Francesco NICOLOSI FAZIO – Aprite quella porta (“La pazza della porta accanto” di C. Fava. Stabile di Catania)

 

 

Lo spettatore accorto

 


SI’, APRITE QUELLA PORTA

orio Natali, Olga Rossi, Cecilia Di Giuli, Stefania Ugomari Di Blas, Giorgia Boscarino, Gaia Lo Vecchio
Repliche: 5
«Una donna anziana, che fumava, con i denti sporchi ma che declamava versi splendidi» ecco l’immagine più immediata che Anna Foglietta aveva di Alda Merini. Lo ha raccontato in una recente intervista a Paolo Conti per “Io Donna” del Corriere della Sera, ed ha aggiunto «Claudio Fava e Alessandro Gassmann mi hanno condotto invece davanti alla Merini giovane, malata di bipolarismo e schizofrenia, ricoverata in una clinica psichiatrica, costretta a lasciare le figlie… Mi intimorisce. Mi incuriosisce». Sarà una sfida molto intrigante quella che, ne La pazza della porta accanto, dovrà sostenere Anna Foglietta, attrice brava e versatile, forte di una carriera che l’ha vista passare dal teatro d’avanguardia, alla televisione (Distretto di polizia, La squadra), a prove cinematografiche che le sono valse candidature ai premi più prestigiosi (il Nastro d’Argento per Nessuno mi può giudicare di Massimiliano Bruno, il David di Donatello per il recente Noi e la Giulia di Edoardo Leo). Darà volto e intensità alla grande poetessa, in conflitto con un mondo che non la comprende e di cui lei non sa accettare ottusità ed etichettature. Una figura che, secondo Alessandro Gassmann regista dello spettacolo, saprà emozionare il pubblico, in particolare i giovani, che sentono un forte desiderio di poesia. Attorniata da altri nove fra attrici e attori, avvolta nelle toccanti sonorità di Pivio e Aldo De Scalzi e in uno spazio che evocherà la claustrofobia di un reparto psichiatrico ma allo stesso tempo anche la visionarietà della protagonista, Anna Foglietta si addentrerà nell’anima della “poetessa dei navigli” così come la tratteggia Claudio Fava (ricordiamo al Politeama Rossetti i suoi testi sempre impegnati e coinvolgenti, L’istruttoria applaudito nel 2009 e Lavori in corso nel 2011). Di Alessandro Gassmann il pubblico dello Stabile regionale sa poi di potersi fidare e si pone davanti ai suoi lavori con aspettative molto alte, dopo successi come 7 minuti o Riccardo III, Oscura Immensità, Roman e il suo Cucciolo, e La parola ai giurati. Con molta passione si appresta a questo nuovo impegno: «Conoscevo Claudio Fava per la sua storia, per la sua sensibilità, per il suo impegno politico e sociale, conoscevo la storia del padre vittima importante di una delle piaghe più dilanianti del nostro paese» dice. «Conoscevo “la poetessa dei navigli” e suoi versi, la drammaticità della sua esistenza. E anch’io come tanti mi sono emozionato e commosso nel sentirla leggere la magia dei suoi scritti. Quando Claudio mi ha dato il testo si è subito mosso in me un desiderio irrefrenabile di metterlo in scena. Sono sempre stato dalla parte dei diversi sia quando a distinguerli sono i colori della pelle che quando vengono definiti “diversamente abili”. Anche il mio recente impegno con l’UNHCR sta in questo stare dalla parte dei “meno fortunati”, di chi per affermare la propria diversità di razza o di cultura mette quotidianamente a repentaglio la propria esistenza… In più posso qui raccontare un’appassionante storia d’amore tra una donna complessa, dal carattere malinconico e un giovane, paziente anche lui dell’ospedale psichiatrico».
interi € 29.00 € 29.00 € 21.00 €12
ridotti € 24.00 € 24.00 € 17.00
Abb. stelle 2* 2* 1* 1*
Puoi acquistare il biglietto anche su:

ShareThis

– See more at: http://www.ilrossetti.it/scheda_prosa.asp?RecordID=5293&path=3#sthash.QRDmRRdZ.dpuf



Un commovente testo



Un commovente testo



Un commovente testo

“La pazza della porta accanto”  di Claudio Fava.

