Cinzia BALDAZZI – Il codice (d’onore) della bellezza – “I duellanti” di Conrad al T. Quirino

 

Il mestiere del critico



IL CODICE (D’ONORE) DELLA BELLEZZA


Alessio Boni, Marcello Prayer e Francesco Meoni nell’epopea napoleonica da Joseph Conrad a Ridley Scott – A Roma, al Teatro Quirino.

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Una bella serata era in programma quando, in un Teatro Quirino pieno di giovani e giovanissimi, ho preso posto conservando nel cuore una bella sequenza, tra le tante, de I duellanti (1977) di Ridley Scott, con Keith Carradine e Harvey Keitel: l’ultima, dove Gabriel Florian Féraud, ormai sconfitto nella decisiva tenzone dal rivale Armand D’Hubert, sale in cima al bosco a guardare l’orizzonte, preso di spalle, omaggio al famoso quadro Napoléon à Sainte-Hélène di François Joseph Sandmann. Del resto, uscendo di casa, in borsa il romanzo The Duel (1907) di Joseph Conrad, avevo cercato di tenere impressa nella mente un’affermazione, anch’essa bella, dove l’autore confessava un proposito, a noi indirizzato: “attraverso il potere della parola scritta, farvi ascoltare, farvi sentire… ma prima di tutto, farvi vedere. Questo è tutto, e nulla più. Se ci riuscirò, troverete qui, secondo i vostri desideri: incoraggiamento, consolazione, paura, fascino – tutto quello che domandate – e, forse, anche quello scorcio di verità che avete dimenticato di chiedere”.

È innegabile come, in ogni occasione sia in procinto di scrivere un pezzo critico su una pièce teatrale (e non solo!), a causa delle circostanze legate alla convinzione della loro irripetibilità – nella scrittura, poi nell’allestimento o nella recitazione – io assuma senza sforzo un atteggiamento di giudizio creativo ben diverso di caso in caso. Ciò nonostante, nelle righe iniziali, aver già assegnato tre volte il citato aggettivo qualificativo a vari fenomeni, in parte, lo confesso, mi stupisce, perché se leggo commenti identificati con l’inserimento dell’oggetto nella categoria della bellezza, li ritengo giudizi estetici poco caratteristici. Il motivo? L’arte è certamente connaturata ad essa, il concetto è vastissimo, nascendo dalla kantiana Critica del Giudizio dove “il bello è bello”, libero da necessità di motivazione o di giustificazione, non essendo legato a un impulso sensibile di piacere: piuttosto a un riconoscimento generale antecedente a contestazioni, fondato qual è su concetti universali. Insomma, informare il lettore di come quello spettacolo sia “bello” non è esattamente portavoce di quel tipo di informazioni, speriamo esaustive, d’obbligo in un commento da fornire presentando agli interlocutori una produzione, sia esso letteraria, teatrale, cinematografica. Eppure, a Conrad e agli autori della drammaturgia dei Duellanti – Alessio Boni (protagonista e regista), Roberto Aldorasi, Marcello Prayer, Francesco Niccolini – ho fatto una richiesta (personalmente, ripeto, assai insolita), e per loro, insieme a me e voi, molto impegnativa: ho chiesto espressamente di assistere a un’opera che fosse esempio di bellezza.


A Strasburgo, nel 1800, mentre Napoleone è Console, il tenente Gabriel Féraud, guascone di umili origini, ferisce gravemente in duello il nipote del sindaco. Il tenente Armand D’Hubert, nobile della Piccardia, deve notificare al collega gli arresti domiciliari. D’Hubert compie il suo dovere mentre Féraud frequenta il salotto di Madame de Lionne: comprensivo, cerca di aiutarlo, ma il soldato, consideratosi disturbato e offeso, lo sfida. Vincitore, Armand si trova però invischiato in un codice d’onore che lo vuole assassino o cadavere: Gabriel continua infatti a sfidarlo negli anni. Vincitore nel scontro d’esordio, D’Hubert è ferito nel successivo. Evocativa, onirica, capace di catturare l’attenzione sentimentale o la curiosità tecnico-espressiva, è la messa in scena della disputa a fil di spada: illuminato da due spot intermittenti, tra buio e flash di luce, condotto da Boni e Prayer al ralenti al punto di sembrare una scansione in moviola.

All’epoca, Napoleone aveva inserito nel regolamento militare la proibizione dei duelli tra soldati, in particolare tra ufficiali di diverso grado. Nondimeno Féraud e D’Hubert, entrambi del corpo degli Ussari, vengono promossi quasi in simultanea: capitani, colonnelli, infine generali. Senza esser puniti: grazie al valore dimostrato in battaglia e perché inviati al fronte nelle imprese decisive dell’Imperatore. Sono trascinati nella campagna di Russia, mirabilmente descritta a due voci da Boni e Prayer, ritti in piedi sulla ribalta, in un alternato racconto angoscioso di stragi, imboscate, assideramenti, ritirate: la studiata realizzazione ha ricondotto alla memoria la simbologia all’estremo del teatro di Tadeusz Kantor, nonché, e non solo qui, il linguaggio simbolico, singolare, mai più visto, del grande Lindsay Kemp, autore tra l’altro del celebre Duende.

Al solito, non proseguo nella trama: oltre a essere avventurosa di suo, contiene un finale inedito, sconosciuto sia al romanzo originale di Conrad sia alla sceneggiatura cinematografica di Gerald Vaughan-Hughes.


