Cinzia BALDAZZI – Oltre le colonne d’Ercole (“I viaggi di Ulisse” di N. Piovani.T. Eliseo)

 

ll mestiere del critico



BEN OLTRE LE COLONNE D’ERCOLE

I viaggi di Ulisse di Nicola Piovani al Teatro Eliseo: concerto “mitologico” per strumenti e voci.

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L’Odissea raccontata, citata, disegnata, per giunta musicata. Il massimo – pensavo, raggiungendo il Teatro Eliseo – per me che, non diversamente da tante studentesse, di ieri e di oggi, del liceo classico, traducevo con difficoltà ed emozione (ancora lo ricordo) il libro ottavo, nel quale il celebre e audace ingannatore, coraggioso trasgressore di ogni norma imposta, capace di superare con l’astuzia ogni peripezia, si tradisce piangendo davanti ad Alcìnoo all’ascolto di un aedo che “canta” prima il suo scontro con Achille in campo acheo durante l’assedio, poi, a sua richiesta, l’espediente del cavallo di Troia e la presa della città; di conseguenza, nel libro nono, non potrà fare a meno di svelare la propria identità al re dei Feaci. Purtroppo, penso, appena seduta in platea per I viaggi di Ulisse, i tempi di un contatto diretto con i dialetti eolico e ionico del grande poema appartengono al passato: ancora ne decifro la scrittura, ma, tanto per fare un esempio, davanti al raddoppiamento dell’aoristo fortissimo dei verbi in “mi”, pur riconoscendolo, devo chiedere aiuto all’insostituibile dizionario del reverendo Lorenzo Rocci.

Bello ascoltare Nicola Piovani, barba e capelli bianchi, quando, passeggiando sul palcoscenico con il microfono in mano, sancisce il trionfo di un testo risalente come scrittura alla prima trascrizione su papiro nel VI secolo a.C., affermando: “Ulisse è il secondo personaggio più citato al mondo, dopo Gesù”. Il palcoscenico, spoglio, è allestito per un concerto: davanti, le tre postazioni con i fiati, gli ottoni e gli archi; in seconda fila, un ricco set di percussioni e la pedana del contrabbasso; a destra le tastiere, a sinistra il pianoforte del Maestro. Ai lati, la coppia di quinte affacciata sulla ribalta è occupata dai disegni di Milo Manara. Il primo piano di Ulisse ha le fattezze di Pier Paolo Pasolini, due personaggi accomunati dalla “curiosità”, spiega Piovani, non messa a tacere dalla coscienza di poter andare incontro a una catastrofe. Ma perché un concerto sui viaggi di Ulisse? “L’Odissea è piena di musicalità”. L’eroe, prima di far strage dei pretendenti, accorda il suo arco a mo’ di cetra: “Con la mano destra pizzicò e provò il nervo / che bene gli cantò sotto, simile a grido di rondine”.

La quinta di destra ora diventa schermo per i filmati: li inaugura Carlo Cecchi, con il racconto abbastanza tradizionale dei Lestrigoni. E poco dopo, dallo schermo a sinistra, la calda voce di una eccezionale Paila Pavese descrive l’orribile isola: “Le Sirene sedendo in un bel prato, / Mandano un canto dalle argute labbra, / Che alletta il passeggier: ma non lontano / D’ossa d’umani putrefatti corpi / E di pelli marcite, un monte s’alza”. Il pubblico in sala è assorto. Credo ascolti con piacere, grande attenzione e curiosità, però nel senso letterale del termine: per imparare ex-novo, o ricordare anch’essi, intravedo Pietro Grasso, presidente del Senato, l’ancor bella e indimenticabile Giovanna Ralli e, con il braccio ingessato, Gianni Letta.

Ha inizio dunque la narrazione in musica. Piovani segue uno schema più o meno identico, con suoni iniziali evocativi, sommessi, destinati a evolversi in breve tempo in un ritmo serrato, scandito dalle percussioni. Le corde, in primis il violoncello del bravo Pasquale Filastò, protagonista assoluto, accanto al piano, dell’arrangiamento musicale allestito – anche in virtù di una (almeno in certa misura inspiegabile) assenza del violino – sembrano costruire a mano a mano quella situazione iniziale che sarà poi compito delle partiture di fiati e ottoni sviluppare attraverso sincopi e rotture, per evocare il momento di crisi, di passaggio, riabbassandosi e approdando di nuovo, nel finale, a una sorta di tono conciliatorio, rivelazione dello scampato pericolo, o ripresa del viaggio, o tranquillità del mare. La chiusura narrativa è affidata alla voce chiara, ispirata, di un sorprendente Massimo Popolizio, forse il migliore.

