Cinzia BALDAZZI – Dalla parte del padre (“Scandalo” di A. Schnitzler, regia di F. Però al T. Eliseo)

 

Il mestiere del critico


 

DALLA PARTE DEL PADRE


L’inedito Scandalo di Arthur Schnitzler nella messa in scena di Franco Però – Roma, Teatro Eliseo

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È sera, sedile di platea, molto vicina al palco. Sono inquieta, forse per motivi niente affatto riguardanti i tormenti, i gesti di rottura e le proteste tipiche del mondo di rappresentazione firmato da Arthur Schnitzler, in particolare per la scena. Ma forse no: avendo, finalmente, l’opportunità di una immedesimazione e proiezione difensiva relative a un articolato dramma borghese di matrice freudiana – anche se di fine Ottocento – sono giunta lì in teatro, in un rigido ma illuminato sabato serale romano, normalmente dedicato allo svago, al disimpegno, sono arrivata, si diceva, a due passi da un dramma in atto contro l’ipocrisia che uccide, per essere aiutata. E come me chissà quanti, tra una fila e l’altra, accomodati sulle poltrone di velluto rosso. È proprio lui, l’autore del mitico Girotondo (1900), ammirato, con stupore condiviso, non so in quale locale dell’avanguardia nei primi anni ’80, ad aver lanciato questo silenzioso appello a molti tra i presenti, allineati e contigui, senza conoscersi, ma in fondo solidali, rispettosi, magari gentilmente curiosi l’uno dell’altro.

Il commediografo viennese, autore dell’attuale Scandalo (1898), ora al Teatro Eliseo con la Compagnia Stabile del Friuli Venezia Giulia, nel marzo 1922 riceve dal concittadino Sigmund Freud una lettera: “Il Suo determinismo come il Suo scetticismo – che la gente chiama pessimismo – la Sua penetrazione delle verità dell’inconscio, della natura istintiva dell’uomo, la Sua demolizione delle certezze convenzionali della civiltà, l’adesione dei Suoi pensieri alla polarità di amore e morte, tutto ciò mi ha commosso come qualcosa di incredibilmente familiare “. Non conosco lo spettacolo diretto da Franco Però, né ho mai letto il testo (tradotto da Ippolito Pizzetti), tuttavia mi sento al posto giusto, peccando forse di immodestia, per poterlo apprezzare nel suo ricco messaggio. Appena si apre il sipario, scorgo per l’appunto un confortevole interno borghese della Vienna austro-ungarica dell’epoca, consono alle aspettative, e i costumi – pur essendo curati, ricercati nei minimi dettagli – anch’essi di genere “rassicurante”. Provo la sensazione, distinta, che siano stati creati per rappresentare senza essere osservati, per trasmettere, così come può fare un abito, l’animo di chi lo indossa, ma solo sfiorandolo. Rimarranno infatti, con scarse varianti, i medesimi durante l’intera narrazione, lungo la quale i protagonisti passeranno invece attraverso il carattere di diverse figure umane.

A essere sincera, agli inizi, rispondendo a una piacevole regressione all’infanzia – condizione molto comune a noi donne quando assistiamo a racconti familiari di amore e morte, scontri e solidarietà – le prime “sequenze” di Scandalo sembrano condurre all’immaginario delle pagine, sfogliate negli anni delle elementari, della quasi contemporanea Louise May Alcott: parlo di lei, suffragetta e abolizionista nella puritana Philadelphia, autrice di Piccole donne, Piccole donne crescono e soprattutto I figli di Jo. Donne (con bambini e ragazzi) fragili, sole, perché colpite dalla miseria o dalla morte, ma forti, pure, incorruttibili nei confronti delle insulse e avverse convenzioni imposte. Che bello, pensavo poi, quando, nel salotto dei Losatti, la madre Betty (l’attrice Ester Galazzi, veramente straordinaria, da me applaudita con entusiasmo più volte, alla fine) affronta la morte del ventiseienne primogenito Hugo e la sua inaspettata “eredità”, come si dice, “senza colpo ferire”: sento allora di ammirarne il messaggio umano, sociale, morale, con tutta me stessa. La madre apprende dal giovane avvocato – in punto di morte a causa di una caduta da cavallo – di essere inconsapevole nonna da ben cinque anni: il piccolo Franz nel frattempo è vissuto con la mamma Toni in un appartamento comprato da Hugo. Ora, secondo i voleri del morituro, non dovranno mai abbandonarli, anzi, l’una e l’altro accoglierli in casa: e il titolo originale di Scandalo, ovvero Das Vermächtnis, è lì a indicare “testamento”, “eredità”, “lascito”. Un rapporto vissuto di nascosto o quasi, nondimeno accolto dalla donna con immediata gioia, per quanto soffocata dal dolore dell’imminente lutto. Un misto di sensazioni in grado di rendere tale figura di madre-moglie-sorella sublimazione drammaturgica della virgiliana virtus dell’eroe epico Enea, fondato sulla media rē.

Non appena entra il marito, il professor Adolf Losatti, deputato e influente membro della politica nazionale, l’emozione diviene palpabile. Coinvolta nel suo dolore, nell’impegnarsi, nel non aver più i mezzi per sistemare le cose come andrebbero ricomposte nel caso di un padre – di un “capo tribù”, in senso freudiano – farei utopisticamente il possibile affinché la società, la sorte, la vicenda in atto, evolvessero a favore suo e della famiglia: perché nell’area semantica formata dall’impeccabile completo indossato – una sorta di nuvola celestina nella quale agisce, con una prossemica volutamente generosa ma come rimanesse a mezz’aria – con il contrappunto bianco neve della capigliatura, l’attore Franco Castellano neanche per un secondo lascia trapelare, almeno dall’Io conscio del quale è portavoce, se la dimensione dell’Ego e della famiglia amata, impaurita, aggredita dalla società, appaiano distinte.