La scenografia di Massimo Troncanetti è seducente nel suo potere simbolico minimale, con una raffigurazione sensibile, contratta quasi fino alla sineddoche nell’ordine di una potentissima valenza ideale e spettacolare: ed ecco un ciuffo di pelo bianco a rappresentare il cavallo nell’unico confronto equestre. L’allestimento è inoltre simultaneo: la luce inquadra, in prospettive diverse, alcune presenze sì e altre no, mentre si passa da un campo lungo al seguente tramite un silenzioso salire e scendere di altissimi pannelli di stoffa sul fondale. Il secondo piano della messa in scena è collocato su una pedana di legno fissa, accanto alla quale sono sistemati due ponteggi: a sinistra una sorta di pulpito a due piani praticabili, a destra una specie di balconata pensile spostata a mano. Di tanto in tanto, l’abile violoncellista Federica Vecchio offre la colonna musicale (quando poi non ricopre ruoli continuando a suonare, o sullo sfondo, lontano, lascia intravedere la promessa sposa Adèle). Rapidissimi cambi di costume, riflettori spenti e accesi, plafoniere calate dall’alto, drappi rossi a segnalare il ritorno del Re: assistiamo, in “quadri” dettagliati, a sedici anni di storia dell’avventura napoleonica, nella quale sono impegnati soltanto tre interpreti e l’attrice-musicista: Alessio Boni (D’Hubert, il soldato ferito), Marcello Prayer (Feraud, il medico), Francesco Meoni (l’arrotino, il colonnello Marchand, il ministro Fouché, lo Chevalier zio di Adèle, il padrino, la voce fuori campo).

Bellissimo, in tutto ciò, Alessio Boni, affascinante figura maschile descritta da Conrad (e, a noi donne, dapprima rimasta nel cuore impersonata da un giovane Keith Carradine), in una prova ora tragica ora farsesca, comunque inscritta nelle movenze e nei comportamenti del codice militare dell’epoca, con una pregevole capacità di variare tonalità fonetiche e ampiezza delle battute. Eccellente è pure l’interpretazione di Marcello Prayer, il fedelissimo bonapartista alla ricerca, nella guerra e nella morte, di valori irreperibili nella vita concreta e quotidiana. Di lui, rabbioso, va ricordato l’exploit di insulti e improperi inviati a D’Hubert in uno spiazzante dialetto barese arcaico. Encomiabile il trasformismo di Francesco Meoni: ad esempio nei panni d’antan di un Fouché superbo, vanitoso, effeminato, furbo, avveduto e senza pietà, disponibile al compromesso dettato dalla paura di essere giustiziato. La coppia di contendenti Boni e Prayer è anche apprezzabile per il virtuosismo da spadaccini mostrato dal vivo, sotto la guida del maestro d’armi Renzo Musumeci Greco.


Assaporato a sorpresa un finale di alto spessore emozionale, ho deciso, a sipario tirato – e non avviene spesso – di inoltrarmi negli stretti passaggi dietro le quinte fino ai camerini, a stringere la mano ai protagonisti, ascoltare la loro voce non impostata, guardarli a distanza ravvicinata e “in borghese”. Informale e rassicurante, l’incontro ha fatto sì che, lasciando il teatro dalla entrée des artistes, fossi stata ancora una volta convinta del ruolo della drammaturgia in una società tormentata, frantumata, in piena crisi economica: ebbene, l’arte drammatica si riproduce in modo brillante, magari ispirandosi alla letteratura, non divenendo testimonianza d’élite, di natura accademica, o di scuola, o veicolo di messaggi cifrati, ma una bellissima performance destinata a noi tutti.

Non dimentichiamo, infine, che gli autori hanno deciso di rivolgersi a una figura di letterato come Józef Teodor Nałęcz Konrad Korzeniowski, naturalizzato Joseph Conrad, ispiratore, con il suo Cuore di tenebra, della riscrittura visionaria di John Milius in Apocalypse Now (1979) di Francis Ford Coppola. Tra i maggiori scrittori anglofoni del post-romanticismo vittoriano, capitano di lungo corso, Conrad seppe riflettere la crisi del sistema ottocentesco – privilegiando l’investigazione dei problemi individuali – adottando l’espediente del “punto di vista” (nello spettacolo, è il racconto delle avventure dei duellanti fatto dal medico e dal soldato ferito), in certo senso precursore dello stream of consciousness di Henry James.

Chiudendo alla luce della psicanalisi, si racconta un episodio sul Conrad appena ventenne. A Parigi per condurre una vita da bohémien, perse al gioco la rendita annua e tentò il suicidio. L’episodio fu messo a tacere: lo zio Tadeusz fece credere che le ferite fossero causa di un incidente di duello. Così il giovane poté prendere servizio imbarcandosi su una nave britannica diretta a Costantinopoli.

Dunque, un duello importante l’aveva combattuto anche lui.



I duellanti di Joseph Conrad

traduzione e adattamento Francesco Niccolini

drammaturgia Alessio Boni, Roberto Aldorasi, Marcello Prayer, Francesco Niccolini

regia Alessio Boni e Roberto Aldorasi

con Alessio Boni, Marcello Prayer, Francesco Meoni

violoncellista Federica Vecchio – maestro d’armi Renzo Musumeci Greco – musiche Luca D’Alberto – scene Massimo Troncanetti – costumi Francesco Esposito – light designer Giuseppe Filipponio

Produzione Federica Vincenti per Goldenart Production

Autore: admin

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