Cinzia BALDAZZI- Attendere o non attendere (“Aspettando Godot” di Beckett, regia di M. Scaparro)

 

Il mestiere del critico


 

ATTENDERE O NON ATTENDERE. QUESTO NON È IL PROBLEMA

Maurizio Scaparro alla sua prima regia beckettiana con Aspettando Godot. Un cast di attori di altissimo livello.

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Una splendida scelta di regia tra pause e vicende, nonché un’altrettanto coinvolgente interpretazione drammaturgica aspettavano il pubblico, nella piovosa serata romana di giovedi 14 gennaio, al Teatro Parioli – queste rimarranno le poche considerazioni spazio-temporali indiscutibili dell’intero evento – in occasione della “prima” di Aspettando Godot per la regia di Maurizio Scaparro, le scene di Francesco Bottai, i costumi di Lorenzo Cutuli. Raggiungendo il teatro mi ero ovviamente resa disponibile al massimo, con l’immaginazione potenziata dalla conoscenza letteraria dell’autore e dell’opera stessa, ad affrontare qualsiasi trasformazione del concetto tradizionale della spazio-temporalità quotidiana. Inoltre, già sapevo come Pozzo, uno dei quattro protagonisti, a un certo momento, ormai spazientito, sul palcoscenico avrebbe ammonito tutti affermando: “Basta con queste storie di tempo!”.

Così, mentre scendevo le scale per prendere posto in platea, quando ho reincontrato, dopo tanto tempo, Fausto Bertinotti accompagnato dalla moglie Lella, il regista e sperimentatore Italo Moscati, a lungo frequentato, l’attore Carlo Simoni, il bellissimo Aleksej Karamazov dello sceneggiato dostoevskiano (“amore” televisivo della mia gioventù, conosciuto poi negli anni ’80), allora, mentre prendevo posto, sono entrata volentieri nella logica utopica del gioco di tempo-non tempo beckettiano, dove è apparso subito chiaro come, non essendo intercorso alcun termine di appuntamento tra me e loro, esattamente per questo l’incontro, con ciascuno di essi, il trovarsi di fronte, si era potuto, in concreto, verificare.

Di lì a poco Estragone e Vladimiro, su una scena nuda – un solo tronco d’albero posto di lato – costituita da una pedana disadorna prospetticamente rialzata verso uno schermo di cielo-orizzonte, avrebbero infatti vissuto un’esperienza di incontro dialetticamente opposta, avendo per l’appunto “fissato” un rendez-vous con il signor Godot, unito alla promessa di esserne ospitati in casa trovando caldo, riparo, cibo. A quanto pare, la coppia è lì però in un’attesa già di per sé critica, quando – nel contesto di un’interpretazione straordinaria per efficacia espressiva ed emozionale durante l’intera pièce – Antonio Salines, nei panni di Estragone, chiede all’amico: ”Sei sicuro che sia qui?”, e a Vladimiro – un bravissimo Luciano Virgilio – che risponde “Cosa?”, lui ribatte: “Che dobbiamo aspettare…”. La trama sarebbe riassumibile in breve, anche se, a voler rispettare una tradizione consacrata da secoli, non lo è in assoluto, in quanto non potrei anticipare per voi quando o come la storia si svolga, inizi, termini. A proposito di un sogno – ma, tanto, sogni e realtà in un senso specifico rivelano il medesimo basso grado di verifica – Vladimiro raccomanda all’amico, per ben due volte: “Non raccontarmelo!”. Dunque non la racconterò.

I due uomini, vestiti come dignitosi barboni, lamentano il freddo, la fame, il proprio confuso, scoraggiante stato esistenziale. Litigano, pensano di separarsi, progettano persino il suicidio, ma restano interdipendenti. Proprio attraverso i loro discorsi sconnessi, superficiali, inerenti argomenti futili, banali, emerge il non-senso della vita umana. Quand’ecco, anticipato da un grido terribile, subentrare il corpulento Pozzo, indossando un costume circense, giacca a coda guarnita da spalline dorate, panciotto, bombetta rossa, stivali, frusta. Dirà, invero, che i subentrati sono loro, in quanto quella terra gli appartiene. Edoardo Siravo è capace, in fasi alterne, guidate da una precisa intenzione registica, di governare espressività shakespeariane accanto a movenze stanislavskiane, vale a dire, in taluni casi parlando dentro di sé per noi, oppure gridando direttamente alla nostra anima il proprio mondo, con la gestualità dell’intero corpo. Domatore di esseri umani, Pozzo conduce Lucky per mezzo di una corda legata al suo collo: l’uomo-maiale (lo chiama “porco”), vestito di chiaro, porta per lui i fardelli di un paniere di vimini, un sacco pieno di sabbia, un seggiolino pieghevole, una fisarmonica. A richiesta, balla e canta.