La sua interpretazione è in effetti il centro del dramma, collocato strumentalmente dalla parte di chi (la cognata Emma, interpretata da Stefania Rocca, e la figlia Franziska) difende i diritti di intromissione e decisionalità della realtà circostante – esterna ed estranea – nel cuore delle strutture alla base, e nutrimento primario del rapporto di coppia, di paternità-maternità, di nipoti, adulti, bambini, amici, conoscenti, parenti. A fianco invece del professor Losatti, agisce il dottor Ferdinand Schmidt, membro “associato” della famiglia, spasimante della ventenne Franziska e più o meno predestinato consorte. Uno scontro insomma tra la società e le quattro mura dell’appartamento cittadino di un deputato (evocate, ma presenti, la residenza fuori città e il piccolo alloggio comprato dal defunto Hugo per l’amante e il figlioletto). Su due fronti: uno mondiale, l’altro domestico, urbano e di campagna, sui quali a poco più di un quarto d’ora dalla conclusione della pièce, perplessa, ma non al punto di dubitare, mi trovavo collocata in compagnia dell’intera platea ad applaudire i suoi paladini e l’autore delle loro battute.


Questa volta non andrò oltre a raccontare la trama di Scandalo: eppure, poco prima del suo termine a sorpresa, per me è cambiato tutto. Scriveva Freud a Schnitzler: “Ho sempre creduto di riconoscer dietro la parvenza poetica gli stessi presupposti, interessi ed esiti che sapevo essere miei. Così ho avuto l’impressione Ella attraverso l’intuizione – ma in verità attraverso una raffinata autopercezione – sapesse tutto ciò che io ho scoperto con un faticoso lavoro sugli altri uomini”. Due anni dopo, nel 1924, Schnitzler preciserà, a proposito del suo celebre romanzo Doppio sogno, un concetto da lui coniato, non tratto dalla teoria psicoanalitica, bensì di taglio operativo, per meglio comprendere la natura di ogni rappresentazione teatrale: alludo al “medioconscio” (Mittelbewusstsein, o Halbbewusstsein): “una specie di territorio intermedio fluttuante tra conscio e inconscio. Tracciare quanto più decisamente è possibile i limiti fra conscio, semiconscio e inconscio, in ciò consisterà soprattutto l’arte del poeta”. Mentre si stava concludendo il dramma, improvvisamente una simile zona “fluttuante” della poetica di Scandalo è divenuta chiara anche per me, e ho compreso: il suo medio-conscio, Schnitzler lo aveva schierato dalla parte del professor Adolf e del dottor Ferdinand.

Non pensate lo abbia fatto per colpire le sue paladine dell’accoglienza, dell’amore, della generosità, ovvero – dopo la defezione della cugina Agnes, contraria a far vivere in casa Toni – la madre Betty e la figlia Franziska, ma per far sì che esse ascoltassero con più attenzione la voce del padre e del futuro genero, i quali, facendo al contrario di esse, come voleva l’epoca, i conti con la realtà delle strutture economiche e finanziarie, non intendevano attaccarle per poi subirne le conseguenze – peraltro comuni a tutta la famiglia – ma semmai cautamente aggirarle. In qual modo? Accettando certo gli “illegittimi” Franz e Toni, colmandoli di attenzioni (la casa si riempie di giocattoli, ripetutamente in scena), tenendoli però in disparte rispetto agli occhi dei vicini e degli amici influenti (che comunque li abbandoneranno), e non per un quieto vivere o per la volontà effimera di mantenersi all’interno di una certa classe, ma perché, nella Vienna imperiale di Francesco Giuseppe, un uomo politico, per essere eletto, e un medico privato, per avere lavoro, hanno necessità di clienti, amici, sostenitori. Nell’acutezza di considerazioni legate a tale “terra di mezzo”, ospite tra il conscio e il subconscio nella psiche analizzata poeticamente (ripeto, Schnitzler ne parlava solo nel senso di “operatività” in una rappresentazione artistica della realtà, e non quotidiana come in psicanalisi), mi ha colpito fosse proprio il professore, illustre notabile della capitale asburgica, a essere dubbioso sulla scelta di tenere la giovane e bella Toni ospite nella casa del compagno defunto, ritenendo in tal modo di impedirle fatalmente di affrontare una nuova vita, un altro uomo, ricoprendo un ruolo sociale magari migliore di una ragazza-madre accolta per dovere, bontà e pietà, in una casa che non le apparteneva e mai le sarebbe appartenuta.

Grazie all’autore e alla perfetta realizzazione dell’intera compagnia, nella sua totale ambivalenza di significato, a sipario chiuso ho lasciato la sala, questa volta con un nuovo messaggio di difesa-attacco all’ipocrisia sociale. Da interpretare e divulgare.


Scandalo (Das Vermächtnis) – traduzione Ippolito Pizzetti

regia Franco Però

con Franco Castellano (Adolf Losatti), Ester Galazzi (Betty Winter), Stefania Rocca (Emma Winter ), Lara Komar (Franziska), Adriano Braidotti (Ferdinand Schmidt), Astrid Meloni (Toni Weber), Federica De Benedettis (Agnes), Filippo Borghi (Hugo), Andrea Germani (Gustav Brander), Alessio Bernardi (Lulu), Leon Kelmendi (Franz), Riccardo Maranzana (Bernstein)

scene Antonio Fiorentino, costumi Andrea Viotti, luci Pasquale Mari, musiche Antonio Di Pofi

coproduzione Teatro Stabile Friuli Venezia Giulia, Artisti Riuniti, Mittelfest 2015

Autore: admin

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