Francesco TOZZA- Libero in prigione (“Gospodin”, diretto da Barberio Corsetti)

 

Il mestiere del critico

 


LIBERO IN PRIGIONE

 

Poeticità di un rifiuto

Claudio Santamaria in scena al Teatro Bellini di Napoli con Gospodin

“Gospodin” di Philipp Löhle, regia di G. Barberio Corsetti

con Claudio Santamaria,

Federica Santoro, Marcello Prayer   Teatro Bellini, Napoli, 22 gennaio

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“Niente di particolare…. Una cosina leggera ma non stupida, con una sua piacevole ironia sull’oggi, a volte un tantino paradossale, ma più per far ridere che per riflettere!” – così una signora, all’uscita dal Teatro Bellini di Napoli con le sue amiche, rivolta al marito che era venuta a prenderla, dopo lo spettacolo di Barberio Corsetti (che a lui non aveva detto molto…., non tanto, comunque, da indurlo a passare una serata a teatro con lei, a sua volta attirata non certo dal nome del regista, né tanto meno da quello dell’ignoto autore del testo rappresentato, quanto piuttosto dalla fama – tutta cinematografica e televisiva – di Claudio Santamaria, protagonista dello spettacolo).

Come talvolta accade, frammenti di un discorso, non proprio amoroso, coglievano la realtà dei fatti più di tante riflessioni genuinamente critiche, magari fin troppo informate. Sapere, infatti, che l’autore in questione, Philippe Löhle, non ancora quarantenne, è un promettente drammaturgo tedesco (presente in sala, alla fine vivamente applaudito assieme agli attori e al regista, dopo che nel pomeriggio lo si era omaggiato con un incontro/dibattito nel foyer del Bellini), non ha aggiunto granché per lo spettatore accorto, che non ha scoperto in lui un nuovo Müller (niente della sempre viva e sofferta ironia o del reale e spiccato anticonformismo di costui) e nemmeno un ulteriore grande esponente della drammaturgia novecentesca, in area austro-tedesca, del livello di un Thomas Bernhard, artefice di deliranti soliloqui e ingombranti insensatezze, messi in bocca a stravaganti o comunque visionari personaggi, tesi a rilevare la glacialità fallimentare dell’esistenza o la degradazione morale di un mondo alla rovescia.

Più modestamente, il Gospodin del giovane Löhle è un quasi barbone, animato da testardo idealismo: cerca di vivere tranquillo, senza l’ossessiva ricerca del benessere a tutti i costi, in un mondo in cui ormai ben essere significa soltanto essere pieni di soldi; lui, invece, che rifiuta il concetto stesso di denaro, senza particolari ideologismi e polemiche di supporto, si accontenterebbe di poco, per esempio delle mance che i passanti gli danno, incuriositi nel vederlo girare con il suo lama, che presto, però, gli viene tolto da Greenpeace – la sinistra borghesuccia! – mentre un po’ tutti contribuiscono a rendergli difficile la vita: la sua donna, che l’abbandona, portandogli via mobili e letto; l’amico/artista che per una sua videoinstallazione gli porta via il televisore. Perfino la valigetta piena di soldi, che un precario amico dai loschi traffici gli fa trovare, gli crea fraintendimenti e incomprensioni, facendolo finire in prigione; dove tuttavia, paradossalmente, gli sembra di sperimentare la libertà, non più inseguito dai miti e dalla frenesia del consumo.

Il tutto espresso con una scrittura piana, scorrevole, senza rimarchevoli ardimenti, sia sul piano drammaturgico (brevi scene dialogate e intermezzi lirici in cui gli altri due attori espongono lacerti di vita del protagonista) che su quello della scrittura scenica, su cui più si poggiavano le aspettative, almeno da parte di chi conosceva i precedenti illustri di uno degli artefici della sperimentazione teatrale negli anni passati. Ma, probabilmente, anche Barberio Corsetti (che conosciamo e seguiamo dagli ultimi e ormai lontani anni ’70, in cui formò La gaia scienza ; a non dire delle successive, rilevanti tappe di un percorso creativo, di continuo rinnovantesi e comunque sempre intrigante) non è più lo stesso: i contributi video realizzati per questo spettacolo non rivelano il loro precedente, originale rapporto con la scrittura drammaturgica, non più tesi – come sono – a sottolinearne la tensione letteraria in termini di autonoma ed efficace spazialità scenica, ma utilizzati piuttosto come forme di commento, o pleonastico accompagnamento, all’azione, peraltro ricondotta ad un apologo neo-brechtiano di cui lo spettatore, forse, non sentiva l’esigenza, almeno in queste così semplicistiche forme.

Resta la piacevolezza di un testo che, certo in maniera soft, punge, ma non graffia, o tanto meno ferisce, provocandolo, l’ormai indolente spettatore, tutt’al più attratto dalla melanconia di quel rifiuto di una società, che nessuno più realmente contesta: un rifiuto poetico, si direbbe, in un testo ben recitato da un noto attore e dai suoi compagni di scena, sotto la guida di un regista, senza più un gran voglia di sperimentare (se non, forse, gli umori del pubblico!). Una cosina leggera ma non stupida, appunto; come diceva la simpatica signora di cui all’inizio.

Autore: admin

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