Cinzia BALDAZZI – Gli attori applaudono se stessi (“Nerone…” di E. Sylos Labini).

 

Il mestiere del critico


 

NERONE:  GLI ATTORI APPLAUDONO GLI STESSI

In una Roma attualizzata, Edoardo Sylos Labini porta in scena gli ultimi giorni dell’imperatore e della sua corte.

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Girando lo sguardo qua e là nei locali eterogeneamente popolati – quando si accede infatti al Teatro Quirino si respira subito un’atmosfera di per sé mondana, nel foyer in parte occupato da wine bar e sala di lettura – intravedo in realtà pochi personaggi “in”: me ne aspettavo un bel numero, giunti a sostegno, a promozione, direttamente dal fronte dell’influente famiglia alla quale era legato il protagonista Edoardo Sylos Labini, stasera nei panni del mitico imperatore. Al contrario, tale ipotetica mobilitazione non si è manifestata in misura fastidiosa: a sipario ancora chiuso, sono abbastanza tranquilla. Al solito penso, al termine della rappresentazione, di uscire arricchita di un contenuto di informazioni, impressioni e giudizi, positivi e negativi, tali da consentire, il giorno dopo, di scrivere per voi una recensione quantomeno utile.

La scenografia fissa di questo Nerone. Duemila anni di calunnie – ultimo tra tanti, dopo l’atto unico di Ettore Petrolini del 1917, per saltare al 1973 con Nerone è morto? di Aldo Trionfo – nella drammaturgia di Angelo Crespi tratta dal libro di Massimo Fini, è costituita da un colonnato concavo, sormontato da un fregio e quasi nascosto da un pesante drappeggio dorato. Tra le colonne, a sinistra, una ballerina classica accenna passi di danza. Al centro, sul triclinio, Nerone smania nel sonno, tormentato dal fantasma della madre Agrippina (la ex-deputata Fiorella Rubino). Le luci si spengono, ed ecco riapparire il medesimo ambiente in abiti moderni: una coppia di maggiordomi elegantemente vestita (che non mancherà mai!), due ragazze in tubino nero, un giovane cortigiano con frezza rossa punk, un mimo dj alla consolle (suo è lo spazio fisso a destra, all’opposto della ballerina), i senatori in grisaglia da ufficio (il giovane Otone con l’anziano e ingobbito Rufo, di eloquio e fisionomia andreottiana), infine uno smagrito Seneca (Sebastiano Tringali), in completo di flanella scuro, con la custodia del telefonino al collo, in seguito abbandonata. I senatori tramano contro Nerone, accusato di occuparsi di arte e non di politica: “Un poeta legislatore è più pericoloso di un legislatore che scrive poesie”, e lo additano ad immorale: “I tuoi vizi privati offuscano la tua immagine pubblica”.

Ora, già qui, mi sento di chiarire una questione: da tempo, la riabilitazione moderna del quinto imperatore dell’antica Roma non suscita scalpore o sorpresa, essendo una delle numerose rivisitazioni prodotte dalla storiografia contemporanea negli ultimi ottant’anni, ad iniziare dal “buio” e “gretto” Medioevo: Alto (iniziato 400 anni dopo la morte di Nerone con le invasioni di slavi, arabi e normanni) o Basso che fosse (quello di Dante e Giotto, tanto per dire), è stato giustamente ricondotto allo statuto di fecondo promotore dei secoli a venire. Definire pertanto Nerone non un despota omicida, all’inverso, un amante della plebe, difensore in Senato dei loro diritti, potrebbe così coincidere con una realtà non bisognosa di un particolare estro creativo della fantasia. A contare, allora, per divenire sorprendente, sarebbe, da sola, la realizzazione artistica di per sé.


Quando però, in conclusione, indossata la corazza e brandita la spada, coperto da una folta cascata di petali di rosa, Nerone proclama: “Soltanto la poesia può salvarci. Tutto svanisce, la poesia no. La poesia dura più del bronzo”, ebbene, io di poesia non ho potuto cogliere la minima traccia, dal primo all’ultimo quadro, né in chiave allegorica né simbolica. Eccolo dunque, Nerone, più volte appellato Lucio Domizio Enobarbo, anche lui in abiti contemporanei, frangetta sulla fronte, capelli sul collo, corona di alloro, accanto alla giovane Poppea (Dajana Roncione), inguainata in un vestito dorato. Si articola un dialogo con Seneca: ”Preferisco il teatro vero, dove si finge, che è più vero della politica”, spiega l’imperatore, lamentando le troppe tasse e proponendo di abbassarle: “Il popolo deve avere più soldi da spendere”. E lancia frecciate ai seniores: “Troppo dèditi agli ozi, e poco ai negozi”.

A questo punto, quando Sylos Labini, rivolgendosi agli spettatori della platea in quanto “popolo”, scende dalla ribalta per proseguire il discorso nel corridoio centrale tra le poltrone, scrutandoci in volto, mi torna chissà perché in mente una vignetta della disegnatrice statunitense Judy Groves, dove Ludwig Wittgenstein, alla fine degli anni Venti, appena insignito della laurea a Cambridge (la sua tesi era l’indecifrabile Tractatus), posa tra gli amici George Edward Moore, docente di filosofia, e Bertrand Russell, entrambi suoi esaminatori. I due professori stringono la tesi tra le mani e Wittgenstein, in mezzo ai loro volti sorridenti, un po’ avvilito e rassegnato, dice: “Niente paura, lo so che non la capirete mai”. I presenti riferivano di una cerimonia accademica simile a una farsa, con il neolaureato a consolare i relatori con una pacca sulle spalle. Riaperti subito gli occhi sulla scena neroniana, oltre a scorgere l’abisso dell’incomprensione al cui interno sarei sprofondata per quasi due ore, sono stata però confortata dall’aver scovato, in una memoria inaspettata, una via d’uscita, la stessa dichiarata da Wittgenstein: “Sono riuscito a mettere ogni cosa a posto saldamente, tacendone”. Ma vediamo come va a finire.

