Francesco TOZZA- Un ritorno di fiamma…(“Chi ha paura di Virgina Woolf?” Regia di A. Cirillo)


Il mestiere del critico

 

 

UN RITORNO DI FIAMMA

Chi ha paura di Virginia Woolf@Diego Steccanella

Nel segno dei tempi….

“Chi ha paura di Virginia Woolf?” di E. Albee   con Arturo Cirillo, Milvia Marigliano,  Valentina Picello, Edoardo Ribatto   regia di Arturo Cirillo. Teatro Belini di Napoli

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E’ un bel po’ che si registra nel nostro paese un ritorno di fiamma verso quella drammaturgia americana che, dagli inizi degli anni sessanta del secolo scorso (ma in parte anche prima), ebbe un discreto successo – sulla scia di quello appena registrato nel paese d’origine – per almeno un decennio: una drammaturgia che, con tonalità di un’inusitata violenza, porgeva lo specchio di Amleto ad una società di cui si intuiva – e non più si riusciva a nascondere – la terribile crisi di valori, un’irrequietezza nei rapporti umani (dai più intimi a quelli socialmente formalizzati) e un’insofferenza a vecchi tabù o alle c.d. regole del vivere civile che, tuttavia, ancora soltanto attraverso il palcoscenico (o lo schermo cinematografico) era lecito rivivere e catarticamente superare.

Lentamente, però, la liberalizzazione dei costumi sembrò rendere inutile e retorico quel tipo di teatro (il teatro di parola!) che parlava di famiglie distrutte, coppie scoppiate, amori impossibili ed angosciate esistenze. Cadute certe forme del vivere, si prestò maggiore (poi esclusiva) attenzione alle forme della rappresentazione, ai c. d. linguaggi della scena, e fu subito sperimentazione in un ambito dove avevano osato spingersi, col totale prosciugamento di ogni contenuto veterodrammaturgico, solo le avanguardie di inizio secolo, quelle storiche. Ma il fuoco, lo si è poi capito, non era del tutto spento, covava ancora sotto la cenere: lacrime, violenza, rabbie, sopraffazioni, fallimenti, restano ancora, in diverse guise certo, i nostri malanni. I problemi, insomma, di cui quei testi, peraltro a loro tempo divenuti facilmente macchine attoriali, parlavano a stuoli di spettatori quanto mai interessati, non erano, soltanto, il portato di un particolare momento storico, magari semplicemente trasferitosi dal nuovo al vecchio mondo; rispondevano spesso, e rispondono ancora, a strutture della psiche umana, su cui era il caso di tornare a riflettere; il che puntualmente è avvenuto!

Non è dunque un’attenzione casuale quella prestata da Arturo Cirillo a questa drammaturgia (checché egli stesso poi dica): in due anni circa ha già messo in scena due Tennessee Williams e, sulla stessa lunghezza d’onda, questo famoso dramma di E. Albee, Chi ha paura di Virginia Woolf?, nei giorni scorsi approdato al Bellini di Napoli. Si tratta di un testo molto forte, dove la vivisezione di una vita matrimoniale in evidente fallimento scopre l’oscura violenza latente anche (o forse soprattutto?) nei rapporti più formalizzati, una volta che si è fatto esplodere il magma dell’interiorità individuale, quell’interno paese sconosciuto di cui parlava, in uno dei suoi migliori romanzi, Virginia Woolf, non a caso evocata nel titolo della pièce. Il quale titolo parafrasa una famosa canzonetta di un film di Walt Disney, dove tre coniglietti dichiarano, a parole, di non temere il lupo mannaro (e l’autore gioca sulla eguale pronuncia di wolf, lupo, e Woolf, Virginia).

Chi ha paura, allora, della grande scrittrice? Certo non Albee, che non ha esitato, nei primi anni sessanta (il lavoro è del 1962), a costruire una partitura scenica che, attraverso la dinamica interiore dei personaggi, il groviglio dei loro sentimenti, i flussi della loro disordinata coscienza, dava voce a ciò che era per i tempi (ma forse è ancora!) difficilmente dicibile, comunque traducibile in parole, anche se gridate. I due protagonisti, una coppia matura (lui professore universitario, lei figlia del rettore della di lui università), ospitano nel loro salotto, in un tardo sabato sera, un’altra coppia, più giovane, lieti – sembra – di trascorrere insieme, fra qualche chiacchiera e molto alcol, le prime ore di quello che si avvia invece a diventare un tranquillo weekend di paura; la conversazione, infatti, presto degenera in facili rimbrotti, esplicite illazioni, perfidi sarcasmi, insomma in un vero e proprio jeu de massacre fra i due protagonisti, cui la coppia più giovane, Nick e Honey, non proprio aliena da simili problemi, magari soltanto allo stadio iniziale, assiste dapprima esterefatta, poi piuttosto divertita (“violenza, violenza” grida ad un certo punto lei, quasi con isterica partecipazione, dinanzi a quello che si rivela sempre più un ring).

