo aver superato strade tortuose, finalmente si ritrovano in  un’oasi da favola, dove rassenerarsi per continuare il viaggio insieme.

Sta squillando il telefono. Sarà Silvana per concordare l’appuntamento?


*Luisa Mariani, regista teatrale, cura periodicamente questa rubrica per InScenaonline\Scénario

Autore: admin

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