Francesco TOZZA- Autenticità a rischio…(“Vangelo” di Del Bono, Teatro Argentina)

 

Il mestiere  del  critico

 


AUTENTICITA A RISCHIO, RISCHIO DELL’ AUTENTICITA’

Vangelo di Pippo Delbono  –  al Teatro Argentina di Roma

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Qualcuno – non sappiamo bene chi, dove o quando – ha detto che i grandi artisti, nella loro esistenza, hanno scritto sempre la stessa opera, con ciò evidentemente alludendo non ad una banale ripetizione dell’identico quanto ad una continua, anche se costantemente approfondita, ossessione monotematica e, soprattutto, ad una riconoscibilissima cifra stilistica nel riproporla. Da questo punto di vista Pippo Delbono è davvero un grande artista: insofferente a qualsivoglia testo precostituito da mettere, più o meno fedelmente, in scena (secondo i canoni di un’antica tradizione teatrale).

Diviso fra autobiografia e cronaca, con una irresistibile esigenza e la tenace volontà di esprimerle, entrambe, sulle tavole del palcoscenico, da tempo costruisce i suoi spettacoli all’insegna di una sorta di schizofrenia linguistica, mescolando parole, musica, danza, frammenti video, semplicemente per dire di sé, delle sue passate e presenti angosce, vissute in una realtà piena di conflitti, o comunque contraddizioni, che egli vuol quasi far evaporare con la sua inestinguibile sete d’amore, senza limiti di tempo, di luogo, di identità sessuale e culturale in genere.

Il suo – per questo – è davvero un Vangelo, forse lo è sempre stato, anche prima che i suoi spettacoli assumessero l’impegnativo titolo del più recente: un vangelo, cioè un messaggio, si è detto di amore, ma anche di bontà (non di buonismo!), soprattutto di solidarietà con chi – a partire da lui, ma non da lui soltanto, e che più di lui porta ancora le stimmate di una antica, ingiusta sofferenza – è vissuto nei luoghi della separatezza, della reclusione, della estrema violenza, individuale e collettiva, per finalmente approdare ad un teatro che quella sofferenza, quella separatezza, vuol ripresentare più che rappresentare, per testimoniarla, quindi quasi inciderla nella mente degli spettatori.

E’ così che Delbono ci ha abituati, nel corso dei suoi spettacoli, a vederlo vagare da un lato all’altro del palcoscenico, spesso anche in sala, armato di solo microfono, per (in)trattenerci con i suoi racconti, magari fra qualche passo di danza o l’accenno ad un canto, ma più spesso leggendo con la sua bella voce, calda, pastosa, lacerti di un vissuto tra immigrati o rifugiati nei centri di accoglienza, o tra degenti d’ospedale con cui comunque, e per motivi vari, ha condiviso esperienze; il tutto inframezzato da ricordi, riflessioni, citazioni – magari da sottolineare o contraddire – tratte dalle più svariate fonti letterarie, nel caso specifico da Agostino, Pasolini, ovviamente anche dai quattro evangelisti.

Altre volte, nelle brevi pause del suo accorato raccontare, siede anche lui in platea, per farsi spettatore fra gli spettatori e dar voce o, più che altro, teatrale consistenza (talvolta cinematografica presenza) ad alcuni di quei momenti di un passato che non passa e così si fa presente, con i suoi personaggi divenuti ormai membri storici della sua compagnia (Bobò, Nelson, Gianluca, Pepe), ai quali altri se ne aggiungono, a formare la sua famiglia allargata (non solo teatrale); come quel rifugiato, Safi Zakria, che – sullo sfondo di un notturno con luna, riflessa su di un emblematico mare – rievoca la sua odissea, in uno dei momenti più toccanti dello spettacolo. Che spettacolo forse non è, o nemmeno vuole esserlo, per quella vocazione all’autentico che, come prima o meglio di prima, lo accompagna, lo irrora quasi, certo fra non pochi rischi e qualche caduta, perché l’informale dell’esistenza assume – deve pur assumere! – una forma quando è trasportato sul palcoscenico, mentre l’autentico – giocoforza arrendendosi alla finzione teatrale – è costretto a leccarsi le ferite continuamente infertele dall’ineludibile ripetizione dell’identico.

E’ questa la contraddizione che sempre più si avverte nel teatro di Delbono, soprattutto da parte di chi, seguendone ormai da tempo la parabola creativa, sta perdendo la freschezza e l’originalità delle prime fruizioni, riscontrando – nella ripetizione, appunto – gli equivoci della spontaneità che non è più tale – e non può esserlo – perché investita dal freddo rigore della messa in scena, alla quale peraltro non può non richiedersi l’artificio dello stile consolidato, nemico di ogni ingenua improvvisazione. Ma, a ben rifletterci, è stato sempre questo il cruccio del teatro, dell’arte in genere, in questo almeno condannata ad essere, con tanto di sentenza senza appello del lungimirante Aristotele, “imitazione della natura”; dando così forma, però, ad una creatività diversa, non minore dell’altra, forse assai più interessante, magari perché umana, troppo umana.

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VANGELO
uno spettacolo di Pippo Delbono
con Gianluca Ballarè, Bobò, Margherita Clemente, Pippo Delbono, Ilaria Distante, Simone Goggiano, Mario Intruglio, Nelson Lariccia, Gianni Parenti, Alma Prica,
Pepe Robledo, Grazia Spinella, Nina Violic, Safi Zakria, Mirta Zecevic
e con la partecipazione del film dei rifugiati del Centro di Accoglienza PIAM di Asti
immagini e film di Pippo Delbono
musiche originali per orchestra e coro polifonico Enzo Avitabile
scene Claude Santerre
costumi Antonella Cannarozzi
disegno luci Fabio Sajiz
produzione Emilia Romagna Teatro Fondazione e Teatro Nazionale Croato di Zagabria
co-produzione Théâtre Vidy Lausanne, Maison de la Culture d’Amiens – Centre de Création et de Production, Theatre de Liège
in collaborazione con Cinémathèque suisse- Lausanne, Teatro Comunale di Bologn

Autore: admin

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