Umberto ROSSI- Cinema. Recensioni brevi (“The danish girl”, “Room”, “Lo chiamavano Jeeg Robot”)

 

Cinema    Recensioni brevi*

 

TRE FILM RECENTI

The Danish Girl (La ragazza danese) è nato dal romanzo omonimo scritto, nel 2001, da David Ebershoffed ispirato alla vita dei pittori Lili Elbe (1882 – 1931) e Gerda Wegener (1886 – 1940). Una coppia in cui la moglie accompagnò il marito sino alla morte nonostante che l’uomo, avendo scoperto in sé una prepotente tendenza al femminile, si sottoponesse a un’evirazione con successiva ricostruzione vaginale che causò la sua morte poche ore dopo il secondo intervento.

Eravamo nel 1926 e le tematiche transgender destavano ancor maggiorie scandalo di quanto non avvenga ai giorni nostri. Il regista prende in mano un tema, quello dell’identità sessuale profonda, di grande attualità e lo confezione in maniera raffinata ricorrendo a citazioni paesaggistiche e ambientali tratte dai pittori dell’epoca.

Room

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Room nasce sulla base del romanzo Stanza, letto, armadio, specchio (2010) della scrittrice e sceneggiatrice Emma Donoghue (1969) che, a sua volta, si era vagamente ispirata al caso Fritzl, un episodio di cronaca nera avvenuto nella cittadina austriaca di Amstetten dove una donna ha vissuto per 24 anni imprigionata in un bunker costruito dal padre che l’ha ripetutamente violentata e le ha fatto fare ben sette figli.

Nel film il rapitore non è parente della vittima, ma un delinquente che segrega lei e il figlioletto che compirà i cinque anni da recluso, per più di un decennio in un capanno insonorizzato costruito nel giardino di casa. Tutto è visto con gli occhi del bambino che non conosce altro mondo se non quello della stanza e ciò che gli arriva dalla televisione, immagini che lui è convinto siano sempre frutto di fantasia. Il film, diretto da Lenny Abrahamson, è diviso in due parti nettamente distinte. Nella prima è descritta la vita dei due prigionieri nei pochi metri quadrati in cui sono ristretti, nella seconda il difficile ritorno alla vita normale di madre e figlio con le inevitabile difficoltà di accettare regole e ritmi di vita da cui sono stati sottratti per lungo tempo.

In altre parole è un prodotto di grande professionalità e acutezza psicologica, una storia capace di cadenzare in modo perfetto i vari passaggi dalla detenzione al riadattamento nella società. Un itinerario che regia e sceneggiatura cadenzano senza l’auto di inutili truculenze o eccessive scene madri. Un film di questo tipo richiede attori di grande bravura e, non a caso, Brie Larson (1989) che da interpreta la donna ha ottenuto il Premio Oscar per quest’interpretazione.

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Il meno che si possa dire del film Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti è che si tratta di un testo davvero originale che svetta nel panorama del cinema italiano, un orizzonte fatto quasi esclusivamente di commedie anche se qualche volta mettono in campo un risvolto o un finale amari.

In questo caso il regista ha guardato al grande cinema derivato dei fumetti di fantascienza americano, innestandolo armonicamente in un ambiente, quello borgataro romano, del tutto nuovo. Enzo Ceccotti è un ladruncolo da quattro soldi, vive in una appartamento popolare del quartiere capitolino di Tor Bella Monaca. Un giorno mentre tenta si sfuggire ai falchi motociclisti della polizia, finisce nel Tevere, sfonda un fusto di materiale radioattivo nascosto sott’acqua e riemerge coperto di una strana sostanza che, da quel momento in poi gli darà superpoteri, come quelli di cui disponevano i personaggi dei fumetti giapponesi in voga una ventina d’anni or sono.

Lo chiamavano Jeeg Robot

Può cadere da palazzi in costruzione alti dieci piani senza farsi male, ha una forza che gli consente di piegare senza sforzo termosifoni con vari elementi, muove con la forza delle sole braccia grandi giostre panoramiche, guarisce rapidamente da ferite in grado di uccidere qualsiasi altro essere umano. I suoi superpoteri attirano l’attenzione di un capobanda paranoico e crudele che sta facendosi strada nel mondo della malavita e che è in rotta con una banda di camorristi napoletani. Tutto cambia con l’incontro con una coatta che abita nel suo stesso palazzo ed è poco sana di mente, anche perché il padre la sta violentando sin dalla più tenera età. La fanciulla (una straordinaria interpretazione di Ilenia Pastorelli) vive in un mondo fantastico legato a Jeeg Robot, protagonista di una vecchia serie di fumetti giapponesi.

Come è facilmente prevedibile, il supereroe suo malgrado riuscirà a sconfiggere tutti gli altri e predisporsi a un possibile secondo tempo in difesa di umili e oppressi a cui parteciperà con la maschera che la fanciulla gli ha regalato prima di morire. Un film originale e ben costruito che dimostra, se ancora ce ne fosse bisogno come la fantasia per esprimersi non abbia bisogno dei milioni (di dollari) messi in campo dalle grandi aziende hollywoodiane.

 

-Ringraziamo Umberto Rosi, collega di Cinemasessanta e direttore di cinemaeteatro.com

Autore: admin

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