Vincenzo SANFILIPPO- Inettitudini e giochi dialettici (“Un uomo a metà di G. Rugo. Regia di R. Bonaventura)

 

Il mestiere del critico

 

INETTITUDINI E GIOCHI DIALETTICI

In scena al Teatro Brancaccin

In scena al Teatro Brancaccin

In scena al Teatro Brancaccin

“Un uomo a metà” di Giampaolo G. Rugo, vincitore del Napoli Fringe Festival 2015  Premio “Per voce sola” 2014  Edito da Nerosubianco edizioni   Regia Roberto Bonaventura, con Gianluca Cesale, scene e costumi Francesca Cannavò,  amministrazione Marilisa Busà, foto di scena Giuseppe Contarini, ufficio stampa Giuseppina Borghese,  disegno di locandina Rosalia Radosti.    Produzione Castello di Sancio Panza e Fondazione Campania dei FestivalRoma, Teatro Brancaccino

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Cominciamo con l’osservare che il titolo Un uomo a metà (stesso titolo di un dimenticato, suggestivo  film di Vittorio De Seta del 1966,) corrisponde a tematiche autenticamente travagliate del profilo di una “condizione” umana,  per cui si può ben comprendere come l’argomento rientri nelle più attente proposte contemporanee di scrittura drammaturgica di Giampaolo G. Rugo che in questo testo scandaglia le fobie più minute dell’esistenza.  Facendo riferimento al titolo, il personaggio Giuseppe  è a priori pastellato come un “ominicchio” che vive con estremo disagio la propria condizione:  ovvero un uomo a metà, etimologicamente, non capace a certe prestazioni performative, siano queste prestazioni lavorative oppure ludiche.

Rimanendo queste idee cardini discriminanti della società contemporanea, c’è da dire che il testo evidenzia ai nostri occhi  come  incapacità,  disadattamento, inettitudine equivalgono ad  espressioni  dialettiche e contraddittorie di un disagio concreto.  Per tale motivazione esemplare il testo e lo spettacolo è risultato vincitore del Napoli Fringe Festival 2015.

La regia di Roberto Bonaventura asseconda con linee guida di humour le ragioni profonde di un certo malessere sulla difficoltà di essere se stessi, uno straordinario Gianluca Cesale che in scena è capace di riempire totalmente lo spazio con la sua mimica eccezionale e con una recitazione che varia repentinamente registro: Ironico, drammatico, quasi comico, poi inquietante,  dentro una scenografia eterea quanto permeante, d’impianto minimalista, evidenziata dal sapiente uso delle luci dell’artista/scenografa-costumista Francesca Cannavò,  che fanno  da cornice alla interpretazione di Cesale.

Il personaggio che l’attore costruisce è Giuseppe, rappresentante di articoli religiosi, con un frustrato ambiente di casa  alle spalle, non ancora maturo per integrarsi in questa società; egli può solo esprimere e anche in modo impacciato e contraddittorio il suo interiore disagio. Proprio da questa costante e tipica condizione, l’idea di regia evidenzia la fondamentale ambiguità del personaggio, nell’alternarsi di decisioni, pentimenti/patimenti, inespressi desideri vacillanti, titubanti ripulse, ambivalenze del personaggio nei sui modi di esprimersi e di agire: egli avverte in modo inesorabile di non essere , di essere stato tagliato fuori socialmente, per una implacabile e inappellabile condanna. Se queste notazioni psicologiche sono prima celate poi man mano evidenti, bisogna  però  riconoscere che il nucleo della scelta drammaturgica è concentrato sull’aspetto allusivamente sotteso dell’impotenza, quasi un leitmotiv dell’intero monologo.

Giovanni non e adatto a vivere nel sistema borghese cialtronesco e arretrato e, al tempo stesso, non è capace di adattarvisi, anche se al tempo stesso desidererebbe di non essere più un uomo a metà. Dunque  si prefigge di essere un normodotato come gli altri, addirittura un superdotato di colui che sa sedurre le donne. Per far questo si è fidanzato con Maria, la figlia del padrone del più grande negozio romano di souvenir e oggettistica ecclesiale. Una svolta, sembra.  Ma Giovanni ha un problema, non riesce ad avere rapporti con la “sua” fidanzata. Anche lei  una “immatura”, una via di mezzo come lui. Ci prova, non si capacita, vuol sperimentare altre mistificanti vie di ars amatoria. Sempre più sprovvisto di ogni qualità utile a un’esperienza erotica, il personaggio costruito in questo spettacolo sembra anelare a un “uomo senza qualità”.