L’imperatore continua a seguire il copione, lodando il singolo cittadino, l’individuo, impoverito da un sistema fiscale oppressivo; promette di regalare a ciascuno quattrocento sesterzi per aumentare la ricchezza di tutti; garantisce, con retorica cronologicamente poco coinvolgente, sul mantenimento duraturo delle promesse: “Queste mie parole siano scolpite nella pietra” (non esistendo la stampa, tantomeno la carta stampata, non vedo dove altrimenti avrebbero potuto essere fissate pro futuro); non fosse abbastanza, in ultimo annuncia un “contratto con il popolo”. A scadenze, nel corso dello spettacolo, ritornano voci fuori campo: bisbigli, frasi accusatorie, gossip anonimi, parole di bocca in bocca ad alimentare la protesta contro Nerone. E, quasi avessimo scarsità di elementi fuorvianti, davanti alla corte al gran completo Nerone crede opportuno intonare “La calunnia è un venticello”, la famosa aria di Basilio nel rossiniano Barbiere di Siviglia, presto seguito dalle ragazze, quindi dagli altri, illuminati da fasci di luce da discoteca. È l’occasione della recita, dove si concede un po’ di tradizionale “teatro nel teatro”. Sempre rivolto al popolo, ovvero a noi, interpreta la scena ottava del Nerone petroliniano ( “Bravo!”, “Grazie!”), fino a far scattare gli applausi degli astanti, che si ripeteranno un altro paio di volte.


Adesso è giunto il momento di porsi alcune domande. Da dove vengono i maggiordomi? Può darsi io non abbia notato un rinfresco nel foyer e loro, da lì, vestiti in pompa magna, giungono con un vassoio in mano a portarne gli avanzi? Magari si sono smarriti, non hanno capito di trovarsi nella Domus Aurea. E quella donna bionda, altissima, fasciata di nero dal collo ai piedi, con incedere da pin up, è salita dalla scaletta laterale abbandonando il parterre? Ecco il motivo per cui sono loro a battere le mani, e non noi. Poi rifletto: siamo noi il “popolo” a cui parla Nerone. E perché non siamo stati invitati a salire? Si adopera per il tornaconto collettivo, il grande Enobarbo, per il nostro diritto a sopravvivere, a commerciare, a spendere, a dilettare con la poesia e la musica. Nondimeno, suggerisco a me stessa: non sono qui per assistere a un comizio. E di nuovo mi correggo: quale comizio, semmai è un avanspettacolo, un’opera teatrale che si auto-applaude, una revisione storica scontata e non spettacolare, un copione metà farsa metà feuilleton elettorale (con quello “Stai sereno…” rivolto da Seneca a Rufo).

Tuttavia, nonostante i miei sforzi, i conti non tornano. Sylos Labini e la sua squadra – almeno suppongo – hanno deciso liberamente, come affermazione di poetica, di trasmettere una ricca antologia di negatività, una serie di risultati “venuti male”. La già citata illustratrice Groves (nel bellissimo libro illustrato scritto con John Heaton), ricordando una conferenza tenuta da Wittgenstein nel ’29, a proposito della differenza tra un uso “relativo” e un uso “etico” del bene, descrive due giocatori di tennis e l’arbitro (di spalle, è presumibilmente il filosofo). La frase del primo tennista è: “Se gioco male al tennis e mi criticano, posso rispondere: ‘Sì, ma sono contento di giocare male’”. Il secondo ribatte: “Ma se sono un mentitore cronico e soddisfatto di esserlo, molti direbbero…”. L’arbitro interrompe: “Bugie! Questo non è bene. Non DEVI essere soddisfatto!”.

Insoddisfatta mi allontano dal Teatro Quirino, faro di luce acceso nelle gelide strade notturne del rione Trevi, per non essere stata capace di elaborare un giudizio complessivo sull’opera. Eppure, questa regola morale di ogni critico – la consapevolezza di aver in qualche modo compreso l’opera da recensire – cela in sé un dovere di natura singolare. “Per esempio”, continua Wittgenstein, “potrei sempre trovare motivi per mentire”. Io non lo faccio, affronto la mia distanza, pur senza avere accanto Sylos Labini che, per consolarmi di tale stato d’animo in me generato dalla sua libera messinscena, mi concede amichevolmente una pacca sulla spalla. Ma io purtroppo non sono Bertrand Russell, e lui non è Wittgenstein. È forse Nerone? Chissà…



Nerone. Duemila anni di calunnie

di Edoardo Sylos Labini

liberamente tratto dall’omonimo saggio di Massimo Fini

drammaturgia Angelo Crespi

con Edoardo Sylos Labini (Nerone), Sebastiano Tringali (Seneca), Dajana Roncione (Poppea), Giancarlo Condè (Fenio Rufo), Gualtiero Scola (Otone), Fiorella Rubino (Agrippina), Paul Vallery (dj e mimo) e la Fonderia delle Arti (la corte)

scene e costumi Marta Crisolini Malatesta – disegno luci Pietro Sperduti – musiche originali Paul Vallery – foto Pino Le Pera

RG Produzioni

Autore: admin

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