Regia: Alessandro Gassmann.   Ideazione scenica: Alessandro Gassmann (con la collaborazione di Alessandro Chiti)  Musiche originali: Pivio ed Aldo De Scalzi.   Videografie: Marco Schiavoni   Con: Anna Foglietta, Angelo Tosto, Alessandra Costanzo, Sabrina Knaflitz, Liborio Natali   Produzione: Teatro Stabile di Catania – Teatro Stabile dell’Umbria.

****

Amore => Poesia => Follia.

Magico tragitto/flusso del sentimento, che dovrebbe trascinare, almeno una volta nella vita, ogni essere umano. Alda Merini vi era immersa, vivendo in un suo “stato di grazia”. Nei nativi americani, difatti, la demenza era ritenuta segno della divinità. Invece, come ricorda Alessandro Gassmann, ancora negli anni ’70 in Italia, “la parola depressione non si conosceva”.

Grande spettacolo. Voluto, ragionato, amato. Partendo dal rude testo, Gassmann riesce a portare in scena il tratto più duro della vita della grande poetessa,  quello della sua detenzione all’interno di un manicomio, a seguito della denuncia del  marito. Prima della legge 180 gli “ospedali psichiatrici” erano luoghi di annientamento degli individui, una reclusione dalle mille pene, anche corporali, luoghi finalizzati alla distruzione delle residue identità, anche mediante elettroshock e lobotomie.

Da quell’inferno, di negazione della vita e dell’amore, Alda Merini riesce a trarre poesia e pure amore, incontrando Pier, un giovane ricoverato, da cui ebbe pure un figlio. Anche noi abbiamo un fortunato incontro, proprio con “Pier”. In poche note di vita di teatro, Liborio Natali ci conforta delle sensazioni da noi provate, nell’apprezzare lo spettacolo.

La mano decisa e lieve di Alessandro Gassmann ha difatti innalzato le capacità degli attori, guidandoli in libertà, come un capocomico pirandelliano. Emblematico il personaggio inventato ed aggiunto di “Elle”, l’attrice reclusa, con Alessandra Costanzo che, assieme al regista, inventava ed arricchiva le scene, costruendo veri e propri squarci di “teatro nel teatro”. Gli attori tutti non se la prendano a male, a tal proposito qualcuno ritiene che, in questa  professione, il massimo si raggiunge quando l’interprete diventa “schizofrenico a pagamento”.

La scena bella e complessa ruota ed occlude i personaggi nel grigio del vetro-cemento, grigio che per noi diventa anche pesante lava, per mutarsi a tratti in lavagna su cui disegnare i perduti sogni. Emblema della fredda esclusione che parte da “fuori” e si conclude “dentro”, luogo massimo della  negazione. Un velo divide gli attori dal pubblico, per colorarsi di coerenti videografie.

Uno spettacolo  impegnativo, con gli attori che sudano realmente le “sette camicie”, immersi in un lavoro anche notevolmente “fisico”, particolarmente Liborio Natali giunge ad impegnative e ricercate spigolosità da antico teatro dei pupi. Angelo Tosto, invece, lavora come lo scultore con la pietra (lava?), grazie ad una recitazione lieve e volutamente asincrona, sottraendo senza aggiungere. Sabrina Knaflitz sinuosamente impone una folle sensualità, che veniva un tempo repressa.

Un articolo intero meriterebbe la splendida Anna Foglietta, su di cui  ruota l’intero spettacolo, perno artistico su cui sembra avvolgersi la scena fatta di pareti ruotanti, chiuse sempre dentro il velo della reclusione. Una recitazione acuta e perfettamente centrata, “tra le righe”, come dovrebbe farsi leggere la vera poesia.

Alla fine cade il velo, come era nella speranza di tutti, la reclusione finisce, ma solo per legge.

Ancora e forse sempre, per chi soffre di qualunque dolore, sono solo porte chiuse, che lasciano fuori ogni segno di umanità

Autore: admin

Condividi