Cinzia BALDAZZI – Rumori falsi, forse veri. Chissà… – Attori & Tecnici in “Rumori fuori scena” di Michael Frayn

 

Il mestiere del critico

 

 

RUMORI FALSI, FORSE VERI. CHISSA’…

 

La compagnia Attori e Tecnici ripropone al Teatro Vittoria di Roma la pièce Rumori fuori scena di Michael Frayn, nell’allestimento originario di Attilio Corsini.

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Mi siedo in platea un po’ guardinga e abbastanza curiosa di sapere da quale parte entrino personaggi o interpreti a raccontare la storia di Nothing On, titolo della commedia da mettere in scena, dinanzi alle cui prove, suggerimenti, controlli e verifiche di copione, si trova la compagnia (non certo eccellente) protagonista di Rumori fuori scena di Michael Frayn, un classico pezzo di “teatro nel teatro” che Attilio Corsini (scomparso nel 2008), con i suoi bravi Attori e Tecnici, realizzò la prima volta più di trent’anni fa. Nella sala del Teatro Vittoria, a Roma, rumori intorno se ne sentono: il solito vociare delle persone, il cigolìo delle poltrone alzate e abbassate, il suono spezzato e frammentato di pacchettini dei quali si aprono varie confezioni. Ho la sensazione, insomma, di trovarmi in un pubblico familiare: sono tranquilla, anche se, mi chiedo, come farà l’umorismo finemente british del londinese Frayn, autore di questa pièce nell’82, a prendere posto tra noi, tenendoci occupati per quasi tre ore? “Non funzionerà mai qui da noi, è humour inglese”, ripeteva perplesso Corsini all’epoca. Ma, una volta convinto, la sua regìa, le scene di Bruno Garofalo e le musiche di Arturo Annecchino – conservate inalterate nella presente edizione – ricordo bene come avessero subito risposto al quesito, lasciando equivoci e rumori fuori dal loro spazio scenico, e immettendoli nello scenario tipico del Teatro di allora, che ancora oggi difendo e in cui credo.

Una compagnia impegnata nella rappresentazione di un’opera teatrale? Da una parte il copione da recitare, dall’altra la storia della sua manifestazione, orale e prossemica, degli attori di volta in volta dinanzi al pubblico a recitarla. Infine, con una logica modale, dove accanto al “sì” e al “no” da molti decenni esiste il “forse”, in un “ipotetico” terzo atto ecco apparire finalmente la commedia in corso: ma delle tre, appunto, la più immaginaria, la meno reale, il puro “forse”. In una parola: la sua rappresentazione. Ma seguiamo passo dopo passo tale sviluppo, cominciando a riassumere la trama, continuamente spezzata da un intreccio diverso e complesso, peraltro – almeno credo – ormai abbastanza noto.

Davanti a noi si apre il salone centrale di una casa di campagna, dove si svolge la storia: sullo sfondo la porta d’ingresso e la finestra, ai lati gli accessi alla cucina e al bagno, al centro un divano bianco e accanto un tavolino con il telefono, più giù un piccolo mobile con la televisione. A sinistra, una scala di legno porta al piano superiore, dove si aprono quattro porte tra ripostigli, armadi e stanze da letto, tutte lungo la balaustra affacciata sul salone sottostante. Attori e tecnici sono alle prese con la prova generale della commedia il cui copione, per quanto sia intitolato Nothing on (“Niente addosso”), agli inizi rimane materialmente legato alla figura del regista (impersonato da Carlo Lizzani), il quale, nella prima parte, in platea fra gli astanti, tenta di potenziarla rispettandone la presenza delle intenzioni narrative.


La governante, l’anziana signora Clackett (la brava e “storica” Viviana Toniolo), con il giornale e un piatto di sardine, vorrebbe assistere alla corsa dei cavalli Royal sul tv color dei padroni. I disturbi a questa sua aspirazione costituiscono lo sviluppo narrativo totale della storia: una coppia che ha programmato un’avventura amorosa, ovvero l’agente immobiliare, incaricato di affittare la casa, e un’impiegata dell’ufficio delle imposte; poi, i proprietari, rientrati all’improvviso dopo aver inscenato una fuga in Spagna per motivi fiscali; quindi un ladro, infine uno sceicco intenzionato ad acquistare l’immobile. Per varie ragioni (inutili da ripetersi, a chi già le conosce, o inedite per qualcuno, dunque da non anticipare), giungiamo al cuore dell’intreccio: affinché non avvenga l’incontro tra le coppie, la scena – ancor oggi come allora – è un simultaneo, lodevole andirivieni da sophisticated comedy, tra chi esce e chi entra, chi sbaglia e chi corregge, chi cita il copione, chi lo smentisce.