Nel greve quanto debosciato machismo del rito d’addio al celibato con gli amici, scopre l’epifania rivelatrice: il punto essenziale del suo essere impotente si traduce nel campo specifico della mancata performance erotica.  E qui il  monologo punta su un’ efficace tensione dialogica piena di affanno e inquietudine.

Adottando un’ottica speculare potremo dire che Un uomo a metà è l’impietosa anatomia di un piccolo modesto commesso isolato in un negozio di cianfrusaglie religiose, anche lui un povero/cristo drammaticamente incuneato tra proletariato e piccola borghesia romana.

Nella gabbia vuota e al contempo blindata ci si interroga, attraverso le consuete fasi della riflessione, sulla libertà individuale e sui doveri sociali. “Un uomo a metà” utilizza l’impotenza sessuale come simbolo dell’impotenza più in generale e come mezzo per svelare le mille ipocrisie (nascoste e non) della nostra società. Il finale, costruito ad arte, farà capire il senso delle prime parole pronunciate dall’uomo: “non è vero che si muore sul colpo”. Un epilogo noir che lascia di stucco. Prolungati applausi per il protagonista, e per la regia che ha colto perfettamente tutti i risvolti , anche quelli meno evidenti, di un compiuto testo di nuova drammaturgia.

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Biografie

Roberto Bonaventura inizia a lavorare in teatro nel 1996 con Nutrimenti Terrestri. Dal 1999 al 2012 fa parte dello staff organizzativo del prestigioso Festival di Santarcangelo dei Teatri. Nel 2002 debutta alla regia al Teatro di Leo di Bologna con il monologo Oratorio da Vincenzo Consolo.  Nel 2003 fonda, con Monia Alfieri, la compagnia Il Castello di Sancio Panza con cui produce lo spettacolo Due passi sono di Carullo-Minasi (Premio Scenario per Ustica 2011, premio InBox 2012 e  Premio Teresa Pomodoro). Collabora stabilmente con l’amico e mentore Giovanni Boncoddo e con la compagnia Scimone-Sframeli. Autore anche di diversi cortometraggi e documentari, è aiuto regista di Francesco Calogero. E’ inoltre direttore artistico del ForteTeatroFestival.

Giampaolo G. Rugo è drammaturgo e sceneggiatore. Laureato in chimica. Studia sceneggiatura con Sergio Donati. Dal 2004 ha scritto la trasmissione Il ballo di San Vito per Radio Italia Network e per tre anni I Magnifici in onda su Radio24. Ha realizzato due documentari nell’ambito del progetto di cooperazione della organizzazione non governativa Movimondo a Manghoci in Malawi finanziato da UNIDEA. Come drammaturgo è stato autore della drammaturgia e delle musiche de La svolta (in scena nel 2009) e adattatore di Killer Joe per la regia di Massimiliano Farau con Francesco Montanari (in scena nel 2010-2011). Attualmente sono in sviluppo per il teatro la commedia Zona Cesarini di cui curerà anche la regia, il dramma Liberaci dal male e il monologo NIP, e per il cinema il film Renzo (inizio riprese previsto aprile 2016) e il cortometraggio Audrey.

 

Francesca Cannavò è scenografa-costumista. Tra le significative collaborazioni professionali, da segnalare:

– la Direzione degli Allestimenti del Festival Internazionale “TaorminaArte”, dalla stagione 2004 a tutt’oggi ;

– la Direzione degli Allestimenti e la cura delle mostre del “Giuseppe Sinopoli Festival”, dal 2005 al 2009;

– la direzione del laboratorio scenotecnico e della sartoria teatrale “CLAP” di Messina, dal 1988 al 1997, collaborando tra gli altri con: Istituto Nazionale del Dramma Antico, TaoArte e R.A.I.. Al di fuori dell’attività teatrale è da evidenziare; – la docenza presso la Facoltà di Lettere dell’Università di Messina con l’insegnamento delle materie: “Teoria e storia della Scenografia” e “Architettura della Scena”, dal 2007 al 2011; – la realizzazione di seminari e stage su: “L’evoluzione dello spazio scenico”, “La Storia del Costume”, “La Maschera teatrale” presso Scuole di Teatro della Sicilia e della Calabria; – l’attività di curatore dell’allestimento di mostre nel campo dell’arte.

 

Autore: admin

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