Cinzia BALDAZZI – Umberto Eco o la struttura presente.

 

Per Umberto Eco


 

UMBERTO ECO O LA STRUTTURA PRESENTE


Una lettura operativa della lezione di Eco, da La struttura assente al Trattato di semiotica generale.

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Era il lontano 1976. Pur essendo giovanissima, anni addietro avevo seguito con passione personale lo strutturalismo di Angelo Marchese. Oggi verrebbe da sorridere se, tentando di spiegare in un articolo il senso di uno spettacolo, mi appellassi alla sua lezione sull’interpretazione modellare del segnale di “giallo” del semaforo, ovvero se sia opportuno classificarlo vicino al “verde” o al “rosso”. Ma il “pioniere” Marchese apparteneva al passato: avendo conosciuto Roman Jakobson, iniziava a profilarsi all’orizzonte il fondato sospetto che, parlando e registrando su carta le informazioni contenute nel messaggio finale, a deciderle sarebbero stati, a dispetto di ogni velleitarismo, i differenti destinatari.

All’epoca, anche se non ancora giornalista, scrivendo cominciavo a prestare attenzione nell’avvicinarmi il massimo possibile al mondo al quale ero affacciata, tentando di persuadere i vari interlocutori, ad esempio, sulla modernità intellettuale, operativa, o meglio sulla “rivolta”, di Luigi Pirandello (considerato di tanto in tanto conservatore, anzi connivente al regime), e quanto essa andasse considerata, almeno in tale prospettiva, a pari merito con il teatro epico-didascalico di Bertolt Brecht.

Tra i testi dei programmi di esame apparve, a un certo momento, La struttura assente di Umberto Eco (essendo peraltro appena uscita la successiva opera Trattato di semiotica generale): si parlava ancora di semiologia, non di semiotica (La struttura assente risale al 1968). Scoprii, attraverso dettagliate osservazioni, come nella realtà vigente ogni evento di cultura e di comunicazione ordinaria fosse spiegabile “secondo gli schemi che presiedono a qualsiasi fatto di comunicazione”, senza alcuna scelta preventiva – né aprioristica – differenziale di campo di analisi. Ne sono testimonianza i celebri studi sulla “cultura bassa” contenuti in Apocalittici e integrati nonché le parodie di Diario Minimo.

Dunque, nei commenti, nonostante tentassi di utilizzare un linguaggio all’epoca “dotto”, preso in prestito da libri e insegnamenti, dovevo comunque attenermi a individuare “la struttura elementare della comunicazione là dove si ha comunicazione – per così dire – ai minimi termini”. Il linguaggio critico non migliorava di per sé, dal punto di vista qualitativo, quello utilizzato con i colleghi universitari, in famiglia, al telefono con l’amica del cuore: semplicemente, operava il passaggio delle informazioni coinvolte, tra due apparati meccanici differenti, il “genericamente culturale” e il “genericamente ordinario”.

Sono passati da allora vari anni. Umberto Eco, oltre ad aver fatto parte (quando ero ancora bambina) del Gruppo ’63 e scritto, nel corso della vita, numerosi saggi, pamphlet, romanzi, ha prodotto importanti contributi sulla scienza della comunicazione per la cultura italiana ed europea (vedi il menzionato Trattato di semiotica generale), che ho avuto modo di consultare saltuariamente e di usufruirne, nonostante entrassi presto a far parte di un altro indirizzo di pensiero critico legato all’atmosfera della Scuola di Francoforte, all’esercizio letterario di Walter Benjamin, e all’intero movimento filosofico dalla Critica del giudizio di Immanuel Kant (nella parte dedicata al giudizio estetico) fino all’ontologia di Martin Heidegger. In tutto ciò, Umberto Eco precisa, incoraggiando i lettori critici interessati: “Si è parlato di semiologia e ci pare di poter continuare a proporre questo termine” (in seguito sostituito, insieme ad altri, nella quasi totalità con semiotica, senza processi significativi di scontro sulla sostanza).