Terminata la prima parte, coincidente con la prova generale, quando il sipario viene di nuovo aperto, ecco dispiegarsi il medesimo allestimento, ma visto dalla parte posteriore: siamo cioè dietro le quinte, esattamente alle spalle del palcoscenico e della platea. Le porte – attenzione all’alto simbolismo delle varie maniglie – nel primo atto aperte verso l’interno portando al backstage, ora girano all’esterno e introducono in scena. La compagnia, in tournée in un paese del centro, è in procinto di iniziare una replica pomeridiana riservata ad anziani e pensionati. Dopo varie esitazioni, ripicche, gelosie, dispetti, anche esilaranti, lo spettacolo prende vita, e noi vi assistiamo non dalle poltrone della platea (dove in realtà siamo comodamente sistemati), bensì dalla parte posteriore. Viene mostrata la zona nascosta, con il corredo di equivoci divenuti ormai “rumori”: il pubblico, infatti, non sa più associarli ad alcuna battuta prevista, né tantomeno a una sua edizione concordata o motivata, con la relativa attuazione-recitazione a essa riservata; il tutto, nei vari gradi di svelamento del “vero” di ciò che di “finto” sentiamo rappresentare nel palcoscenico, collocato dall’altra parte.

Pur rimanendo geniali gli accorgimenti che procurano l’impressione di un palcoscenico ruotato di centottanta gradi, da una prospettiva di fantasia tale retroscena è la zona più strumentale dello spettacolo. È la smentita, il “no”, il “non è vero” delle prove del primo atto; tuttavia, non è nemmeno, ancora, il “forse” della commedia in cartellone, ancora mai apparsa in scena. “Sono incinta”, grida al regista, ora suo amante, la giovane assistente, tra urla, equivoci e proteste: immediatamente cade il silenzio, prevale il nonsense, e viene tirato per la seconda volta il sipario.

Mi piace immaginare – data l’atmosfera di piena libertà di finzione – come gli americani Lewis e Langford, geniali autori, poco meno di un secolo fa, della logica modale, ovvero della possibilità sempre aperta, siano venuti in aiuto del cugino britannico Michael Frayn nel momento della scrittura di Rumori fuori scena, offrendo la possibilità di dare vita in modo attendibile, inquietante e dialettico, ad azioni, commenti, successioni spazio-temporali di racconto e raccontato, assolutamente irreali e inattendibili. Alla fine, ciò che vedo è un gruppo di attori italiani, nelle vesti dei colleghi inglesi, a loro volta nei panni – ma non secondo copione – dei personaggi della commedia Nothing On, che nessuno però ricorda più: il regista, prima seduto in platea, poi anche lui attore improvvisato, ha ormai mollato la presa, ha lasciato la pièce al suo destino, mentre il pubblico non sappiamo se e come la accoglierà.

Il famoso, ipotetico terzo atto, sotto l’egida di “forse-finalmente-assisteremo-alla-commedia-vera-e-propria”, mostra di nuovo la scenografia frontale. Siamo in un’altra città, è passato del tempo. Gli attori sono svogliati, demotivati, non credono nel copione, eludono le indicazioni registiche, smarriscono le battute, le stravolgono, ne inseriscono di nuove, sbagliano clamorosamente i tempi di entrata e uscita, non governano più gli oggetti, simboli una volta significativi e fondamentali (la bottiglia di whisky, la borsa, il telefono, il piatto di sardine), concludendo con un improbabile sceicco impersonato dall’assistente con il pancione. Le maniglie, insostituibili utensili magici del perfetto meccanismo di apertura-chiusura delle porte, ora falliscono miseramente. La recita prosegue, ma la trama è incomprensibile e senza un senso decifrabile.

La commedia sarebbe distrutta, se non fosse che, entrando al Teatro Vittoria, tutti sapevamo di assistere a un allestimento teatrale della compagnia Attori & Tecnici con la regia di Stefano Messina. Dunque, nessuno di noi pensava di dover fare i conti con cosa fosse vero e cosa falso: se, ad esempio, l’assistente, prima sbarazzina, poi affaticata da una gravidanza avanzata, fosse “il personaggio”, la creatura inventata da Frayn, e rielaborata nell’edizione ora in scena, oppure “l’attrice” Claudia Crisafio. Uscendo, ammirata per l’edizione alla quale avevo assistito, a sipario tirato e dopo gli applausi, i falsi e voluti equivoci sono dissolti, mentre i cosiddetti “rumori”, già da secoli, rimangono consapevoli di come la realtà del teatro non sia che la sua finzione, il suo “forse”, che poi non è “uno” ma “tanti”: ciascuno ha il proprio. Sì, è vero: i rumori, che non riescono ad essere parole esplicitamente vere o false, sono rimasti irrimediabilmente fuori scena.

 

RUMORI FUORI SCENA

di Michael Frayn (traduzione di Filippo Ottoni)

con Viviana Toniolo, Annalisa Di Nola, Stefano Messina, Carlo Lizzani, Roberto Della Casa, Marco Simeoli, Claudia Crisafio, Elisa Di Eusanio, Sebastiano Colla

scene Bruno Garofalo, musiche Arturo Annecchino

regia Attilio Corsini

produzione Attori & Tecnici

Autore: admin

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