Lentamente, tuttavia, nella dinamica aggressiva dei rapporti, si coglie il dramma della solitudine, la difficoltà di stabilire un’autentica comunicazione, perché “nessuno vede gli altri come sono in realtà” (per dirla proprio con la Woolf): del resto la genitorialià frustrata in entrambe le coppie, il bisogno addirittura di inventarne una, come avviene nella coppia più anziana, per poi crudelmente negarla – col finto telegramma della morte – nel tragico finale, sono emblematiche di tale difficoltà e, nello stesso tempo, dello sforzo di capire, o comunque cercare, il significato della vita, di raggiungere la casa della luce, il famoso faro cui allude ancora il più celebre titolo della Woolf. Esperienza, quest’ultima, che capita, purtroppo, in pochi, privilegiati momenti, per epifanie e illuminazioni, e non a tutti: la letteratura, il teatro nel nostro caso, può aiutarci a farla tale esperienza, se non altro a desiderarla.

Chi ha paura di Virginia Woolf? – torniamo a chiederci. Se non l’ha avuta Albee, con la sua proposta di temi dall’interesse mai effettivamente spentosi, l’ha di certo manifestata, più tardi, tanta parte del teatro contemporaneo, per le ragioni cui più sopra si è fatto cenno. Il ritorno di fiamma verso quella drammaturgia è tuttavia innegabile: auspicato (magari da alcuni in chiave strumentale, sterilmente conservatrice per intenderci), é comunque sempre auspicabile, certo nel segno dei nuovi tempi, ad evitare l’eterno ritorno dell’identico! Ci sembra questo il percorso e il senso delle rivisitazioni drammaturgiche di Arturo Cirillo, soprattutto delle più recenti, alle quali forse – lo si è già detto in altra occasione – manca quel distacco critico e quella leggera ironia che invece caratterizzava le precedenti: permane qualche riserva, come un residuale ideologismo, nell’effettuare il percorso, mentre il fascino discreto della drammaturgia riscoperta blocca modalità più incisive di intervento.

Il regista napoletano, per esempio, ha dichiarato che non aveva letto, fino alla decisione della sua messinscena, il testo in questione, e di non aver visto il celebre film con Liz Taylor e Richard Burtom che ne trasse M. Nichols nel 1966. Bene, si giunge sempre vergini alla prima esperienza; solo è inutile precisarlo!  A maggior ragione, se non altro per motivi anagrafici, non avrà visto la prima messa in scena italiana del lavoro, nella stagione 1963/64, ad opera di Zeffirelli, con due mostri sacri del teatro del tempo: Sarah Ferrati ed Enrico Maria Salerno (l’altra coppia era altrettanto bene interpretata da Umberto Orsini e Manuela Andrei). Ma il problema, in questo caso, non è il suo, quanto piuttosto di quegli happy few – noi fra quelli – che per motivi anagrafici (ma in senso opposto al precedente) quello spettacolo ebbero modo di vederlo, conservandone un indelebile ricordo; i paragoni – anche questo abbiamo detto altre volte – sono sempre ingenerosi, ingiusti, inutili, perché l’inconscio e la memoria fanno sempre i loro scherzi!

E tuttavia non è giusto nemmeno non tenerne proprio conto. Nel caso specifico, se l’interpretazione di Cirillo ci é sembrata di buon livello, con un’accattivante crudeltà da grottesco pirandelliano, peraltro senza sbavature mattatoriali che pure erano il limite di remote interpretazioni, quella della Marigliano ci ha convinto assai meno, in quanto l’attrice – che pure ha un discreto pedigree teatrale – è sembrata vocalmente, e nel comportamento scenico, troppo spesso fuori parte. Soddisfacente la resa degli altri due attori. Dalla regia – lo si è detto – ci si aspettava qualche intervento più incisivo: fare svolgere l’azione su di una pedana-salotto che, con l’inoltrarsi, nella notte, dell’acceso dialogo dei protagonisti, si scompone, quasi a sottolineare la decomposizione della famiglia, è semplicemente ingenuo o quantomeno pleonastico.

Autore: admin

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