Tocca a Mariano Rigillo introdurre l’episodio dei Lotofagi, rispetto al quale Piovani, nell’introduzione rivolta al pubblico, propone, con un paragone non privo di ironia e sicuramente rivolto a un coté specifico, una lettura contemporanea delle foglie di loto, capaci di dare benessere alla persona, con il piccolo inconveniente di cancellare la memoria. La pièce musicale accentua qui il ritmo rutilante, toccando nella parte centrale suggestioni orchestrali del progressive e dirottando, a volte, verso un clima bandistico, fino all’intervento del mandoloncello quasi in chiusura. Ed eccolo, finalmente, il Ciclope: Manara lo raffigura di spalle, schiena gigantesca e testa minuscola dove campeggia un solo occhio. L’incontro con Polifemo, ben recitato da Virgilio Zernitz, è musicalmente affidato alla fisarmonica e alla chitarra, in un clima pre-bucolico che però ben presto va a virare su note novecentesche, gershwiniane, quasi, miracolosamente, il vertiginoso Ciclope apparisse alto come un grattacielo di New York…

La seconda parte vede Piovani impegnato a illustrare un affascinante quanto complesso pastiche tra l’Ulysses di Joyce e i canti omerici, tra Penelope e Molly Bloom: non bastasse, ha fatto trascrivere in dialetto napoletano il soliloquio dell’eroina joyciana per affidarlo al virtuosismo di Chiara Baffi, in un continuum privo di respiro, ossessivo, incalzante, che solo l’impasto linguistico partenopeo (nella traduzione di Armando Pugliese) tiene lontano dall’alienazione. Stream of consciousness, si diceva, con terminologia coniata dallo psicologo William James; “pensiero sbrigliato”, precisa il nostro Maestro, accanto a vecchie registrazioni sonore con le voci dello stesso Joyce e della celebre attrice irlandese Siobhàn McKenna.

È il momento delle colonne d’Ercole: la citazione più antica è del lirico greco Pindaro. Ma se ne parlava anche nella romanità: concordemente, Cicerone, Seneca e Orazio additavano Ulisse exemplar dell’ardore di una conoscenza che lo spinse sino ai confini del mondo, là dove Ercole, dopo aver poggiato le colonne, incise una frase poi latinizzata in “non plus ultra”. Oggi, Piovani simboleggia la spinta al sapere in tre grandi figure femminili: Margherita Hack, Samantha Cristoforetti, Fabiola Gianotti. Certo, i versi di Dante sembrerebbero male accordarsi con la nostra visione di progresso. L’autore della Divina Commedia non vuole sia messa in discussione la volontà di Dio, o almeno la si renda dialettica, essendo Ulisse pur sempre un pagano: mentre il Re di Itaca, con il suo “folle volo”, andando oltre il consentito, merita un posto all’Inferno tra i fraudolenti. A voler rispettare la tradizione, avrebbe dovuto raggiungere il Purgatorio, il cui confine non oltrepassa Virgilio: altresì, la condanna è irrimediabile.


Rimane indiscusso che in Ulisse l’umanità è vinta ma non umiliata: il suo naufragio non rappresenta di per sé una punizione, bensì una riaffermazione dei limiti inviolabili posti da Dio all’uomo, con le conseguenze disastrose mai temute dall’eroe. In breve, cosa avrebbe sentito – e condividiamo il quesito con Piovani – il temerario guerriero, prima di essere inghiottito con la sua nave nel gorgo oltre il mondo conosciuto? “Ha sentito il canto delle Sirene”. Il pezzo musicale sull’Ulisse post-omerico parte con accordi di pianoforte da cinema muto, alla Griffith, alla Stroheim, poi lascia il campo al pizzicato napoletano della chitarra, infine è di nuovo martellante, con il sax a guidare. Dopo la lettura di Massimo Wertmuller, l’avvistamento delle colonne d’Ercole è annunciato a colpi di tamburo, per chiudere di nuovo con il pianoforte da solo. E quando la nave di Ulisse va verso la morte, ecco uscir fuori una chitarra elettrica. Il ritmo si spezza nella parte centrale, per trovare invariabilmente una sorta di conciliazione conclusiva dove gli echi della grande musica da film italiana (alla Trovajoli, per intenderci) riportano alla nostra migliore tradizione. Certo, si assiste a uno spettacolo eccezionale, unico, da non perdere per gli assidui ammiratori contemporanei dell’epos, nonché per coloro i quali, invece, ne apprezzano solo la fama.

