Cinzia BALDAZZI – La Fantasia veste di nero. Lavia rilegge Pirandello: i “Sei personaggi” al Teatro Eliseo

 

 

Il mestiere del critico


 

LA FANTASIA VESTE DI NERO


Un classico di Luigi Pirandello nella lettura di Gabriele Lavia: i “Sei personaggi in cerca d’autore” al Teatro Eliseo di Roma.

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Questa volta, entrando al Teatro Eliseo di Roma, tra celebrità e vip come Umberto Orsini, Gianni Letta e Marco Travaglio, con la new entry del giovane Brenno Placido, o conferme di un tempo come la bella Maria Rosaria Omaggio, questa volta, dicevo, sedendomi in platea ero un po’ in apprensione. Tra di loro, infatti, avevo inutilmente cercato di scoprire accanto a chi si fosse presentata quella “servetta sveltissima e non per tanto nuova sempre del mestiere”, un po’ “dispettosa e beffarda”, vestita di nero, che parecchi anni or sono aveva condotto in casa di Luigi Pirandello la famiglia protagonista della serata. Insomma, cercavo la Fantasia della celebre prefazione del 1925 alla terza edizione dei Sei personaggi in cerca d’autore, vale a dire, in termini moderni, il creator, l’ideatore della messa in scena alla quale avrei assistito.

Un tuono nel buio della sala, però, uno splendido scenario, gli attrezzisti tanto indaffarati, per fortuna hanno fatto sì che, poco dopo, non solo la riconoscessi, ma l’incontro, invece di suscitare timore, evocasse in me una sorta di conforto: perché, in realtà, la Fantasia, una volta in scena Padre, Figliastra e Capocomico, a entrare in campo era e sarebbe stata soltanto la mia e la vostra, senza dover subire alcun confronto gerarchico con le sue proiezioni. Eppure, appena schierato il numeroso cast (ventuno attori, quasi sempre in scena al completo), mi si stringe il cuore, e non mi rassicura affatto, come dovrebbe, la “voce” fuori campo di Pirandello che ne cita letteralmente le note di regia, elencando in dettaglio quanto appare dinanzi a noi: “Troveranno gli spettatori, entrando nella sala del teatro, alzato il sipario, e il palcoscenico com’è di giorno, senza quinte né scena, quasi al bujo e vuoto, perché abbiano fin da principio l’impressione d’uno spettacolo non preparato. Due scalette, una a destra e l’altra a sinistra, metteranno in comunicazione il palcoscenico con la sala”.

Possibile, mi chiedo, trovarmi in mezzo a loro, proprio tra quelle creature incomplete le quali, una a lato dell’altra, chi davanti chi dietro, non fingono, risultando piuttosto “umanissima figura, sì, perché priva di spirito, cioè incosciente d’essere quello che è o incurante di spiegarselo”; possibile, ripeto, che gli artisti della compagnia di Gabriele Lavia, senza apparire falsi, riescano a interpretare gli attori protagonisti dell’opera originale, nella quale, a loro volta, sono più o meno intenti a ricoprire i ruoli di quei sei personaggi, rimasti a metà tra la mente dello scrittore e la completa vita della Fantasia? Ebbene, sì. È giusto riconoscere come siano passati più di trent’anni (dall’edizione del 1980 di Giancarlo Cobelli con Turi Ferro) da quando, pur essendo assidua frequentatrice di eventi pirandelliani, non provavo una simile sensazione. Quale sensazione mi ha catturato?

Per spiegarla, è meglio prima occuparsi della trama-intreccio della commedia che l’ha prodotta, così come è stata genialmente gestita dalla regia di Gabriele Lavia, impreziosita dai costumi di Andrea Viotti e dalle scene di Alessandro Camera. Semplice da riassumere, in concreto non lo sarebbe: magari, le aspettative personali sulla figura del Capocomico (il pur bravo Michele Demaria, l’unico peraltro ad aver almeno in parte disatteso la prefigurazione da me sviluppata di tale ruolo) non corrispondono a quelle suggerite dalla vostra Fantasia, e accadrebbe, nel complesso, di mettere in rilievo alcuni aspetti del racconto che a Lei e a voi potranno apparire secondari. Vale la pena comunque di tentare.