Nella pur lunga esperienza di cronista teatrale, non ho mai avuto occasione di assistere a uno spettacolo totalmente allestito secondo i canoni dell’Actor’s Studio: l’accademia, inizialmente ispirata al già citato Konstantin Stanislavskij, si arricchì in seguito di esperienze di interiorizzazione, coincidenza, tra la scrittura e l’atto, con totale immedesimazione dell’interprete, così evidente, ad esempio, nelle prove sostenute da Marlon Brando, James Dean, Rod Steiger, fino a Robert De Niro, Kathleen Turner, Al Pacino. In distinte occasioni, durante spettacoli di alto livello, ho invece assistito – come giovedì sera – all’innesto di precise tranche drammaturgiche tipicamente appartenenti a tale scuola. In questo Aspettando Godot, Scaparro ha genialmente inserito la performance totalizzante di Enrico Bonavera, in particolare il difficilissimo monologo di Lucky: un progressivo, torrenziale non-sense, quasi in apnea, intensificato, abbinato a movenze ritmate, repentine, quasi etero-dirette, tale da meritarsi un applauso a scena aperta, quando alla fine attore e interprete, “entrambi” stremati, stramazzano al suolo come svenuti.

Sapremo, da un ragazzo (o due? è probabile si tratti di fratelli) – in una probabile autocitazione dell’autore, quando, partecipando alla resistenza francese, si prestava a fare da corriere tra i partigiani – che Godot ha la barba bianca, possiede una casa confortevole, capre e pecore di cui i “messaggeri” sarebbero i custodi. L’uno e l’altro, in diversi momenti del racconto (impersonati da Michele Degirolamo), portano ai poveretti il medesimo messaggio. La prima volta, tutto d’un fiato: “Il signor Godot mi ha detto di dirvi che non verrà questa sera ma di sicuro domani”. Nel secondo atto, riconosciuto da Vladimiro, quest’ultimo, temendo il peggio, lo anticipa: “Hai un messaggio dal signor Godot”, “Sissignore”, “Non verrà questa sera”, “Nossignore”, “Ma verrà domani”, “Sissignore”. Ci chiediamo: domani di quale mese? di quale anno? Siamo convinti che non fosse ieri? Se, viceversa, dovessimo affrontare un domani senza futuro? Soprattutto, chi è questo Godot?

Sono persuasa, da sempre, che una risposta debba essere da qualche parte. Non è possibile che Godot non esista: il tempo dell’attesa non si può in alcun modo annullare, nella finzione come nella vita, anche ridotto a una frazione di secondo, allo spazio, ad esempio, della parola tra un’immagine che afferriamo e la sua identificazione mentale; il fatto di attenderlo ne garantisce da solo l’essere. Non si può aspettare il nulla: coinciderebbe con il non aspettare. Dunque, senza vedere, comunicare, sentire alcunché, sotto la luce o al buio, ma comunque nell’indistinto. Invece, lamentando in tono straziante, nell’ottava scena, la dura sorte, Pozzo si appella a Estragone e Vladimiro: “Quando! Quando! Un giorno, non vi basta, un giorno è diventato muto, un giorno io sono diventato cieco, un giorno diventeremo sordi, un giorno siamo nati, un giorno moriremo, lo stesso giorno, lo stesso istante, non vi basta?”. Sì, ci basta, per fortuna ancora vi ascoltiamo, ci ascoltate. Esistiamo, esistete. Il nulla è pertanto lontano.

Estragone, al termine, dirà, non interessa se ironicamente: “Proprio una bella serata”. All’uscita degli attori alla ribalta, dopo due-tre richiami calorosi del pubblico, si unisce anche Maurizio Scaparro, per poi rapidamente dileguarsi dietro le quinte. Contavo di incontrarlo, perché da giovane mi aveva seguito nei primi passi dell’attività giornalistica quando dirigeva la Biennale Teatro di Venezia. Siccome l’appuntamento è in qualche modo fissato, anche se solo da parte mia, è ovvio che, certamente, “verrà domani”.

Forse vi chiederete come faccio a essere così convinta che attendere Godot non sia inutile, perché, oggi o domani, chissà da dove, quando meno lo aspettiamo, arriverà. Ad accoglierlo con me purtroppo non c’è più la persona che mi ha insegnato a concepire il teatro come nient’altro che attesa: il grande Adriano Magli, docente di spettacolo, alto dirigente radiofonico, ancor prima regista, quindi a suo modo espertissimo nel non deludere attese, anzi nel provocarle, sia tra studenti che tra ascoltatori. Negli anni ’70, alla Sapienza, nei locali del teatro Ateneo – dall’ambiente, quello sì, altamente beckettiano – illustrando la poetica del drammaturgo irlandese, allargata all’intera storia della drammaturgia, Magli suggeriva pensoso: “Il teatro è attesa. Nel teatro bisogna attendere”. Uscendo dal Parioli, alzo gli occhi, dopo pochi metri, per osservare il suo appartamento di allora. Non credo mi aspettasse: non possiedo una formazione di natura mistica, tantomeno legata alla superstizione, come del resto Beckett, condiviso dai suoi sostenitori. Prediligo anzi la concretezza della vita, il piacere tangibile avvertito alzando gli occhi alle finestre di quell’abitazione, ripetendo tra me e me il saluto iniziale di Vladimiro a Estragone: “Sono contento di rivederti. Credevo fossi partito per sempre”.

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Aspettando Godot di Samuel Beckett

regia Maurizio Scaparro

con Antonio Salines (Estragone), Luciano Virgilio (Vladimiro), Edoardo Siravo (Pozzo), Enrico Bonavera (Lucky), Michele Degirolamo (ragazzo)

scene Francesco Bottai, costumi Lorenzo Cutuli, luci Salvo Manganaro

Centro di produzione d’Arte Contemporanea Teatro Carcano

Autore: admin

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