Eppure, da ancora studentessa (rispetto al repertorio omerico, altrimenti non posso definirmi), per giunta d’antan, qualche “nota” deludente ho dovuto “suonarla” anche io. Ho ritenuto strano, insolito, definire “greca” l’avventura bellica in Asia Minore, vissuta milletrecento anni prima di Cristo, e composta oralmente – pare – un paio di secoli dopo. L’Ellade si trovava ovviamente soltanto all’età del bronzo: è piuttosto un’epoca proto-greca o addirittura pre-greca (tardo elladica), da definire correttamente “micenea”. Altrimenti, sarebbe come, insomma, considerare Omero, e soprattutto chi per lui, ipotetici gestori e ospiti di un contesto letterario, di una civiltà pari a quella dei più antichi poeti (quelli sì, greci) a noi pervenuti, da Esiodo ad Alcmane.

In secondo luogo, non mi ha coinvolto molto il “lieto fine” annunciato da Nicola Piovani, coincidente con gli avvenimenti successivi alla prova dell’arco. Senz’altro, si potrebbe sostenere quanto un pensiero del genere offra da parte mia osservazioni destinate a uno storico della letteratura greca e non a un artista, com’è l’autore dello spettacolo. Tuttavia, rispetto a tale posizione, non credo risulti affatto vaga l’attenuante che tra poesia e poesia non possa essere richiesta – e io non lo farei mai – alcuna esigenza di verosimiglianza: creazione artistica è quella di Omero, creazione artistica è quella del Maestro. Tantomeno credo di poter essere considerata, dicevo in apertura, una persona giunta in teatro in attesa di assistere a una lezione. Anzi, ero ben contenta finalmente di oltrepassare tale peso per dedicarmi al piacere guidato di accostarmi alle imprese di Ulisse.

Ciononostante, l’Odissea non finisce bene. Non voglio dimenticare il massacro dei pretendenti, le torture ai servi infedeli, l’impiccagione delle ancelle, la diffidenza di Penelope verso il marito, quella di Ulisse verso il padre Laerte, la sete di vendetta dei familiari degli uccisi, la rivolta popolare contro il re e lo scontro sanguinoso. Soltanto l’intervento celeste imporrà l’ordine delle cose, con la discesa di Atena, protettrice di Ulisse, vale a dire Odisseo: “Smettete Itacesi, la guerra terribile, / che senza sangue possiate al più presto accordarvi”.

A sipario chiuso, ancora immersa nella magia della musica a commento dei mangiatori di loto, tentando di non smarrire il fascino degli straordinari disegni di Manara, ho pensato che, affinché lo spettacolo rimanesse bello quale è stato, non fosse necessario dimenticare l’ultimo canto del poema. Chissà, la questione rimane aperta. L’unica voce a poterla risolvere – per noi, per voi – sarebbe quella di Omero o degli aedi che lo hanno impersonato o tramandato.


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Viaggi di Ulisse

scritto e diretto da Nicola Piovani

con Ensemble Aracoeli: Andrea Avena (Contrabbasso), Marina Cesari (Sax/Clarinetto), Pasquale Filastò (Violoncello/Mandoloncello), Ivan Gambini (Percussioni/Fisarmonica), Alessio Mancini (Flauti), Nicola Piovani (Pianoforte), Aidan Zammit (Tastiere)

in video: Chiara Baffi, Carlo Cecchi, Paila Pavese, Massimo Popolizio, Mariano Rigillo, Massimo Wertmuller, Virgilio Zernitz

testi di Konstantinos Kavafis, Omero, James Joyce, Torquato Tasso, Pindaro, Umberto Saba

disegni Milo Manara

luci Danilo Facco, fonico Massimiliano Martelli, video Igor Renzetti

produzione Compagnia della Luna

Autore: admin

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