Mentre si allestiscono le prove del secondo atto del Giuoco della parti, l’usciere annuncia l’arrivo di sei Personaggi in carne ed ossa, i quali attraversano la platea nell’oscurità: provenienti dal ridotto, avanzano con esitazione. Il Padre, la Madre, la Figliastra, il Figlio, il Giovinetto, la Bambina, ombre della Fantasia, vestiti di nero, tranne la piccola in un candido abitino bianco, salgono i gradini laterali fino alla ribalta. Il direttore, inizialmente disturbato dall’interruzione delle prove, lascia che queste creature, “fantastiche” nonostante l’apparenza materiale, espongano il loro destino dimezzato, tra l’essere e il divenire, in quanto sì generato dall’autore che le creò, ma non vissuto fino in fondo perché mai trascritto su carta: quasi un colpo di mano della “dispettosa e beffarda” creatrice, la mitica servetta “da tanti anni a servizio” dell’arte pirandelliana. Tutto ciò si evince immediatamente da quando si decide di rappresentare la tragica storia familiare, animata sopra ogni cosa dal Padre (un elegante e persuasivo Gabriele Lavia) e dalla Figliastra (la figlia Lucia Lavia, quasi una metafora del simbolismo espressivo gestuale mejercholdiano). Scartati gli attori della compagnia in quanto artificiosi, saranno i medesimi personaggi a incarnare la propria sorte. A quale sembianza della sorte si allude?

Potrei rispondere, dal punto di vista storico-critico della letteratura pirandelliana, seguendo varie modalità. Ma, proprio quel sentire di prima, non lascia che una risposta. E non è la mia: appartiene a Vitangelo Moscarda, creatura che tra personaggi, attori e “caso” (nella sua vicenda, il naso improvvisamente storto), trasmette e fa vedere oltre quello che noi solo sappiamo: lo ascolteremo da Gabriele Lavia riproposto in uno degli avvincenti monologhi della pièce. Nel romanzo Uno nessuno e centomila, la cui scrittura in progress interseca cronologicamente anche i Sei personaggi in cerca d’autore, Moscarda afferma: “Compiamo un atto. Crediamo in buona fede d’esser tutti in quell’atto. Ci accorgiamo purtroppo che non è cosí, e che l’atto è invece sempre e solamente dell’uno dei tanti che siamo o che possiamo essere, quando, per un caso sciaguratissimo, all’improvviso vi restiamo come agganciati e sospesi: ci accorgiamo, voglio dire, di non essere tutti in quell’atto, e che dunque un’atroce ingiustizia sarebbe giudicarci da quello solo, tenerci agganciati e sospesi a esso, alla gogna, per un’intera esistenza, come se questa fosse tutta assommata in quell’atto solo”.

Insomma, al Teatro Eliseo, nelle poltrone occupate da un pubblico assorto, rapito e forse un po’ incredulo, quell’atto di buona fede, di essere “tutti per uno”, l’abbiamo potuto compiere perché anche la più distante attrice del gruppo, con un fascinoso cappello e un costume di gran classe, in qualsiasi attimo della presenza in scena, anche o forse perché poco distinguibile dagli altri nella totale coloritura avana-beige dell’abbigliamento, utopicamente porgeva a noi la mano per aiutarci a comprendere. A essere precisi, in una prospettiva cronologica e tematica, sarà tuttavia con Ciascuno a suo modo del 1924, e con Questa sera si recita a soggetto del 1929 (seconda e terza opera della trilogia del “teatro nel teatro” aperta dai Sei personaggi), che noi spettatori entreremo espressamente in campo. Allora io confesserei – e a Pirandello forse non piacerebbe troppo – che tanto spettatore, in quel caso, non mi sento, perché a descrivere il mio mondo non sono io, ma addirittura lui. E quando a interpellare e delineare l’orizzonte della nostra Fantasia, al di là dei limiti del testo (simboleggiato con malizia nella figura dell’invadente suggeritore), è nientemeno che Luigi Pirandello, direi che il sentirsi condizionati, ironicamente, è il minimo che possa succedere.