Nel 1976, nella Struttura assente, osservai il grafico di Eco sul “processo comunicativo tra due macchine” accanto a quello circostanziato “tra esseri umani”. Mi convinsi così – nessun altra lettura, anche di autori assai più determinanti per me, in seguito fece di meglio – della difficoltà nel trasmettere messaggi attraverso una recensione, generale al punto da non essere censurata dalla personalità di chi lo riceveva: nello stesso tempo, evitando, con simile genericità, di ridurre a zero la quantità di informazione coincidente con il messaggio da trasmettere. Non sembrò facile, quindi, con la penna, costruire proposizioni e periodi veicolo del pensiero, sì da essere tranquilla che il suo percorso arrivasse intatto (condiviso o meno, è un’altra questione) a chi lo leggesse: per quanto si possa fare il massimo nella scelta del linguaggio, tra me e loro esisteva sempre il “rumore fisico”, la qualità ambigua del “canale”, infine l’arbitrarietà incontestabile del codice.


Fortunatamente, Eco non lasciò nessuno in balìa dell’imponderabile e del casuale, poiché il codice arbitrario, in realtà, nell’atto di scrivere e comunicare, offrirebbe, alla scelta di essere compresi da chi legge, precise possibilità di comunicazione. Del resto, “il codice rappresenta un sistema di probabilità sovrapposto alla equiprobabilità del sistema di partenza, per permettere di dominarlo comunicativamente. In ogni caso non è il valore statistico informazione che richiede questo elemento di ordine, ma la sua trasmissibilità”. Dipende, insomma e per buona sorte, dall’autore del saggio, del commento, dalla sua storia, dalle letture culturali, saper rintracciare l’eventualità capace di dominare il proprio messaggio. Non secondo rischiose probabilità statistiche rischiose da quantificarsi, in base piuttosto a scelte di contenuto potenziali rivelatrici di maggior successo. “In un paese come il nostro”, prosegue Eco, “in cui parte della popolazione chiama pranzo ciò che l’altra parte chiama cena, e seconda colazione ciò che gli altri chiamano pranzo, tutto sta a definire l’ora esatta in cui il nostro interlocutore dovrà presentarsi a casa nostra quando lo inviteremo a pranzo”.

E quale sarebbe “l’ora esatta” da stabilire per una recensione che, secondo le precisazioni e i pericoli di Eco, possa avere possibilità, e non probabilità effettive, di giungere ai lettori vicino a come desideriamo? Innanzitutto suggerirei di stabilire il più possibile lessico e codice della comunicazione nelle fonti di provenienza. Ad esempio, se commentassimo uno spettacolo di avanguardia o attuale post-avanguardia, e provenissimo invece dal mondo dei teatri stabili, sarebbe bene precisarlo e, senza remore, ogni volta accadesse di passare da un mondo all’altro esprimendo giudizi e punti di vista, qualora incontrassimo difficoltà, lasciarle chiaramente emergere. In seconda analisi, suggerirei di esaminare il ruolo echiano della circostanza, dove, per esempio, si inserirebbe il commento, articolo di giornale o capitolo di una storia del teatro. Ma, attenzione, cercando di mantenere la qualità originaria del messaggio significante nostro tipico, senza abbassarlo con la traduzione da un universo di riferimento all’altro, ad esso estraneo, e quindi tale da risultare senz’altro semioticamente per nulla convincente nei confronti di coloro i quali la ricevono ex-novo.


Last but not least, sarà bene cercare di azzerare il tentativo di sostituire autoritariamente con il proprio segnale ideologico ed emozionale quello anche solo presupposto del recettore, che accanto a noi non si trova, i fenomeni intorno non è lì a vederli, a sentirli: leggendo, sarà guidato pertanto da un atteggiamento di curiosità, di interesse ad apprendere nuove opinioni, ma – è probabile – pure confinante con un’inclinazione alla difesa da ogni sopraffazione e conseguente strumentalizzazione, perpetuata nei suoi confronti quasi gestendo in sua vece giudizi di gusto, approvazione e condanna, di fenomeni a lui forse del tutto sconosciuti.

In conclusione, come sembrava consigliare Umberto Eco, cerchiamo sempre di condurre il lettore tra le quinte di un teatro, dinanzi a uno schermo cinematografico, tra le pagine di un libro: anticipandone messaggi, evocazioni, rumori o quant’altro, non dimentichiamo mai di averlo seduto a fianco. Propenso, magari, a contestare.

Autore: admin

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