Luca T. BARONE- Da Madrid. Prevale il Partito popolare (ma alla sinistra vanno più voti)

 

Da Madrid*

 

LA SPAGNA AL PARTITO POPOLARE

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Ma in voti vince la sinistra- Fine del bipolarismo iberico?

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Per la prima volta nella sua breve storia democratica, gli spagnoli vanno a dormire in una giornata elettorale senza sapere chi guiderà il prossimo governo del paese. I risultati sono ancora più frammentati di quanto non ci si aspettasse, e con i numeri (95% dei voti scrutati), nessuna delle coalizioni più quotate arriverebbe a ottenere la maggioranza dei seggi.

Come prevedevano tutti i sondaggi, il Pp è il primo partito con il 28,7% e 123 seggi, 63 in meno rispetto a 4 anni fa (perdendo più di 4 milioni di voti). Al secondo posto, e non tutti ci avrebbero scommesso, arriva il Psoe, con 90 seggi (contro i 110 del 2011) e poco più del 22% dei voti (2 milioni in meno). Pur avendo perso quasi il 25% di voti, dunque il bipartitismo continua a rappresentare comunque la metà degli elettori spagnoli.

Al terzo posto, se sommiamo tutte le coalizioni locali in cui si è presentato Podemos (però assieme ad altre forze, fra cui anche Izquierda Unida), si arriva a quasi il 21% dei voti. Un risultato spettacolare, perché a un soffio del secondo posto, ma che per l’iniqua legge elettorale corrisponde solo a 69 seggi. Al quarto posto, Ciudadanos: senza arrivare neppure al 14%, ottiene 40 seggi. Molto deludente il risultato di Izquierda Unida dove correva sola: soli due seggi, con meno del 4% dei voti.

Un record di nove seggi ottiene Esquerra Republicana de Catalunya, 2.4% dei voti (ma tutti concentrati in Catalogna, e per questo la rappresentazione è alta): ne aveva solo tre in questa legislatura. La nuova marca di Convergència, il partito del presidente catalano non riconfermato, Democracia i Llibertat, invece ne avrebbe solo 8 (2,3% dei voti) – in questa legislatura Convergencia con Unió, che stavolta correva sola e non ha ottenuto seggi, ne aveva 16.

In Catalogna, che elegge 47 deputati, la situazione politicamente più complicata. En comú podem, la coalizione in cui c’era Podemos, Izquierda Unida e i rossoverdi di Icv, arriva prima: hanno ottenuto ben 12 seggi (contabilizzati tutti per Podemos, anche se tre dei deputati sono di Izquierda Unida), 24% a livello locale, e 3,7% a livello nazionale. La loro intenzione era di formare un gruppo proprio e non unirsi a nessun altro gruppo. I popolari hanno perso la metà dei voti in questa comunità: passano da 11 a 5 seggi, i socialisti da 14 a 8. Ciudadanos, primo partito dell’opposizione solo 3 mesi fa nelle elezioni locali, ottiene solo 5 seggi con il 13% dei voti, praticamente la metà di quelli che ottenne a settembre.

Ma anche nei Paesi Baschi (che eleggono 18 deputati) ci sono stati dei piccoli terremoti. Podemos è sorprendentemente arrivato primo col 26% dei voti (5 seggi), ma i nazionalisti di centrodestra al governo locale di Pnv hanno ottenuto un seggio in più; i nazionalisti indipendentisti di sinistra di EH Bildu ottengono solo 2 seggi (ne avevano sei). Socialisti e popolari perdono un seggio ciascuno.

Con questi numeri, nessuna coalizione a livello nazionale, Pp+Ciudadanos e Psoe+Podemos, avrebbe la maggioranza assoluta.

Solo un’eventuale coalizione fra Pp e Psoe, per ora scartata da Pedro Sánchez, otterrebbe una solida maggioranza di seggi.

Si apre pertanto una fase in cui i partiti dovranno cercare alleati almeno per ottenere l’investitura del nuovo presidente del governo.

Le decisioni del capo dello stato, il re Filippo VI, che affronta le sue prime elezioni, per la prima volta non saranno solo formali.

Dal giorno della costituzione del Congresso dei deputati ci sono solo due mesi per risolvere il puzzle della governabilità. Il capo dei socialisti ha già detto stanotte che tocca a Rajoy provare a formare il governo, ma è praticamente impossibile, numeri alla mano, senza l’astensione di almeno due grandi partiti, che possa riuscire a essere eletto.

L’opzione portoghese, cioè tutta la sinistra assieme, potrebbe riuscire a superare la fatidica soglia dei 176 seggi. Ma a oggi è un’opzione molto remota.

Se nessuno ce la farà, si andrà a elezioni anticipate. Certamente i nuovi partiti metteranno sul piatto della bilancia una riforma della legge elettorale che mai come questa volta ha distorto i risultati di queste elezioni. (*ilmanifesto)


Autore: admin

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