Non qui, però. Da lontano, osservo l’interprete del celebre Leone Gala, trionfatore assoluto nell’universo pirandelliano della forma “concreta” che vince la sostanza “vuota” e conformista: è il protagonista dell’opera Il giuoco delle parti, in corso di prova all’interno del plot dei Sei personaggi. Lo seguo per più di metà della prima parte aggirarsi con berretto da cuoco e grembiule, intento a sbattere con un mestolino di legno un uovo in una ciotola. In un secondo momento, eccolo suonare la fisarmonica nel regno della “vuota” forma, ospite di una “concreta” e melodrammatica sostanza dei Sei personaggi nell’equivoco boudoir di Madama Pace, quando il Padre si trova dinanzi la Figliastra. Ebbene, allora finalmente comprendo come, a stabilire quale dei due punti di vista esistenziali sia più credibile, dipenda solo da me. Perché l’uno tranquillizza con la circolarità del movimento del mestolo, l’altro conforta con gli accordi struggenti nel salotto di un incontro mercenario.

Sola, seppure non abbandonata, dunque, la mia Fantasia, ora attirata dalla “atroce inderogabile fissità” lamentata dal Padre e dalla Figliastra, non malgrado bensì grazie a loro, cerco di superare la presenza fissa di quello che dovrei essere, capire, affermare nella mia vita per gli altri, salendo i gradini diretti al palcoscenico insieme a coloro i quali, prima o poi, lo faranno, per riuscire a scoprire cosa si nasconda dietro le immagini imposte. Ricordo, a un certo momento, di essermi sentita come il Figlio: “proteso verso la scaletta, ma, come legato da un potere occulto, non potrà scenderne gli scalini”. È probabile accada anche a me, come a lui: “tra lo stupore e lo sgomento ansioso degli Attori, si moverà lentamente lungo la ribalta, diretto all’altra scaletta del palcoscenico; ma giuntovi, resterà anche lì proteso, senza poter discendere”. Nondimeno, quando magari qualcuno, chissà quando, riderà di me o di voi, come la Figliastra farà del Figlio, allora, per continuare a vivere, risponderò con le parole del nostro grande autore: “Io non ho affatto rappresentato quel dramma: ne ho rappresentato un altro. E non starò a ripetere quale!”. È verissimo, il mio e il vostro modo di vivere – “dramma“, in termini pirandelliani – può così superare “il conflitto immanente tra il movimento vitale e la forma”, “condizione inesorabile non solo dell’ordine spirituale”, ad esempio dell’arte, “ma anche di quello naturale”, dell’esistenza quotidiana.

Che altro dire di questo popolo pirandelliano che Lavia, con la sua compagnia, ha saputo animare senza “fissare”? Attori e interpreti dei personaggi, nel corso dell’intero spettacolo, tendono la mano ma poi, a qualsiasi nostra richiesta di risposta, la chiudono in un pugno. Del resto, ormai fuori dal teatro, per la strada, mi piace ripensare a quando Lavia, nei panni del Padre, recita: “Si nasce alla vita in tanti modi, in tante forme: albero o sasso, acqua o farfalla… o donna. E si nasce anche personaggi!”.



Sei personaggi in cerca d’autore di Luigi Pirandello

regia di Gabriele Lavia

scene Alessandro Camera – costumi Andrea Viotti – musiche Giordano Corapi

produzione Fondazione Teatro della Toscana

Personaggi / Interpreti

I Personaggi della commedia da fare: Il Padre Gabriele Lavia – La Madre Federica Di Martino – La Figliastra Lucia Lavia – Il Figlio Andrea Macaluso – Il Giovinetto Silvia Biancalana – La Bambina Letizia Arnò – Madama Pace Marta Pizzigallo

Gli attori della compagnia: Il Direttore-Capocomico Michele Demaria – La Prima Attrice Giulia Gallone – Il Primo Attore Mario Pietramala – La Seconda Donna Giovanna Guida – L’Attrice Giovane Malvina Ruggiano – L’Attor Giovane Luca Mascolo – Un altro attore Daniele Biagini – Un’altra attrice Maria Laura Caselli – Un’altra attrice Anna Scola – Il Direttore di Scena Carlo Sciaccaluga – Il Suggeritore Alessandro Baldinotti – Il Macchinista Massimiliano Aceti – L’Attore-Segretario Matteo Ramundo – L’usciere Alessio Sardelli

Autore: admin

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